mario agostinelli

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Generale

Lo scandalo del vertice di Rio

Mario Agostinelli

Ho volutamente scelto per queste note un titolo che denunciasse il tentativo criminoso dei potenti della terra di insabbiare la questione climatica –ineludibile se si ha a cuore la vita sul pianeta –  contrapponendole come priorità esclusiva  un ostinato assillo per il debito finanziario accumulato nei confronti delle future generazioni. E’ in atto, a dire il vero, un ribaltamento di prospettiva che andrebbe duramente confutato: ma non c’è abbastanza coraggio politico e culturale per demistificare un’abile e artificiosa contrapposizione tra generazioni,  costruita sulla attribuzione arbitraria di un valore di scambio per ogni risorsa sociale e naturale portata a viva forza al mercato. Per risolvere quel  “passivo” contabile – a cui si dedicano in minuetti sempre più privati e segreti  i Monti, le Merkel, i Draghi, e perfino i Kissinger e i Bernanke resuscitati – basterebbe redistribuire qui ed ora l’enorme ricchezza accumulata nelle tasche di pochi e immettere nel circuito legale le somme custodite nei paradisi fiscali, impegnate nella corsa agli armamenti, sequestrate dall’economia criminale. Al contrario, il debito nei confronti della natura è strutturalmente inestinguibile in base al modello di crescita attuale e la procrastinazione di quast’ultimo, così accanitamente voluta, comporta uno sperpero irrimediabile dei beni indispensabili alla riproduzione e un contemporaneo aumento dell’ingiustizia sociale.

E’ urgente allora accettare la sfida sul domani, per andare oltre l’orizzonte redistributivo e portarsi a monte, anziché  insediarsi a valle delle strutture produttive, economiche, finanziarie e della stessa filiera dei consumi che incrementano incessantemente l’entropia dell’ambiente vitale. Ma non ce la caviamo con le ricette del passato e solo riscoprendo la protervia mutante del capitale: spostare lo sguardo e il campo del conflitto a monte riguarda tutti e non solo chi, decapitando la democrazia, definisce l’agenda e le priorità del governo del mondo: tanto quindi l’1%  asserragliato nei suoi privilegi quanto quel 99% frammentato, discontinuo e indeciso. Oserei dire che la malattia finanziaria

sta contagiando con lo stesso virus la gente comune e questo è un problema non da poco.

Proprio il vertice di Rio avrebbe potuto ricomporre una spaventosa lacuna che la politica mondiale non vuole colmare: sulla necessità di affrontare l’emergenza climatica il consesso delle nazioni era sufficientemente ampio, la valutazione del mondo scientifico manifestava una inconsueta uniformità, la mobilitazione dei movimenti puntava a ragionevoli compromessi. Eppure ,l’esito è stato semplicemente insignificante,in quanto i governi e i media dei vari “Gx”(con x=7, 8, 17, 22… a piacimento) sono riusciti a  ridurre la Conferenza  ad una costosa talkfest, da cui hanno preso le distanze solo i movimenti e i network alternativi. 

Occorre allora domandarci perchè sui lavori  di Rio l’informazione nostrana abbia farfugliato banalità o tenuto un silenzio scandaloso, perché tutte le forze politiche e gli intellettuali folgorati da Monti  abbiano  latitato e per quale obnubilamento collettivo,  a soli due mesi di distanza,  si ignorano perfino le più scontate e retoriche raccomandazioni. Al punto che il governo dei banchieri rilancia nel nostro Paese una politica energetica fondata sul consolidamento dei fossili e di fatto sulla crescita delle emissioni di CO2.

Proverò a cercare spiegazioni, e non certo giustificazioni, ad una incredibile omissione riguardo alla centralità della crisi ecologica, di cui anche i politici e gli economisti di sinistra portano colpe non trascurabili. Al contrario dei movimenti, che tuttavia soffrono di crisi di visibilità e di un impossibile dialogo con queste istituzioni. Evidenzierò aspetti  di fondo trascurati, senza la cui rivalutazione è impensabile una adeguata mobilitazione. Per immetterli però in un dibattito che produca conflitto occorre per il clima, come è avvenuto per l’acqua e per il nucleare, una “scintilla”: al riguardo, giudico utile la proposta di  Nicola Cipolla per un referendum contro il piano energetico annunciato da Passera.

 

1.               Spread ecologico: l’emergenza esorcizzata dalla finanza

   

Dal 20 al 22 di Giugno 2012 si è tenuta a Rio de Janeiro la “Conferenza sullo sviluppo sostenibile”, molto attesa e a lungo preparata nell’ambito delle Nazioni Unite, a venti anni dall’adozione del piano di azione “Agenda 21” lanciato  al primo “Earth Summit”  del 1992. Nel “Vertice della terra” di allora, apparve per la prima volta sul tavolo dei negoziati l’idea di una sorta di trattato di pace fra la specie umana ed il resto delle forme viventi: un fatto straordinario che risvegliò grandi speranze. Scriveva Alex Langer nel luglio 1992: “La semplicità di vita è il vero obiettivo proclamato dal vertice della terra: così rivoluzionario da non poter essere iscritto in un trattato”. Al contrario, Rio+20 non si è indirizzata su questo binario. Anzi, l’obiettivo è diventato il solito vecchio tentativo di fagocitare l’ambiente nel vecchio sistema, trasformando le regole ambientali in strumenti commerciali e  dando un prezzo ai “servizi” della natura, creando addirittura  prodotti finanziari “per proteggerla”. Questo processo di involuzione è diventato più evidente all’inizio del nuovo millennio ed è guidato dalla cupola finanziaria e dai governi che “adottano” la crisi per una ulteriore stretta liberista e in dichiarato contrasto con la “giustizia climatica” invocata dai movimenti e sostenuta dalla gran parte dei paesi del Sud del mondo. Non a caso, già alla Conferenza di Johannesburg del 2002 vennero lanciati i partenariati pubblico-privato per il perseguimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio: nei fatti, un’opportunità per le imprese di accedere a settori quali l’acqua,il sole, la salute, l’educazione.
Dal 1992 molto è cambiato: la popolazione è cresciuta del 26% (da circa 5,5 miliardi di persone nel 1992 a oltre 7 miliardi nel 2012) e più del 50% vive in aree urbane; l’estrazione di materie prime è aumentata del 40% (da 42 miliardi di tonnellate nel ‘92 ai 60 miliardi di oggi), le emissioni in atmosfera di CO2 sono passate da 22 miliardi di tonnellate a oltre 30 miliardi (+36%). Abbiamo perso 300 milioni di ettari di foreste (una superficie superiore a quella dell’intera Argentina) e mangiamo sempre più carne: il consumo pro capite da 34 kg nel 1992 è salito a 43 kg (+26%). Formalmente, la ricchezza è cresciuta: il prodotto globale lordo è salito anch’esso del 40%, ma non altrettanto il benessere, la fiducia e la speranza della gente.  Con la globalizzazione liberista l’economia è stata mangiata dalla finanza e l’iper competitività economica si è tradotta in iper competitività sociale ,che ha rotto alleanze che nel 1992, a partire dall’Unione Europea, avevano sostenuto il tessuto delle comunità locali.

Servirebbe far tornare l’economia nei limiti della biosfera, tagliare le gambe ad una finanza che drena denaro per concentrarlo in poche mani, avere l’obiettivo non di produrre più cose con meno persone, ma di far lavorare più persone, distribuendo la ricchezza. Esattamente il contrario delle politiche di austerità, estese  grazie ad un rinnovato  comando del sistema di potere capitalista a livello globale.  Secondo uno studio dell’Università di Losanna, da sole147 imprese intimamente interrelazionate, di cui la maggioranza banche , multinazionali dell’acqua e del petrolio, corporation delle armi del nucleare e dei trasporti, detengono un potere sproporzionalmente elevato sull’economia mondiale e indirizzano lo spostamento di enormi riserve pubbliche statali verso le banche private e agli armamenti, sostengono la decadenza dello stato sociale pubblico a favore dei sistemi assicurativi, la privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni e il rilancio del binomio auto-petrolio contro le rinnovabili e i progetti di mobilità sostenibile. Si tratta di reti ad alta conservazione e con relazioni e punti di comando affidati a tecnici e manager che costituiscono un olimpo internazionale e che agiscono fuori dall’interesse generale, senza controllo democratico. Siedono invece in istituzioni private poco trasparenti (Trilateral, Bilderberg, Aspen Institute), dove si decidono le strategie internazionali a breve e lungo tempo. Consessi promossi per inviti e cooptazioni da grandi potentati economici (Rockefeller, Goldman Sachs, Unilever, Ford, fino ad ENI e ENEL) e allargati a politici “bipartisan”, nonché intellettuali e direttori di media influenti. Chi oggi governa e informa l’Italia e l’Europa ha avuto –  ed ha tutt’ora – parte rilevante in questo processo di estromissione della volontà popolare. Con l’effetto  di un formidabile occultamento della dimensione reale della crisi e di un travisamento delle soluzioni da adottare. Si pensi ai punti elencati nella lettera della BCE al governo italiano e si avrà la rappresentazione paradossale delle condizioni ultimative che vengono imposte alla finanza pubblica e allo stato sociale, secondo una road map fissata nel minimo dettaglio anche temporale, e che invece non si estendono minimamente a qualcuno dei temi che sono andati in discussione a Giugno a Rio. Se poi, mettendo da parte il senso del ridicolo che caratterizza il cortile di casa nostra, spostiamo l’attenzione  alle convenzioni internazionali entrate in vigore negli ultimi dieci anni, risulta sintomatico e impressionante come sull’emergenza climatica e gli impegni di rientro “dal debito naturale”  non venga mai contemplato nemmeno uno scadenzario di massima corroborato da una qualche cogenza.

 

Occorre allora valutare come il successo del pensiero unico e l’interpretazione arbitraria e unilaterale della crisi abbiano ridimensionato anche le aspettative  per la Conferenza di Rio, fino a manipolare l’opinione pubblica e isolare politicamente i movimenti entrati ostinatamente in campo. Già, perché mentre una maggioranza  larghissima votava in Parlamento i provvedimenti di Monti senza minimamente  contestare i dati arbitrari o truccati – Libor, livello del debito, deficit pubblico da non superare – in nome dei quali si condannano a morte interi popoli, dall’altra parte del mondo andava a monte senza significative opposizioni di natura istituzionale il tentativo di rifondare una politica economica finalizzata alla salvaguardia del pianeta e alla giustizia sociale . Potremmo dire: obiettivo raggiunto! In effetti da tempo all’opinione pubblica si è insegnato a maneggiare giornalmente l’andamento dello spread: ma quanti, a livello di massa, conoscono  quanta CO2 pro capite consumiamo, se questo indice è cresciuto o diminuito da quando sono al governo i “tecnici”, quanto tempo ci vorrà per evitare la catastrofe e quale agenda i governi si sono dati all’uopo?  “Taci! Lo spread ti ascolta!”, sembra una cacologia moderna dello staliniano “taci il nemico di ascolta”, al punto che ogni tentativo di liberarsi da una distorsione così palese, è stato isolato con stizza (è capitato perfino al presidente di Confindustria Squinzi!). E mentre quasi l’intera rappresentanza politica approva la nostra “entrata in Europa”a colpi di pareggio di bilancio in Costituzione e abbandono dello stato sociale, silenziosamente si concretizza una nostra uscita dallo “spirito di Rio 1992”.

 

E’ evidente come in questo clima complessivo l’isolamento dei movimenti – almeno in Italia e in Europa – si faccia più pesante, anche se le esperienze locali di opposizione si rivelano ormai capaci di coagulare proposte alternative praticabili, che costituiscono tasselli ancora separati ma possibilmente convergenti di una straordinaria stagione che io ritengo alle porte. Si pensi da noi, oltre alla Val Susa, alle diffusissime iniziative per la riconversione energetica su base locale e  alla battaglia articolata per la ripubblicizzazione dell’acqua, alle lotte che si sono aperte con aspetti inediti a Taranto e in Sardegna e che possono mettere in comunicazione anziché far procedere separati occupazione, ambiente, territorio, salute, riconversione ecologica. In più occasioni, a livello locale, già si possono constatare processi di meditato riavvicinamento tra ambientalisti e sindacati, convergenze di esperti e comitati, fusione di strategie prima distinte sul tema dei beni comuni. E’ ancora poco, ma vale per tenere da qui il passo di un’impressionante crescita di elaborazione a livello mondiale, concentrata soprattutto nei Paesi del Sud del mondo. A Rio non c’è andata la politica nazionale, ma ci sono andati gli esponenti di associazioni e di molte realtà in fermento, collegate a rete e con una solida relazione internazionale.

Proprio a Rio è stato organizzato il  “Vertice dei popoli”, in quella incomunicabile antitesi tra governi e movimenti che ormai caratterizza il nuovo millennio, sottolineata nell’occasione perfino spazialmente. Infatti, il vertice Onu dei capi di stato si è tenuto a Barra de Tigiuca, la parte bene di Rio; la “Cupola dos Povos”  invece a Aterro de Flamengo nel cuore della città separata. Forte la presenza italiana, a sostegno, come accennavo, di una vivacità sociale che la crisi della politica non basta a contraddire.

Molto avverito l’aspetto simbolico del “ritorno”, dopo venti anni, laddove si era consolidato anche il primo embrione di movimento globale (quello che poi venne ribattezzato Popoli di Seattle, movimento no-global, oggi Indignados o Occupy), che avrebbe prodotto nei Social Forum proposte alternative sulla giustizia ambientale e il debito ecologico. Già nel 1992 erano  attive in Italia la Campagna Nord-Sud, Biosfera, Debito e si formava   una rete nazionale e internazionale di movimenti  e realtà impegnate sui temi dello sviluppo, dei diritti dei popoli e dell’ambiente, “esplosi” letteralmente dopo pochi anni a Porto Alegre. E mentre nei primi anni 2000 l’Europa veniva fagocitata dalla crisi finanziaria, l’America Latina, come afferma Francesco Martone,  “è diventata e continuato ad essere laboratorio di approcci alternativi che mettessero in pratica il concetto di debito ecologico, e lo articolassero attraverso i principi del diritto, (ad esempio i diritti della Madre Terra) e la “buona vita” o “Buen Vivir”, recepiti nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia”.
In continuità con questo percorso si sono quindi mosse le iniziative dei movimenti sociali globali, compresi quelli italiani, che hanno elaborato in preparazione di Rio+20 posizioni comuni, come quelle decisamente innovative coordinate dalla rete Rigas.  C’è quindi un  lascito del “controvertice” da esaminare,  nel contesto di un sostanziale fallimento dell’appuntamento ufficiale.

 

2.               Cosa rimane dopo Rio?

 

In preparazione di Rio, il World Economic Survey delle Nazioni Unite ha stimato in  70.000 miliardi di Euro il costo della “riconversione verde dell’economia mondiale, ma non ha indicato alcun processo specifico per attuarla, per non sollevare  la suscettibilità delle “147 imprese” cui abbiamo accennato sopra. Questa osservazione racchiude la “cifra” della conferenza ufficiale sulla sostenibilità.

Dobbiamo certamente tener conto  che siamo nel pieno di un processo complesso che data da oltre venti anni, che avuto avanzamenti significativi, ma che allo stato attuale è governato  dall’economia con l’abdicazione della politica. Ed è forse per nascondere la sua forte delusione che la presidente del brasile Dilma Rousseff  ha tenuto a sottolineare nel suo discorso ufficiale che Rio rappresenta solo una piattaforma di partenza, l’inizio di un percorso, non il suo apice. In effetti è in crisi il modello multilaterale classico e ogni impegno preso e concordato a livello sovranazionale rappresenta solo l’indicazione di una convergenza tra ciò che i paesi già stanno facendo a livello nazionale. La sovranità dei potenti non abdica di fronte al bene comune: il mantra dell’austerità si è quindi fatto sentire, confinando la discussione sulla trasformazione ecologica dell’economia in ambiti esclusivamente teorici, senza invece offrire sponda e cittadinanza a quella miriade di esperienze concrete che da tempo praticano vie alternative.

Il documento finale non contiene impegni sostanziali sulla sostenibilità dello sviluppo, se non l’indicazione di un processo di negoziato futuro. “Un menù ricco di suggerimenti e proposte senza alcuna obbligatorietà, con una dose di buona volontà commovente e con una ingenuità analitica spaventosa, direi deplorevole” l’ha definito Leonardo Boff.

Nessun impegno per le risorse finanziarie necessarie e perfino l’impossibilità di stilare una  “Convenzione degli Oceani”, data la forte  opposizione delle lobbies energetiche alla ricerca di perforazioni marine sempre più devastanti. Ma, soprattutto, nuovo spazio al privato e alle risposte del mercato. I concetti ispiratori tradiscono una sostanziale adesione al vecchio paradigma di sviluppo, che vede nei concetti di “crescita economica” uno dei pochi driver di cambiamento futuri, non considerando minimamente i “limiti del pianeta”.

 

In questo scenario, definito per consolidare la cornice esistente, la Green economy diventa strumento di mercato capace di risolvere i suoi stessi fallimenti. Massima libertà alle imprese, quindi, con l’incredibile auspicio di una loro attenzione al bene comune.

La Governance globale rimane ancora in mano solo ed esclusivamente ad organizzazioni economiche e finanziarie, come il Fondo Monetario e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Da nessuna parte viene sottolineato il concetto di “sovranità alimentare”, sostituito da quello di sicurezza. Si mette in risalto l’importanza di una liberalizzazione dei mercati agricoli, nonostante l’opposizione della società civile mondiale e dei movimenti contadini. Sulla parte legata ai diritti del lavoro, l’accento è posto sulla disponibilità di opportunità di impiego e sul concetto di “mercato del lavoro”, mentre non emerge affatto la questione del “diritto. Per il cambiamento climatico,  l’accento viene posto sulle politiche di adattamento, più consone e profittevoli all’intervento della Green economy, piuttosto che di mitigazione delle emissioni. In sostanza, è passata l’idea che gli approcci “volontari” siano l’unico modo per affrontare e risolvere gli squilibri di un modello di sviluppo insostenibile. Come afferma Alberto Zoratti: “ Il concetto di responsabilità privata sostituisce, come motore del cambiamento, la responsabilità democratica dei decisori politici, aprendo la strada a processi decisionali poco trasparenti e non più controllabili dalla cittadinanza globale”.

Anche i sindacati, tradizionalmente molto conservatori, hanno fatto un passo avanti nel giudizio netto sulla inadeguatezza del modello di sviluppo attuale. Come ha avuto modo di dire la rappresentante del Major Group dei sindacati internazionali, il documento è un

testo “concettuale” ed ispirato ma poco concreto, e che rimanda a data da destinarsi impegni che la Comunità internazionale avrebbe dovuto prendere “qui ed ora”.

Per capire l’inconsistenza e la non cogenza dei risultati della Conferenza, basta la lettura post Rio evidenziata dalla campagna elettorale negli Stati Uniti. Obama arretra significativamente rispetto alle posizioni del precedente candidato democratico Al Gore, invocando flessibilità nei negoziati internazionali sul clima, mentre Romney, sfidando simbolicamente il ciclone Isaac, cancella dal programma repubblicano la parola “climate change”.

Da Rio escono vincitori e vinti, e tra questi ultimi, stando alle conclusioni ufficiali,  possiamo elencare le proposte della società civile globale e la speranza di un cambiamento strutturale del sistema. Forse ce lo dovevamo aspettare. Dal tempo della Rivoluzione Industriale fino agli anni ’80 del secolo scorso vivevamo della ricchezza che producevamo. Si è da oltre trent’anni entrati in una fase in cui, bruciati i risparmi diffusi accumulati con il riconoscimento del diritto al lavoro e resi possibili dal compromesso sociale , si è cominciato a vivere di debito. Invece di transitare verso una economia capace di produrre in armonia con la natura e in funzione del lavoro e della riproduzione, si sono accumulati debiti personali e collettivi nell’illusione di un benessere divoratore del futuro. Nel frattempo il costo delle materie prime, a partire dal petrolio, è aumentato in continuazione, per la nostra domanda e per quella sempre crescente dei Paesi emergenti: nonostante ciò  la globalizzazione è stata assunta come una nuova opportunità di consumo e di creazione e sequestro di ricchezza in danaro, diventato, come preconizzava Marx,  la condizione universale per soddisfare i bisogni e produrre i beni. La crisi inevitabile, ci si para dinanzi con due opposte soluzioni:o un attacco ancor più feroce agli ecosistemi alla giustizia sociale di un’economia che riempie tutti gli spazi di vita  fino al loro esaurimento reggendosi sulla più aspra competizione, o la realizzazione di una profonda riconversione ecologica, con una rivalutazione del ruolo sociale del lavoro, un ridisegno dell’agricoltura, un rilancio dei beni comuni, un reinsediamento della democrazia a partire dalle realtà locali.

Possiamo, a mio giudizio, assumere l’avvenimento di Rio – le due Rio – come paradigmatico: sulla prima strada insistono i governi del mondo, sulla seconda si apprestano movimenti, realtà locali e culture alternative in consolidamento. Non è alle viste un patto tra il lupo e l’agnello. E non possiamo nemmeno comportarci come se fossimo di fronte a processi facilmente reversibili. La politica dell’austerità sta facendo strame del patto sociale su cui le socialdemocrazie avevano con successo incardinato lotte e rappresentanza. Non si può quindi rimanere a guardare equidistanti – nemmeno per chi si ritiene rigorosamente riformista – mentre  viene impunemente distrutta la base sociale su cui si può fondare il cambiamento. Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Percepire la dimensione vera della crisi è oggi, di conseguenza, un obiettivo politico di prima grandezza, perché le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa è la funzione che si è concretizzata al “Vertice dei popoli”: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile (con la crisi) diventa il politicamente inevitabile.

Esaminiamo allora l’attuabilità della linea di proposta emersa a Aterro de Flamengo.

 

3.               L’attualità dei movimenti

 

Il sistema, per uscire dalla crisi che esso stesso ha determinato, ha bisogno di ampliare il suo campo di azione (finanziario e commerciale) trovando nuovi asset su cui investire. La natura, a cominciare dal carbonio e la biodiversità, è l’ultima frontiera. La natura, tuttavia, ha una sua autonomia rispetto alle leggi dell’economia: le leggi fisiche hanno una oggettività che non si sottomette agli interessi di classe. E la vita, in particolare, sta dentro una finestra energetica ed in uno spazio-tempo che non si possono artificialmente alterare. Bloccare la mercificazione della vita, la privatizzazione della natura e dei beni comuni è quindi un aspetto centrale e non marginale per “uscire dal tunnel”.

Allora si capisce come sia importante riportare il punto di partenza di un conflitto esiziale

ai territori con le comunità e le esperienze capaci di costruire economia solidale ed ecologica e con le realtà resistenti che si oppongono ad un modello di sviluppo distruttivo. E’ necessario ormai integrare la proposta e il conflitto, così da dimostrare che assieme alla transizione possibile si possono mettere in campo azioni di tutela e di difesa dei progressi ottenuti.

Il documento finale della “Cupola do Povos” afferma che tutto questo si potrà consolidare solo in un’ottica di integrazione tra i movimenti territoriali e le campagne globali, le reti internazionali, per facilitare uno scambio di esperienze e di informazioni. La presenza ai vertici ed ai controvertici da ora in poi sarà conseguenza di scelte strategiche (strategia inside – outside) e non di posizioni preconcette, con la volontà  di comunicare all’esterno ciò che accade nelle stanze chiuse delle istituzioni internazionali.

 

E’ compito quindi delle reti della società civile mettere in atto azioni concrete e convincenti, basate su analisi rigorose ed azioni coerenti, e richiamare ai suoi compiti la politica. C’è, in definitiva, una dimensione contenutistica e culturale che va di pari passo con una dimensione organizzativa, fatta di campagne internazionali e lotte locali, finalizzate a riorientare l’economia mondiale verso modelli sostenibili di produzione e consumo. E migliorando, nel contempo, la creazione globale di ricchezza da ridistribuire e di lavoro dignitoso,  in sostegno alle fasce deboli e vulnerabili della popolazione mondiale.

Da subito si sta organizzando una rete globale strutturata in una gerarchia di facile accesso (locale, nazionale, regionale, globale), per facilitare la condivisione di informazioni, una discussione interattiva  e l’azione concertata. E l’entrata a pari dignità nel campo dell’economia reale è una scelta consapevole di praticabilità di un “altro mondo possibile”. Si muovono attivisti che si propongono di lavorare con imprenditori che gestiscono piccole e medie imprese e di stabilire a livello di comunità organizzazioni finalizzate ad un’azione di cooperazione. Addirittura, come viene proposto nel caso dell’ILVA e del Sulcis, la ristrutturazione e la riconversione di grandi impianti e di settori ad altissimo impatto è sottoposta alla prova del carico territoriale sopportabile e di un ridisegno della politica industriale avanzato, né bucolico, né pauperista. Con due obiettivi principali: la protezione dell’ambiente e accelerare lo sviluppo economico a livello locale, regionale e sub-regionale. La rete potrebbe condividere le migliori competenze disponibili per offrire soluzioni da adattare a singoli casi e per attivare un sistema permanente di monitoraggio dei danni delle attività umane per sostenere l’ambiente naturale e prendere misure correttive. Le organizzazioni si stanno già impegnando ad informare ed educare e a mobilitare il sostegno popolare. In questo senso gli appuntamenti nazionali e internazionali già svolti o in agenda come quello di Sbilanciamoci a Capodarco o per la Conferenza sulla Decrescita di Venezia o per  “Firenze + 10”  costituiscono una novità promettente rispetto allo stallo e ad una certa autoreferenzialità del recente passato.

E’ chiaro come questa prospettiva vada in direzione opposta a quella di una “Green economy” che potrebbe rappresentare – come affermato da Evo Morales – “un nuovo colonialismo nei confronti della natura che rende merci le fonti naturali di vita  e una discriminazione nei confronti del paesi del sud, che si caricano la responsabilità di proteggere l’ambiente distrutto dalla dittatura del mercato, che privatizza la ricchezza e socializza la povertà”.

Dicevo dall’inizio della dimensione culturale che deve assecondare la percorribilità di una via d’uscita altra, oggi negata con durezza dall’establishment mondiale.

In fondo è già successo che l’immagine del mondo che ci si era data in passato non reggesse più a fronte di una interpretazione non elusiva dei fenomeni naturali e sociali in corso. E’ successo per il fascino del paesaggio e per la maestà degli eventi naturali riscoperti in piena rivoluzione industriale da Goethe e dai romantici; è successo per la fisica classica, sconvolta nella sua stabilità dalla relatività e dalla quantistica; è successo per la biologia, turbata dall’approccio evoluzionista ed è capitato per la psiche scomposta dal vento freudiano. Perché dovrebbe rimanere statico il campo arato giornalmente da economisti e finanzieri che mantengono consenso anche quando le loro ricette aggravano la malattia che sta minando la civiltà? In fondo, ci dovrebbe preoccupare stare dentro un recinto asfittico che chiama Monti e Del Debbio a commemorare sul Corriere il cardinale Martini, che trasforma Repubblica nel gazzettino di Montecitorio e che, a commento e a conclusione di un incontro con Hollande nientemeno che sul futuro della crescita e dell’occupazione in Europa, fa dire perentoriamente al nostro premier : “la TAV si farà!”.

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