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ENERGIA: DALLA GEOPOLITICA ALLA BIOSFERA (Carta, 2007)

Mario Agostinelli
Per la prima volta è possibile una sfida dal basso per il controllo e lo sviluppo dei sistemi energetici. Una impresa mobilitante ormai a portata di mano, ma che contempla tempi di maturazione non scontati, cadenze rivendicative imprevedibili, necessario sostegno del mondo del lavoro, della conoscenza, della ricerca, dell’istruzione e una straordinaria mutazione culturale rispetto al continuismo indotto dagli innegabili avanzamenti della tecnologia  e del sistema industriale che ha dominato l’espansione dell’Occidente negli ultimi due secoli.
E’ la riconduzione del tema dell’energia ad una dimensione territoriale che può aprire la politica energetica alla democrazia e alla partecipazione. Questo auspicato processo è in effetti reso disponibile dalla determinazione dei movimenti locali che contrastano il modello dei grandi impianti e delle infrastrutture alimentati da fonti fossili e dalla raggiunta convenienza delle fonti rinnovabili, che, per la loro tipologia e diffusione, meglio si integrano e chiudono sui cicli vitali  naturali.
Inoltre, il cambiamento climatico, così incombente nella coscienza popolare, ma così rimosso dai potenti da produrre, dopo l’iniziale stupore, un silenziamento di tutti i media sulla “bizzarria” del Nobel per la pace ad Al Gore, sembra poter mettere in discussione su scala globale il più possente apparato tecnologico-economico-finanziario prodotto dal Novecento: tutto ciò che sta dietro la presa a cui colleghiamo un banale elettrodomestico e che ora si comincia a disvelare nella sua irrazionalità. Guerre, eserciti in missione, estrazioni in terra e mare, oleodotti, navi cisterna che solcano i mari, enormi centrali, chilometri di fili sostenuti da tralicci, cisterne in marcia sulle reti autostradali: almeno il 70% di energia primaria accumulata dal sole in milioni di anni sottoterra, sottratto alle generazioni future, disperso prima dell’utilizzo finale e accumulato come CO2 in atmosfera, ma riversato in profitti monetari correnti, titoli e potenza per pochi, a dispetto delle calamità naturali, della povertà, e della marginalità di molti.


Così, in questo frangente della storia del pianeta, locale-globale sembra finalmente un paradigma buono anche per l’energia, dando ragione a chi, nel movimento da Seattle a Porto Alegre e poi a Mumbay e Nairobi, ha avvalorato una narrazione del “fuoco” empedocleo come corrispettivo della vita anziché della distruzione, come elemento della biosfera, prima che oggetto primario della geopolitica.
Una autentica rivoluzione concettuale necessaria al futuro della nostra specie e l’invito urgente ad una pratica democratica conflittuale di grandissima intensità e diffusione. Una alternativa di non facile realizzazione, se si pensa alla strategia nazionale per la sicurezza e la politica energetica delineata recentemente negli Stati Uniti, non dal guerrafondaio Bush, ma da una commissione democratica presieduta da Madeleine Albright. In essa si critica sì la sottovalutazione degli effetti climatici da parte del Governo Repubblicano e l’insuccesso delle guerre per il petrolio in Afghanistan e Iraq, ma si mantiene la barra sul sistema attuale, semplicemente ammodernato e corretto dalle tecnologie di efficienza e integrato dall’apporto marginale di nuovi carburanti e di fonti naturali rinnovabili. In particolare, nel documento dal titolo “A new energy strategy”, si chiede la riduzione della quota di petrolio e gas importato dalle zone insicure, la diffusione a scala industriale del sequestro della CO2 per sostenere il carbone, un maggior accesso alle fonti nucleari protetto da trattati di non proliferazione e “giustificato” dalla maggior sicurezza (?) dei reattori di quarta generazione, la modernizzazione delle infrastrutture energetiche globali e dei canali di approvvigionamento e distribuzione delle fonti fossili tradizionali, l’esportazione di tecnologie di riduzione della CO2 in particolare in Cina ed India per ridurre il contributo di emissioni delle economie emergenti, il traguardo del 25% di nuovi combustibili per autotrazione (biocarburanti, idrogeno e carbone liquido). La delusione per questo programma pluriennale è evidente, ma non si deve trascurare la diretta influenza di queste scelte sui comportamenti effettivi del nostro  Governo e sulle stesse posizioni della Commissione UE, a cui faremo riferimento nel definire obbiettivi intemedi per il movimento.
Questo quaderno mensile di Carta è già la registrazione di uno straordinario avanzamento politico-culturale, assai più praticato dagli elettori che dagli eletti e anch’esso presente nella speranza di una ripresa di contatto virtuoso tra società e politica. E’ la testimonianza di come, nel quadro di un dibattito che si vivacizza e di forti ripensamenti – si pensi all’effetto del rapporto Stern e dei documenti dell’IPCC -si stia consolidando una possibilità inedita di coniugare molti aspetti della lotta dei movimenti per un nuovo mondo possibile anche sotto la categoria trasversale dell’energia e nel raggio d’azione delle politiche economiche e sociali ad essa correlate.

UN “CONTRATTO MONDIALE” PER LA FUORIUSCITA DAI FOSSILI
Per una pura casualità temporale, il modo di produzione capitalistico ereditato, che tra l’altro necessita di un insostenibile modello di consumi, va incontro ad una cesura generata da tre occorrenze contemporanee: l’esaurimento delle fonti fossili, la concentrazione insostenibile di anidride carbonica nell’atmosfera, gli imprevedibili effetti sociali della conseguente crisi della natura. Tre emergenze che richiedono una discontinuità, che, almeno nel mondo ricco, come testimonia il documento citato dell’Albright, si riflette già da ora sulla politica estera, sugli scenari militari, sulle politiche di riarmo e, quindi, sulle scelte industriali, sulla destinazione delle risorse, sul confronto-scontro tra culture, fino al futuro della democrazia. Dato che le strade e le soluzioni che si aprono non sono né obbligate né coincidenti, proprio al movimento spetta di volgere questa urgenza di cambiamento in opportunità.
Al Forum Sociale Mondiale 2005 si è costituito un “contratto mondiale per l’energia, il clima e contro la povertà” di cui Carta ha già trattato e la cui proposta è nota e facilmente recuperabile. Una rete di reti regionali subcontinentali, ancora abbastanza fragile, che dovrebbe ricevere prima del Forum Sociale Mondiale previsto per il 2009 in Amazzonia una sanzione di rappresentatività e una incisività di obiettivi, che oggi stanno nel bagaglio solo del movimento sull’acqua.
In Italia il contratto è attivo ed è sostenuto da associazioni ambientaliste, da alcuni sindacati, da movimenti nei territori. Due scadenze vicine ne rafforzeranno l’azione: la “controconferenza otherearth” che si terrà a Roma a Novembre in occasione della Word Energy Conference – appuntamento delle lobbies e delle imprese internazionali sostenuto dalle oligarchie del G8, che per la prima volta si tiene in Italia – la predisposizione e costruzione dal basso di un piano energetico nazionale alternativo, da portare in discussione nella primavera 2008.
Le difficoltà che incontra il “contratto” sono oggettive e possono essere superate solo con una intensità di sforzi pari a quanto già prodotto per l’acqua. Per la verità, al contrario che nel caso dell’acqua, per cui i concetti di diritto, vita, conservazione emergono immediatamente e per la quale è solo esile e informale l’organizzazione mondiale di imprese e governi che ne pretendono il controllo, qui esistono da tempo potentissime organizzazioni di imprese, cartelli intergovernativi e agenzie di sviluppo sottratte a qualsiasi controllo democratico. Si pensi solo all’OCSE e alla IAEA, o al funzionamento nel recente passato delle “sette sorelle”. L’enorme potenza politica, economica, finanziaria di queste autentiche istituzioni condiziona spesso gli stessi governi e influenza perfino la cornice entro cui si muovono anche istituzioni come l’UE, senz’altro più propense di altre a modificare l’assetto del proprio sistema energetico, considerati gli effetti climatici a cui è esposta L’Europa e la forte dipendenza dalle importazioni.
Per queste considerazioni i movimenti sul territorio italiano, per una loro efficacia, devono agire e confluire in una dimensione nazionale e almeno europea, mantenendo poi, come è nella prospettiva del “contratto” il collegamento con le specificità di tutti i continenti.
Con intelligenza occorrerà quindi far leva sul Piano di Azione dell’Unione Europea, che fissa come obiettivi al 2020 il 20% dei risparmi nel consumo di energia primaria, la riduzione del 20% di emissioni di gas serra rispetto al 1990, il 20% di energie rinnovabili sul totale dei consumi energetici, con una quota minima del 10% di biocarburanti per autotrazione. Già così si otterrebbero 780 milioni di tonnellate in meno di emissioni di CO2 l’anno, due volte di più di quel che prevede il protocollo di Kyoto al 2012.
Il nostro Paese è lontanissimo da questi traguardi e a livello regionale – si pensi alla Lombardia che emette oltre un quinto di tutta la CO2 sul territorio nazionale – è ancor più omissivo di interventi. Proprio un’organica azione dei movimenti sul territorio e la loro riunificazione in obiettivi nazionali ed europei da perseguire effettivamente nell’immediato e interpretati come traguardo da superare nel lungo periodo per la salute della specie e della terra (il “contratto” fissa 1 Tep /pro capite di consumo di energia entro il 2050; 1,5 Ton/anno pro capite di emissioni di CO2  entro il 2050; inversione dell’”overshoot day” al 31/12 nel 2030; impronta ecologica a 1,8 ha/pro capite al 2030) potrebbe segnare un percorso di riferimento e indicare strade di volta in volta discusse e democraticamente definite dalle comunità locali. Si tratta, quindi, di costruire organicamente proposte anticipatorie che, laddove sono in corso opposizioni delle popolazioni locali o dove ci si cimenta, come nella rete dei Nuovi Municipi, a ridisegnare un nuovo rapporto con la natura fondato sul superamento dello spreco energetico e del consumo di spazio delle reti lunghe, siano credibilmente alternative a quelle che Enel, ENI, Giunte e Governo vorrebbero imporre.

INERZIE, RESISTENZE E NUOVO PARADIGMA
Occorre premettere che, se si lasciassero sostanzialmente inalterati l’organizzazione della produzione e del consumo, la tendenza esclusiva alla proprietà privata individuale dei mezzi di trasporto, il consumo di territorio, il modello intensivo di agricoltura, l’irrazionalità dell’alimentazione, l’organizzazione capitalistica dei tempi di lavoro e di vita, l’indispensabile passaggio ad una “società sobria e solare” sarebbe impossibile. E sicuramente l’inerzia a cui sono permeabili in modo particolare le società ricche, verrà sostenuta con un enorme apparato propagandistico dagli interessi che alimentano la continuità del modello attuale.
Due sono, a mio giudizio, le opzioni che saranno perseguite e addirittura anticipate rispetto agli investimenti e alle decisioni politiche necessarie a adottare un nuovo paradigma.  Esse andranno combattute per impedire che nei fatti si contrabbandi per svolta una operazione di mero consolidamento e ammodernamento del sistema attuale, con al più qualche concessione alle rinnovabili in funzione complementare al consumo di fossili.
Innanzitutto, l’opzione di approntare nuove imponenti infrastrutture, da finanziare con i proventi dell’aumento dei prezzi delle fonti fossili in esaurimento, che accompagnerebbero una infinita transizione di “decarbonizzazione” dell’economia, semplicemente privilegiando il gas naturale per un aumento della potenza elettrica installata. E’ in base a questa opzione, sostenuta dall’ENI in particolare, ma assolutamente vecchia e miope rispetto al lungo periodo, che il nostro paese aspira a diventare la piattaforma continentale stabile per il flusso e lo stoccaggio di questa fonte fossile.
In secondo luogo, l’opzione di mantenimento di grandi impianti di produzione elettrica e di  rinuncia al decentramento della generazione con piccole installazioni alimentabili da rinnovabili, avvalorando la mistificazione dei benefici di un improbabile, costoso e pericolosissimo sequestro di CO2 e del rilancio del nucleare, riverniciato con la sigla di “quarta generazione”. Tutte ipotesi già presenti nel memorandum presentato in corso d’anno da Bersani all’UE col titolo “Posizioni del Ministero dello Sviluppo Economico in materia di poltica energetica, competitività, consumatori e politiche di coesione”. In effetti, il nostro Governo e la stessa commissione Europea procedono su due linee parallele, in contraddizione tra loro: quella dell’appoggio all’“obbiettivo 20/20/20” e quella dell’aggiornamento del sistema energetico attuale, con il mantenimento di impianti centralizzati e di imponenti reti e con la sostituzione del petrolio con gas, carbone, nucleare e una quota di biocarburanti per trasporti. La “transizione” verso il solare sarebbe quindi più propagandistica che reale, in quanto la struttura del sistema si manterrebbe sostanzialmente inalterata e dipendente dai consumi elevatissimi e in crescita, con una semplice correzione imposta dal contenimento dell’effetto serra attraverso tecnologie di dubbio risultato, ma di tremendo effetto ambientale. E’ indicativo al riguardo il documento Bersani che, dopo aver citato una politica virtuosa per contrastare il cambiamento climatico, si propone di “assicurare un livello adeguato di offerta sia nell’approvigionamento di petrolio e di gas naturale, quanto nella capacità di produzione di energia elettrica; di organizzare un mercato europeo integrato dell’energia con il peso di 450 milioni di consumatori; di liberalizzare per realizzare gli ingenti investimenti richiesti nelle reti, nelle infrastrutture, negli approvigionamenti”.
In realtà, siamo di fronte ad una transizione statica, ad un robusto ammodernamento della struttura, alla diversificazione delle fonti fossili, senza quella trasformazione di fondo che, passando al più presto agli annunciati 44.000MW di rinnovabili rispetto agli attuali 21.000 MW, renderebbe possibile, quanto necessario, un mondo solare, obiettivo dichiarato del “contratto mondiale”. Così il futuro dell’Italia sembrerebbe quello di diventare il terminale di grandi interconnessioni dalla Turchia (progetto ITGI), dalla Algeria (progetto GALSI), dalla Russia, dall’Albania e sede di rigassificatori che ne farebbero la piattaforma di transito e di stoccaggio per l’Europa, in analogia ad una contemporanea funzione logistica e di percorrenza per le merci che provengono dall’Oriente. Una vocazione allucinante per il nostro Paese, attraversato prima che vissuto, spina dorsale di in sistema fossile e di trasporti destinato a scomparire e, quindi, pregiudicato nelle sue politiche industriali da una missione sul vecchio anziché sui nuovi prodotti socialmente e ambientalmente desiderabili.
In ultima analisi, l’ossessiva attenzione posta sul tema della competitività anche per quanto riguarda la trasformazione del sistema energetico ci attarda e impigrisce sul modello di sviluppo fin qui perseguito e fa perdere irresponsabilmente di vista la necessità di percorrere nuove strade.
Ma nuove strade hanno bisogno di quella partecipazione che libera la creatività e non si percorrono con la testa rivolta dietro le spalle. E nemmeno eludendo un coraggioso e diverso modo di pensare, che parte da una “narrazione” dell’energia cui ho provato ad accennare per esteso già su questa rivista. Contiamo sullo slancio dei movimenti.

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