mario agostinelli

REPOSITORY

Attività politiche

DOPO LE ELEZIONI: LA PROSPETTIVA

Relazione di Mario Agostinelli al proprio comitato elettorale. 13 Aprile 2010

1. UN RISULTATO RILEVANTE IN UN CONTESTO DIFFICILISSIMO

Parto da una constatazione sicuramente positiva: SEL in Lombardia continua ad essere rappresentata in Consiglio con una eletta guadagnata attraverso un impegno intenso, pur se compresso in tempi obbligatoriamente troppo stretti per dispiegarne tutta l’efficacia. L’elezione è il frutto anche del contributo convergente dei consensi ottenuti in 6 province, l’affermazione rilevante nella città capoluogo, un recupero complessivo e non scontato di riconoscibilità di un simbolo e di un progetto veicolati dal gradimento del messaggio partecipativo e dell’azione di governo di Nichi Vendola.

Si tratta di un risultato tutt’altro che scontato, perché calato nella cornice di una attrazione debole e dotata di scarso valore aggiunto della coalizione di centrosinistra guidata da Penati, di una involuzione delle forze della sinistra radicale fortemente ancorate ad una riproposizione identitaria e per nulla disposte a messaggi convergenti, di un disaccoppiamento ormai irriducibile tra movimenti e consensi a sinistra, di una lacuna delle nostre liste elettorali assenti in ben quattro collegi elettorali della Lombardia.

La sfida lanciata da SEL può quindi, anche per coincidenze fortunate dipendenti dalla legge elettorale in vigore, procedere su gambe ferme e su una indispensabile rappresentanza istituzionale che, per genere e età anagrafica, si presenta felicemente in discontinuità con il passato recente.

Chiara Cremonesi, con un risultato eccellente sul piano delle preferenze personali, acquista sul campo la credibilità per una rappresentanza che da ora in avanti riunifichi e affini posizioni, culture e esperienze plurali vissute ancora fin qui come recinti non significativamente comunicanti.

Infatti, nella recente campagna elettorale non è emerso ancora visibilmente il motore per la nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra, ancora lontano qui in Lombardia dagli approdi e dagli sforzi dell’esperienza pugliese sempre evocata, ma messa in ombra in una competizione prima organizzativa in base alle provenienze dal passato che innovativa in considerazione degli approdi del futuro.

La frequente persistenza dei riferimenti e addirittura delle strutture di origine, tutt’altro che stemperate ma anzi rafforzate in occasione della preparazione della campagna elettorale, ha colpevolmente enfatizzato la comunanza di radici da cui per storie pur nobilissime provengono gli apparati rispetto alle trasformazioni a cui sono attenti gli elettori di una forza politica nuova.

Partiamo quindi dall’apprezzamento dell’ottenimento di una posizione indispensabile per la rappresentanza e la visibilità di SEL e per un consolidamento nella società lombarda, riconoscendo che tutti gli apporti, compresi quelli dei gruppi già esistenti in Consiglio e afferenti a SEL, hanno reso possibile una continuità istituzionale attraverso cui potremo valorizzare la nostra autonomia e la nostra incisività.

Questo risultato, rispetto a cinque anni fa, si situa purtroppo in una sconfitta pesantissima del centrosinistra in Lombardia; in una dislocazione verso destra dell’intero assetto del Consiglio Regionale (5 consiglieri in più alla Lega, 5 in meno al Pdl), compresa la composizione del centrosinistra (scomparsa della rappresentanza di PRC e PdCI, dei Verdi, di due SEL, delle rappresentanze più unitarie e meno autoreferenziali nel PD); nello straripante rafforzamento di un asse politico-istituzionale Formigoni-Bossi, perniciosissimo per la democrazia e rilevantissimo per sostenere le avventure anticostituzionali di Berlusconi ( mi aspetto una rincorsa di Formigoni alla Lega, magari a partire dai suoi cavalli di battaglia come la scuola); nella difficoltà estrema di riunificare un soggetto politico unitario della sinistra a partire da SEL.

Pertanto sarà necessario qui di seguito affrontare realisticamente la sconfitta, per non limitarci a sopravvivere e per individuare con lucidità le priorità che riguardano noi, ma soprattutto le forze e le potenzialità che dobbiamo considerare e includere, comprese quelle che il voto registrato non rappresenta affatto, per ripartire o anche solo per non naufragare.

Anche se il risultato personale è stato insufficiente alla rielezione – pur essendo significative sia la qualità che la quantità dei consensi ricevuti (a Varese addirittura 1 voto di SEL su 5 dei totali mi assegna la preferenza) – continuerò a partecipare all’affermazione della forza alla cui nascita ritengo di avere fattivamente contribuito, nello spirito di una sinistra che si ricompone su basi nuove, lontano dalle alchimie dei partiti in definitivo esaurimento.

Per parte mia è dovuto un ringraziamento di testa e di cuore (uso le stesse parole che Muhlbauer ha utilizzato in una occasione analoga perché, su fronti diversi, ci ha mossi una lealtà reciproca) a quanti hanno sostenuto quella che ritengo l’ultima prova che mi toccava e che era e rimane necessaria soprattutto se contribuisce ad una posizione collettiva, che trova il suo fuoco nel superamento definitivo delle culture politiche degli ex, intese come cassetta degli attrezzi esaustiva per spiegare sempre dove gli altri sbagliano e dove stanno le buone ragioni di quelli che si ritrovano ogni volta in meno, dimenticandosi di quegli altri che stanno sempre più numerosi a casa.

Mi piacerebbe contribuire a riconoscere che la percezione di una forza politica in formazione – oggi e qui nel Nord Italia – travalica i problemi interni agli apparati e perfino ai militanti più generosi e sempre più autoreferenziali, alle culture del novecento che non si tramandano automaticamente alle nuove generazioni, alle organizzazioni che provano a sommarsi o a fondersi o lacerarsi ad ogni appuntamento elettorale, per porsi come organizzatore di una domanda sociale non schiacciata sul presente, che va individuata ascoltando, rappresentando direttamente, avendo il coraggio dei tempi lunghi, facendo partecipazione e non solo invocandola, battendosi con suoi mezzi e sue invenzioni contro il controllo della popolazione attraverso il potere mediatico.

E non si dovrebbe nemmeno più guardare solo a se stessi, ma al campo di appartenenza del cambiamento, abbastanza vasto da essere mutevole e abbastanza radicale da caratterizzarsi per la totale autonomia dalle forze che sequestrano il futuro escludendo. Non basterà certo SEL, ma l’efficacia e la nettezza del suo impegno, la sua apertura al pluralismo delle posizioni a sinistra, la sua penetrazione di massa in strati sociali e in generazioni oggi “contaminate unilateralmente dal fascino della destra” eppure sensibili ad un futuro basato sull’integrazione e sull’uguaglianza, nonché infine la sua unità, potranno fare la differenza.

2. UN’ANALISI “IRRITUALE” DEL VOTO

Non c’è dubbio che il voto per le regionali è stato anche l’occasione per dare un giudizio su 2 anni di governo della destra. Del resto è Berlusconi ad avere chiesto un voto per dare lo stesso colore del Governo nazionale anche alle Regioni.

L’assenteismo e la riconferma della “dottrina” bipartisan degli elettori-spettatori

Alle elezioni “vinte” da Berlusconi con 1 voto ogni 7 aventi diritto, 3 cittadini su 7 non votano. Su 100 elettori, 39 non partecipano, 29 votano i due partiti maggiori del “bipolarismo” (PdL e PD), 12 vanno ai partiti più irriducibili negli schieramenti (Lega e IdV), 20 mettono la croce su una decina di formazioni minori. In Lombardia i numeri corrispondenti sono ancora più impressionanti: 36 si astengono (64,6% di votanti contro il 72,9% del 2005), 30 votano i due partiti “bipolaristi”, 21 vanno a Lega+IdV, 13 vanno sparsi. La questione del Nord è racchiusa nello spostamento verso il PdL dell’asse del rapporto interno ai 30 e nel peso aggiuntivo tutto dovuto alla Lega per raggiungere il ragguardevole numero di 21 “antagonisti”.

In tutto, grosso modo, non più di 10 elettori su 100 in media nelle regioni “creditrici”, (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia), quelle cioè così ricche da sé da avere un gettito fiscale tanto elevato da contribuire ai servizi essenziali nelle regioni “debitrici”. Sta qui, in questi scarni numeri amplificati dalla non partecipazione al voto e dalla dispersione a sinistra, perfino la presunta legittimazione dell’“occupazione delle banche” da parte di Bossi. Un’idea che sembrerebbe legittimare una sorta di democrazia territoriale (chi vince le elezioni comanda nei CdA delle banche del territorio) e che invece nasce da un disegno eversivo, che è quello di collegare strutture economiche private di natura aziendale controllate dal pubblico e sovrastrutture istituzionali onde assicurare all’economia un equilibrio autosufficiente e per collegare la struttura economica con la sovrastruttura istituzionale del federalismo.

Ma tutto lo “spettacolo” della politica mediatica è incentrato sul “confronto-incontro” che riguarda 30 elettori su cento, con almeno 70, dislocati in diverso modo tra media nazionale e Lombardia, su posizioni divaricate e non riconducibili alla partita a cui sono invitati da spettatori ininfluenti o da tifosi di riserve intemperanti (come l’abile e spregiudicato “Senatur”) tenute in panchina, ma pronte a sfondare se giocano secondo lo schema dell’allenatore.

Nemmeno i 30 con maglie identificabili per diverso colore hanno un qualche ruolo partecipativo: le designazioni dal centro e la gabbia di ferro degli apparati circoscrivono la loro interazione con la “politica”.

Rispetto alle regionali di cinque anni fa la Lega ha avuto un incremento di 1.370.000 voti, l’IdV ha registrato + 1.227.000 voti, mentre il PdL è diminuito di 1.069.000 e il PD di 2.004. 000. Utilizzando come riferimento lo schema introdotto precedentemente, gli astenuti sono aumentati di 3.000.000, la coppia Lega- IdV ha guadagnato 2.469.000 elettori, quella PdL-PD ne ha persi 3.538.000. In sosstanza il peso della Lega nel centrodestra è passato dal 16% al 31%, quello dell’IdV nel centrosinistra dal 4% al 21%.

Nelle tre regioni Lombardia Piemonte Veneto la Lega, con un indice altissimo di fedeltà e pur perdendo 80.000 voti rispetto alle europee, raggiunge quota 2.292.000, uguagliando il PdL a quota 2.384.000. Alla luce di questi numeri c’è da chiedersi sulla base di quale consenso possa assumere priorità la ridiscussione dei principi della Costituzione, a partire da un patto Bossi-Berlusconi e da un possibile inciucio con Bersani e quale sia la ragione che possa portare un centrosinistra con una storia formidabile alle spalle ad accettare l’agenda che viene imposta con la sua potenza mediatica dal Cavaliere.

In quali numeri, democraticamente verificati, sta la legittimità di sequestrare, nell’”era di Obama”, un dibattito e un impegno straordinario sulla più terrificante crisi economico-sociale-ambientale del dopoguerra, con le pretese di cambiare sostanzialmente i principi di uguaglianza (col federalismo) e di democrazia (col presidenzialismo) affermati nella Costituente con un grado di partecipazione irripetibile e perciò vincolato a criteri di revisione obbligatoriamente a maggioranza qualificata? Da dove viene questa insopportabile arrendevolezza del PD se non da una sua irrimediabile crisi di identità che tutti noi dobbiamo contribuire urgentemente a risolvere?

Il voto in Lombardia

Dentro la nostra democrazia malata, il primo dato evidente anche in Lombardia è l’elevato astensionismo che determina una partecipazione al voto del 64,6% rispetto al 72,9% della precedente elezione regionale. Il secondo dato rilevante è l’ulteriore affermazione di Formigoni (56,1 %) e della Lega (26,2%).

Formigoni riesce per la quarta volta consecutiva a consolidare e a far crescere il consenso convinto degli “spettatori” ( v. la procace amica di Berlusconi nel listino del sant’uomo) al modello di società che esprime, con l’aggiunta sempre più determinante di uno zoccolo identitario e fidelizzato, che si affida ciecamente al gruppo dirigente della Lega (incredibile e deprimente è il massimo di preferenze a Brescia per il figlio di Bossi) .

Un consenso che, per dimensioni, coinvolge tutte le componenti sociali, dal lavoratore alla catena di montaggio fino all’artigiano e al piccolo imprenditore, dall’insegnante al commerciante, dai precari ai dipendenti della grande distribuzione, e depotenzia qualsiasi elemento di critica, anche quello più organico e strutturato preoccupato della crisi e del futuro, come in parte è stato quello prodotto da noi in cinque anni di legislatura e che è raccolto in due pubblicazioni di Unaltralombardia.

E’ importante sottolineare il dato della Lega che passa dal 15,8% al 26,2%, cioè in voti assoluti da 693.464 a 1.117.227 e da 11 a 18 consiglieri.

Alla verifica elettorale, occorre dirlo, non si è resa visibile nessuna alternativa credibile al centrodestra. Questo dato non stupisce perché negli ultimi cinque anni vi è stata una scarsa opposizione. Il maggior partito dello schieramento di centro sinistra, cioè il Pd, ha anticipato in Regione “la corsa da solo”, ha gettato alle ortiche l’Unione e si è interessato alla proprie dinamiche interne di partito, inseguendo la destra sulla maggior parte delle questioni aperte (federalismo, infrastrutture, leggi sul territorio, privatizzazione del welfare).

Un Pd che “tiene” sul piano percentuale, poco penalizzato dal l’astensionismo complessivo, ma che perde circa 200.000 voti assoluti rispetto a cinque anni fà(da 1.186.848 a 976.111). Al contrario, l’Italia dei Valori incrementa fortemente i propri voti, più grazie all’esposizione mediatica nazionale del suo leader che alla presenza territoriale. I risultati evidenziano che l’IDV passa dall’1,4 % al 6,2% cioè da 61.431 voti a 267.954 e da 1 a 4 consiglieri. Va poi sottolineata l’inaspettata performance del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che raccoglie 144.588 voti in parte “sottratti” all’Idv, alle sinistre e forse all’astensionismo. Fa riflettere il fatto che un movimento di questa natura raccolga più consensi delle singole forze della Sinistra (Sinistra Ecologia Libertà e Federazione della Sinistra).

La Federazione della Sinistra (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani), presentatasi con un proprio candidato presidente, non raggiunge il quorum richiesto (3%) si ferma al 2,3% con 87.220 voti e resta fuori dal Consiglio Regionale . I 113.749 consensi ad Agnoletto segnalano la consistenza di un voto disgiunto. Se confrontiamo i dati delle elezioni europee di un anno fa di Sinistra Ecologia Libertà (Sel) registriamo, con l’uscita da Sel dei Verdi e dei Socialisti e l’assenza della lista in quattro province della Lombardia, quasi un dimezzamento dei voti, perché si passa da 106.126 voti a 59.112, cioè dall 1,9% all’1,4%. E se consideriamo che nelle regionali del 2005 Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani avevano raccolto 353.184 voti ci rendiamo conto di quale disastro abbia investito la sinistra.

Per quanto riguarda poi ulteriormente SEL, i suoi risultati migliori sono conseguiti nei capoluoghi e, nelle province, laddove è minore la distanza tra Formigoni e Penati (sotto i 30 punti percentuali).

Concludo con un dato provocatorio, assemblato non solo per pura curiosità: a Milano città la somma IdV+SEL+Grillo+PRC+ Verdi+PSI raggiunge una quota pari a quella della Lega (16,8%)! Ma i voti della Lega sono in mano a Salvini e alle avventure xenofobe che scorazzano da via Padova ai campi nomadi, da sgombrare con uno stillicidio giornaliero…

3) QUALCHE IPOTESI DI LAVORO DOPO LA SCONFITTA

L’esito delle elezioni regionali ci consegna un quadro difficile, particolarmente nel nord nel paese, ove la morsa delle destre si fa, se possibile, ancora più soffocante.

Molte le ragioni dunque per cui la rappresentanza di Sel in Lombardia, Liguria e Piemonte deve diventare un laboratorio prezioso che non va sprecato.

In Lombardia assume addirittura la responsabilità di dare voce a larga parte della sinistra esclusa dal Consiglio regionale e di dover contribuire in autonomia al profilo e alla fisionomia di una coalizione oggi largamente indecifrabile.

Sperimentare e diventare rapidamente un soggetto politico

Chi rappresentare e su quale disarticolazione o ricostruzione di blocco sociale puntare nello specifico della Lombardia?A chi rivolgersi nel quadro di analisi del voto sopra riportato? Come prendere atto di una riconsiderazione della prospettiva socialista libertaria e egualitaria pur dentro la conclusione definitiva della parabola del PCI e vincere la tentazione di riconfermare le storie politico-culturali di provenienza e di ricostruire l’unità della sinistra in base agli interessi residui di burocrazie?

Come preservare l’autonomia dal PD nel quadro di crisi di quel partito e di dipendenza che si può oggettivamente creare nel nuovo assetto del Consiglio della Lombardia? Come legare infine la rappresentanza istituzionale alla crescita nella società di un soggetto che rappresenta il conflitto sociale e risulta aperto alla sperimentazione e dotato di strumenti di comunicazione innestati nel territorio e strutturati in rete?

Basterebbe la ricerca di queste risposte a convincere chi ha sostenuto la mia candidatura e il progetto lanciato a Cassinetta di Lugagnano ( il documento è reperibile sul sito www.marioagostinelli.it) a dislocarsi rapidamente in un cimento unitario di proporzioni entusiasmanti, ciascuno nelle condizioni e nei ruoli più consoni, purchè interni al medesimo profilo complessivo.

Provo ad abbozzare qualche tratto di questo percorso di ricerca.

Avanzo l’ipotesi che il declino nostro provenga dal non aver saputo dar vita, dentro la stagione dei movimenti di Genova, nei quali ancora convivevano l’impegno per la pace, la conservazione della natura, la lotta per i diritti universali e individuali – fino alla nascita di comitati come quello per l’acqua e i beni comuni e al contrasto agli accordi sindacali separati – alla realizzazione di un soggetto pluralista che, all’interno di una diffusa conflittualità sociale proponesse un futuro di uguaglianza sociale senza esclusione, partendo dal contrasto al modello che Formigoni in Lombardia, nel disinteresse della politica nazionale, imponeva infrangendo addirittura alcuni principi della nostra Costituzione .

Le grandi mobilitazioni per l’articolo 18 e per la pace a Firenze sono stati il culmine di un processo in cui un “nuovo modello di sviluppo” accomunava generazioni e mobilitava il mondo del lavoro unitariamente per l’estensione dei diritti. Almeno, questo è stato il mio punto di vista ed è su questo che sono stato eletto prima ed ho operato in modo limpido per cinque anni. Mi domando : ci sarà una connessione fra la scomparsa della sinistra politica e il fatto che, nonostante l’attuale crisi economica , la più grave dal dopoguerra ad oggi, assistiamo ad un’assenza di conflittualità sociale nei luoghi di lavoro, se si esclude la disperata solitudine degli operai sui tetti?

La credibilità e il futuro del centrosinistra dipendono o no dalla capacità di dare rappresentanza al disagio sociale indicando proposte e soluzioni per il breve periodo coerenti però con un progetto di cambiamento alternativo a quello della destra, che fa leva sulle paure di una società duramente provata dalla crisi e sull’idea salvifica del “mercato”? O bastano le appartenenze ai simboli e alle storie del passato?

Ma qui c’è un primo nodo da porre, perché ancora non risolto nemmeno tra noi. Questa impostazione non conservatrice (esiste anche una forma moderata di conservatorismo e di presunzione delle proprie risposte perfino nel PD: basta pensare a D’Alema), tutta rivolta al futuro, tutta intesa a colmare il nostro gap con la società reale, che non eredita ricette salvifiche, azzera le appartenenze degli ex e si misura in un campo senza protezione, è forse quella che emerge da SEL in Lombardia?

Ancora no, a mio giudizio e le resistenze riparano dietro una modulazione delle decisioni prese da maggioranze strutturate a prescindere dai contenuti, come se fossimo una formazione che teme il campo aperto.

Penati era poco gradito ai militanti che avrebbero dovuto tenere il campo della campagna elettorale, così come creava problemi l’estromissione del PRC dalla coalizione, ma una discussione che ci avrebbe resi partecipi di assunzioni non subite come imposizioni è stata vanificata.

Sempre a proposito del ritardo a convergere su posizioni univoche, non è stato lineare, da una parte, il passaggio e la costruzione del nuovo gruppo di SEL in Consiglio e, dall’altra, la permanenza di consiglieri nelle vecchie formazioni.

Questa non uniformità di comportamento ha fatto sponda per una campagna elettorale che non ha fuso punti di vista probabilmente ancora diversi sotto il profilo politico (vale, ad esempio per tutti, una questione rilevante come quella dell’acqua pubblica e in house) ed ha fornito l’occasione in qualche collegio per risposte organizzative separate da parte di SD e MPS nella raccolta delle preferenze.

Eredità più o meno organizzate che occorre con grande rapidità oggi superare, con una franchezza pari alla generosità e con la lungimiranza politica di rendere il più plurale libera e creativa possibile sia la futura struttura di SEL che la formazione e l’approccio di lavoro al Gruppo Consigliare.

Dei 100 elettori presi in considerazione nell’analisi al punto 2) i 36 che stanno a casa, i 13 che votano in modo sparso e “a sinistra”, più almeno un terzo dei 21 “antagonisti” non sono meno importanti dei nostri compagni di viaggio del PD: per richiamarli alla politica anche in modo trasversale basterebbe scegliere di concentrare su pochi temi attualissimi (lavoro stabile, traffico, uguaglianza dei diritti, energia e welfare locale) e sotto schiaffo da parte di Formigoni e Bossi, l’iniziativa su cui il conflitto territoriale si connette alla rappresentanza istituzionale.

Abbiamo un orizzonte di ricerca così ampio da ambire ad influenzare tutta la coalizione e da assumere l’autonomia dal PD e dai probabili indugi di Penati come cifra con cui fare proselitismo e azione politica. Stiamo creando un soggetto politico fuori dalla gabbie di ferro dei partiti: quasi un paradosso, ma, a questo punto, una necessità, come insegna Vendola in Puglia.

Anche perché quello della sperimentazione di un soggetto politico unitario è il compito da perseguire per primo, sono poco incline a gettarci adesso nel “giro” delle primarie prossime venture: si capirà, sulla base delle modalità e dei contenuti del progetto che plasmiamo, che non ci sono editti dall’alto, ma passaggi partecipativi indispensabili, comprese le primarie, che danno gambe alla ricostruzione di un rapporto incerto, se non addirittura spento con la società.

Unire la sinistra e impedire la formazione del blocco sociale della destra

Siamo nati per impedire che la sinistra abbandonasse le sue ragioni guardando in faccia un futuro in cui le trasformazioni sono più potenti delle radici su cui ci innestiamo. E’ un compito che è tanto più urgente quanto più abbiamo constatato in campagna elettorale che non c’era momento in cui l’handicap della divisione non sia apparso rilevante.

Ripetevamo spesso le stesse cose, eravamo contigui nella rappresentanza cui ambivamo – lavoro, emarginazione, ceti popolari e urbani colpiti dalla crisi – eppure una persona dell’esperienza di Agnoletto non è riuscito a fare a meno imprudentemente di accusare anche il sottoscritto di affossare perfino le lotte che l’avevano contraddistinto nella legislatura appena trascorsa. Siamo, se si può dirla così, stati frequentemente vittime di “fuoco amico” (si pensi al Manifesto edizione milanese, a Radiopopolare, che oggi invita in pubblicità a superare le code negli ambulatori rivolgendosi ai privati, a Paolo Rossi, che oggi afferma che l’unico partito apprezzabile è la Lega, A Moni Ovadia, che ha scambiato Penati per il demonio).

Noi nella migliore delle ipotesi, per la frattura avvenuta lungo la linea della coalizione, che ha adombrato le motivazioni strategiche della nostra distinzione, abbiamo subito un assedio da sinistra che ha tolto parte del fascino di una sfida che tutti capiscono impossibile reggere frammentati. E’ necessario dare da subito il segnale che si ricostruisce a partire da chi si è diviso e che l’operazione ha uno spettro ampio, che prima o poi, proprio perché va oltre i partititi attuali, riguarda tutto quanto sta dentro una proposta includente, che reinvera la Costituzione e accetta le sfide che la crisi epocale più profonda del dopoguerra pone all’ideale di uguaglianza.

Questo dovrebbe essere il nostro 25 Aprile. Bisogna riconquistare a questo profilo prima di tutto il mondo del lavoro. Senza la sua capacità conflittuale di trasformazione ogni cambiamento è illusorio. Allora va contrastato il disegno fortissimo che si esplica nell’alleanza Formigoni-Lega e che io temo possa sfociare in un blocco sociale sempre più stabile: la carità al posto dei diritti e l’arbitrarietà delle esclusioni con l’uso privato delle risorse pubbliche; la messa sul mercato dei beni comuni; l’occupazione degli istituti di credito (attraverso le lottizzazioni delle fondazioni bancarie) ai fini di una politica di discriminazione territoriale; il federalismo come fine dell’universalità del welfare; la priorità dell’impresa sul lavoro; la spersonalizzazione dei migranti in una società che invecchia e che non riqualifica l’impiego.

Occorre rendersi conto che tutto ciò prelude ad una dislocazione del potere che usa l’interclassismo e il populismo territoriale per restringere il campo della redistribuzione del reddito e della conservazione della ricchezza con trasferimento dal pubblico al privato, per creare al livello locale un blocco di interessi stabili, che vanno da subito combattuti con una alternativa altrettanto radicale e organica, rivolta agli interessi di lungo periodo di tutti i soggetti da coinvolgere: lavoratori stabili e precari, imprenditori piccoli e grandi, generazioni nuove e vecchie.

Bisogna ripensare al rapporto con i movimenti, che continuano ad esistere e ad essere attivi, ma che, come ho scritto sopra, sembrano ormai disaccoppiare la loro rappresentanza dai partiti nella forma conosciuta.

Un percorso politico culturale coraggioso

E’ difficile riassumere in poche frasi un’ambizione come quella del titolo di questo paragrafo. Potrei dire che l’elaborazione e la sperimentazione sul campo di buone pratiche deve avere un percorso, una sequenza riconoscibile. Credo che la questione della sopravvivenza della specie umana e del clima assieme all’urgenza del disarmo siano lo sfondo che va portato alla luce. La crisi epocale che sottovalutiamo sempre non può risolversi con le ricette di chi l’ha provocata. Se ne accorgono ogni ora di più, pur tra contraddizioni e stop and go irritanti Obama e la leadership cinese.

La capacità di anticipare localmente quello scenario globale fa la fortuna della nuova politica, a partire dall’esempio della Puglia. Dentro questo scenario di riferimento, le battaglie per difendere e valorizzare i beni comuni, per riqualificare il lavoro, per estendere la democrazia – compresi i luoghi di lavoro – vanno tutte ridisegnate e concretizzate, rese attuali con le forze, i generi, le età anagrafiche, le auto-rappresentazioni e auto-organizzazioni che prendono corpo se si agisce il conflitto necessario quando la partecipazione lo rende efficace.

Una visione globale è a portata di mano, se si esce dal provincialismo del Nord Italia, forse il posto peggiore al mondo in questo momento. Riagganciarci ai movimenti globali, alla testimonianza di Emergency, al rilancio della Perugia Assisi, ai diritti della terra proclamati e assunti a Cochabamba, alla lotta contro la manomissione dell’articolo 16, alla democrazia in fabbrica voluta dalla FIOM e tradurre questa coscienza minutamente e indelebilmente a livello territoriale: questo è il compito primo di una organizzazione politica in formazione. Riconversione è a mio giudizio la parola chiave, attorno cui organizzare conoscenze, lotte, proposte, buone pratiche. Penso che in particolare Unaltralombardia, una associazione costituente di SEL, possa occuparsi di questa riflessione, riradicandosi sperimentalmente, anche a mò di “fabbrica”, nei territori e producendo due o tre momenti di riflessione all’anno. Questo è il compito che io potrei continuare a coltivare.

Necessità di convergenza e “scioglimento” in SEL

La cultura della convergenza si basa sull’accoglienza dell´altro in quanto alterità, a cominciare dall´altro che è in ognuno di noi e dall´altro che si trova al fondo della scala sociale. Lo sappiamo bene che questo tipo di unità pone gravi problemi di mediazione politica fin quasi ad apparire qualche volta impossibile. Convergere insieme da una diversità di posizioni è molto più difficile che intrupparsi.

Disgraziatamente sappiamo bene che l’orgoglio dell’identità e della propria storia può dividere e frantumare; ma se gestita con saggezza politica la diversità riconosciuta può essere una forza.

Convergere è il nostro compito, così come non farsi emarginare: il mondo della partecipazione accetta con grande difficoltà emarginazioni che si basano solo su moduli spartitori e contrappositivi. Tocca a noi proporre una struttura del Gruppo che abbia terminali in tutti i territori, competenze riconosciute al suo interno per un ottimo funzionamento indipendentemente da etichette.

Tocca a noi chiedere al più presto aperture del progetto autonomamente definito a tutto l’arco del centrosinistra. Tocca a noi credere che i territori possano sperimentare soluzioni ai conflitti aperti per promuovere nuovi dirigenti, nuove forme di militanza che non passino ad un vaglio di autorità oggi non credibile né auspicabile.

Per quanto mi riguarda ho compiuto il mio ultimo tratto. Almeno in posizione di rappresentanza o, in qualche modo, di direzione. Prenderò quello spazio di riposo e riflessione che rende più lucido il passaggio ad un’altra fase della mia vita, ricca e fortunata per esperienze e affetti.

Lo spirito di servizio, che vorrei mi fosse riconosciuto, non mi esime però dal tener conto che la mia esperienza di capogruppo di SEL nel Consiglio della regione più rilevante del Paese non è stata minimamente oggetto di attenzione nel gruppo dirigente nazionale, né quando ha rischiato di venire travolta nella precipitazione mia e di Osvaldo Squassina, consiglieri, nella “voragine” del Gruppo Misto, né quando non ha avuto riconferma nella difficile prova elettorale.

Un silenzio assordante non dà luogo da parte mia ad alcuna recriminazione, ma impone la decisione, per essere unitario prima di tutto e a tutti i costi, di fare i passi indietro per partecipare da puro militante alle prossime fasi di costruzione della sinistra.

1 Comment

  1. livio

    Il problema di SEL è che non si capisce cosa sia… fin dal logo. Chi ha votato per SEL ha dato il suo voto probabilmente vedendo la foto di Vendola, perché di Mussi e Fava non gliene importa nulla a nessuno. Che significa esattamente quel “con Vendola”? Insieme a Vendola? Sostengo Vendola? Mi faccio parte del successo (meritato) di Vendola per vedere se raccatto qualche voto? Sembrerebbe proprio così, e non è un granché edificante nemmeno quel ravanare nel torbido delle storie condivise…
    È un messaggio ambiguo, e non aiuta nemmeno andare a cercare qualche informazione sul “partito”. Cosa sarebbe SEL senza Vendola, “portavoce nazionale di Sinistra Ecologia Liberta”? Nulla, probabilmente.
    Scusami ma non mi stupisco delle tue parole conclusive. Semplicemente non sanno e non si sono nemmeno accorti del lavoro in consiglio, troppa ansia da poltroncina.

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