di Mario Agostinelli – Alternative per il socialismo – Ottobre 2016

Non mi è stato chiesto di illustrare le ragioni per cui voterò no al referendum costituzionale, ma di cercare di cogliere gli aspetti salienti dell’ambiente entro cui i cittadini della Lombardia affrontano un passaggio decisivo del loro contributo alla politica e alla storia costituzionale del Paese. Nell’esperienza diretta che sto acquisendo attraverso innumerevoli incontri pubblici; nell’interrogazione delle persone che conosco oltre la mia “cerchia politica” (abito in un paese e lo vivo relazionalmente anche attraverso i… nipoti); nei riferimenti tutt’ora vivi con i militanti soprattutto meno giovani e con i più attivi del volontariato mi colpiscono innanzitutto due aspetti. Per prima cosa ci si deve stupire della sorprendente scomparsa del centro delle questioni che tormentavano questa parte del Paese solo qualche lustro fa: secessione e aspirazioni di supremazia nazionale sul piano culturale, amministrativo e organizzativo; primato dell’impresa, privatizzazioni e solitudine del mondo del lavoro (diciamo perdita di potere e diritti) sul piano più squisitamente sociale. Poi, non può sfuggire, nonostante l’abilissimo bombardamento mediatico su quanto fosse vecchia la Costituzione del ’48, la sensazione (anche dei sostenitori del Si) che non fosse indispensabile la “riforma”, al punto da volersene interessare poco per i contenuti e assai per le conseguenze geopolitiche, economiche e di instabilità che vengono adombrate se venisse annullata dal voto popolare. Sotto questo profilo la mossa di insistente personalizzazione di Renzi (non a caso sempre associata alla Brexit e al possibile disfacimento dell’Europa con la scomparsa di uno che si esibisce come un leader di crescente autorevolezza), in Lombardia è il vero centro di discussione ed è la ragione per cui penso che andrebbe non solo sdrammatizzata, ma ridicolizzata rispetto alla portata dell’operazione in corso. Nel frattempo l’unica cosa su cui si è disposti a rompere amicizie riguarda il ritornello “Renzi rimane, Renzi va via”.

Non sottovaluterei affatto questi due aspetti appena riportati, perché se il patto antifascista e di democrazia sociale del 48 può aver tenuto rispetto ad un movimento pervasivo come la Lega fino a farne dimenticare le fascinazioni e presunzioni istituzionali e se invece si rivela fragile a fronte della perpetuazione e delle spinte di un sistema imposto più dai poteri forti (in questo D’Alema vede bene) che dalla difesa della sovranità popolare, allora siamo ad un passaggio molto critico. Vuol dire che i sostenitori della Costituzione devono alzare il tono politico assai più che quello tecnico o l’invettiva sulla prolissità degli articoli e l’incompetenza lessicale della Boschi. Nella mia esperienza di dibattiti anche a più voci la questione dirimente e politicamente pregnante rimane quella del passaggio da una democrazia parlamentare ad una democrazia “decidente”. È proprio su questo punto che la attuale Costituzione afferma inequivocabilmente la centralità del Parlamento, ed è su questo punto che le deformazioni costituzionali di cui si sta discutendo compiono uno strappo inaccettabile, spostando l’asse di riferimento verso il Governo e sottraendolo ai consessi elettivi. Un vulnus che Salvatore D’albergo aveva immediatamente individuato nell’art. 12 della Renzi- Boschi (tradotto poi nell’art.72 della “riforma”) e che ha ampiamente argomentato Pierre Carniti in un articolo su Eguaglianza & Libertà. È questo un aspetto che tocca tutti i soggetti sociali nel loro diritto di rappresentanza – e in Lombardia queste realtà tengono ancora – e anche in una fase di prevalenza dell’antipolitica si può scoprire l’indisponibilità a farsi da parte come corpo votante e popolo sovrano.

Finché si rimane ai confronti esibiti dai quotidiani con riassuntini neutri o all’interpretazione tecnica esposta da giuristi, molte persone non vogliono assolutamente interloquire, anche se, interrogate, ammettono di aver visto i duelli serrati in TV credo con la stessa passione volubile con cui seguono i drammi del grande fratello. Per ragioni personali faccio la spesa al mercato di giorno o nei supermercati la sera: le donne frequentatrici quasi esclusive dei mercati, non ne vogliono parlare, mentre gli uomini al banco borbottano che nessuno è diverso: per loro gli effetti della finanziaria, non i 47 articoli modificati potrebbero significare un sì. Tra i banconi illuminati dei grandi magazzini girano famiglie che tirano male la fine del mese, non vedono rinnovi dei loro contratti, hanno appena finiti gli straordinari, confliggono giornalmente con banche e mutui, mentre le cassiere dicono che le pagano troppo poco e che l’orario di lavoro per loro è come scoprire un gratta e vinci. Nelle scuole, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro per ora non gira quasi niente: so di bacheche fatte sgomberare e di biblioteche pubbliche che hanno negato la possibilità per “dibattiti politici”. L’associazionismo non è molto vivace, se si esclude l’ANPI che organizza a tappeto anche nei comuni più piccoli comitati per il no e iniziative molto partecipate: il resto si tiene in disparte. La presenza del PD si è in parte esaurita con le feste dell’Unità, ma rimane comunque l’unica forza politica rilevante che si propone con materiale illustrato e si esibisce in comitati territoriali per il si, con presidenza quasi sempre di democristiani di riconosciuta militanza o di giovani con poca storia politica alle spalle. ACLI e mondo cattolico organizzato si cominciano solo da dopo l’estate ad esprimere su posizioni aperte e non scontate, prudentemente articolate territorialmente e da metà Ottobre hanno accentuano la loro partecipazione a dibattiti e organizzazione di momenti di informazione.

A mia esperienza, il convegno più interessante e significativo è stato preparato con cura dai missionari comboniani: hanno raccolto dapprima diverse opinioni e esperienze sociali differenziate; in due successivi incontri le hanno poste a confronto per impostare un seminario illustrativo senza tesi precostituite, ma con un filo di congiunzione riconoscibile in “alto” e “basso” e rappresentanza “delegata” o “diretta”. Per un sabato intero poi hanno chiamato cittadine e cittadini – in prevalenza giovani – ad ascoltare relatori di diverse opinioni e ad esprimersi in gruppi. La domanda d’avvio cui si era tenuti a rispondere – uno per uno – era: perché si rivede la Costituzione? Le risposte si sono rivelate disorientate, tranne nei casi in cui erano state indotte dalla comunicazione già in corso (siamo fermi da settanta anni, le leggi in Italia non si fanno mai, i partiti non funzionano, ma chi verrà se non “vince” Renzi? etc.) Con gran sorpresa, non è uscita alcuna convergenza marcata su questioni di merito. Alla fine della giornata i temi che avrebbero richiesto uno status costituzionale rinnovato sono stati individuati in: accorpamento dei comuni; diritti estesi a tutti i lavoratori; accoglienza degli immigrati; diritti della natura; rifiuto della guerra; salvaguardia della casa comune e…singolarmente! una minore velocità nelle decisioni per consentire di capire e partecipare ai processi decisionali in sedi istituzionali.

Al contrario delle organizzazioni sociali, le associazioni padronali professionali e di categoria non hanno tardato ad esprimersi. Molti sindaci hanno dichiarato da mesi la loro posizione ed entrano nei comitati, soprattutto per il si. Per ora, vista da qui, sembra di essere di fronte ad una normale competizione politica ma con un solo partito e qualche leader che appare con costanza suprema in TV. Il programma della competizione riesce confuso anche se raggiunge punti molto aspri tra i militanti più attempati, soprattutto nel PD e nel sindacato. Strano, ma una pessima revisione della nostra costituzione sembra appassionare più a sinistra ed essere snobbata dai più giovani; creare tensione nella borghesia e apatia tra i lavoratori. Quindi, siamo molto al di là di una fase in cui tentare razionalizzazioni secondo i canoni riconosciuti e riconoscibili. C’è alle spalle la sconfitta della sinistra e del mondo del lavoro. La mutazione antropologica in corso è evidente e credo che sia quasi impossibile fermarla con il richiamo ai pericoli cui si va incontro. Perciò giudico irresponsabile mettere il Paese con una grande storia sociale alle spalle di fronte alla banalizzazione delle sue conquiste e del funzionamento delle sue istituzioni, anche quando non sono state all’altezza e non certo per ragioni intrinseche. La mistificazione per cui la prima parte, la meno sconosciuta, non verrebbe modificata, e tutto confluisce nella seconda fa sorridere a fronte di una solidissima Costituzione di programma che richiede istituzioni conseguenti per raggiungere gli obiettivi dichiarati e condivisi. La mancanza che chiunque può rilevare di un atteggiamento non unicamente competitivo (chi vincerà?) tra schieramenti, ma convergente nei confronti di miglioramenti e cambiamenti che riguardano il futuro diffonde grandi perplessità ed ha le sue radici nella convinzione ereditata dal 25 Aprile che le Costituzioni non precedono la società, ma ne sono l’espressione proiettata in avanti. Quindi se ci saranno – e ci saranno! – astensioni dobbiamo sapere che hanno origine in questo sentimento largamente diffuso che di per sé è di disapprovazione per la proposta di revisione.

Concludo con una osservazione non certo rappresentativa dei dibattiti popolari, ma che riporto per il suo interesse da una conversazione con un gruppo di anziani professori, ex studenti ed esperti di scienze riuniti per un incontro di studio, che a tavola ha richiamato ovviamente il dibattito Si/No. Sintetizzo le osservazioni assai interessanti che ne sono scaturite discutendo di metodo.

La scienza moderna ha abbandonato l’ideale classico di una oggettività del mondo esterno, rimpiazzandola con una pluralità di probabilità che vanno esaminate nella loro significanza all’interno di una comunità di osservatori. Perché allora, tradotto in politica, ci troviamo costantemente di fronte a comunità chiuse e autoreferenziali, alle cerchie di amici fedeli, alla consegna del governo ai tecnici, ai superpremi di maggioranza, quando non all’auspicio dell’uomo della provvidenza, senza esaminare alternative caratterizzate da più partecipazione e pluralismo? La scienza moderna ci suggerisce di assumere ogni volta la responsabilità di scegliere la rappresentazione più ragionevole dentro lo spettro di ambiguità in cui la realtà si presenta. In fondo, il processo democratico che per rivendicare un potere diffuso dove vale il principio una testa un voto si dovrebbe avvalere tanto della delega popolare quanto della rappresentanza diretta, di un contesto locale di confronto e di livelli superiori di sintesi. Per farlo e acquistare piena validità, si dovrebbe avvicinare quanto più possibile alla condivisione delle soluzioni da adottare, al confronto di diversi punti di vista, al riconoscimento dell’opposizione e della critica come valori inscindibili dall’efficacia delle prese di decisioni. Tra democrazia e governo, insomma, il primato tocca anche metodologicamente alla democrazia.

Provocatoriamente potremmo dire, ricorrendo ad una esposizione per analogie, che in democrazia la mancanza di trasparenza, la riduzione al potere esclusivo delle maggioranze, i meccanismi premiali che distorcono i principi della sovranità popolare – insomma l’intera ossessione dell’ingegneria elettorale così avvincente da venti anni a questa parte – ci portano lontani dal metodo con cui la scienza cerca la migliore interpretazione della realtà, che comunque non è mai l’ultima. Si potrebbe dire che l’attività democratico- partecipativa e il conflitto assumono la funzione di affinare continuamente i principi che stanno alla base della convivenza e di renderli “ragionevolmente accettabili e trasferibili nel tempo”. Non è forse vero invece che la politica si allontana sempre più irrimediabilmente – anche nel metodo – dalla realtà? Hanno ragione allora Bernie Sanders e Bonaventura de Souza ad affermare al recente Forum Mondiale di Montreal che l’ultima cosa da fare oggi è “mettere limiti alle costituzioni parlamentari di democrazia sociale”.