mario agostinelli

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Trilogia per guardarsi da “Veltrusconi”

Ritengo utile riprendere di seguito tre articoli inviati ai giornali di sinistra prima del voto e, sebbene non pubblicati, utili per la comprensione di questa fase terribile. Vi hanno lavorato Mario Agostinelli, Rossi, Attilio Tronconi”.

La “lotta di classe” di Veltroni: negare la lotta di classe

La lotta di classe non c’è più. Lo ha sancito e proclamato in un suo recente intervento di campagna elettorale Walter Veltroni in polemica con Bertinotti, poiché essa è un retaggio culturale dell’ottocento e del secolo appena trascorso.

Sepolte da tempo le classi sociali, ora è la volta di celebrare, quale logica conseguenza, anche la fine del conflitto di cui le classi, date per morte, sono portatrici.

Con una battuta viene così messo sotto terra un pezzo di storia, anche quella del partito in cui Lui stesso ha militato forse per sbaglio fin da giovane, visto che dichiara, appena gli viene chiesto, di non essere mai stato comunista e, forse, neppure di “sinistra”.

Nella foga di smarcarsi dal passato e di lanciare il nuovo neonato partito verso una nuova frontiera in cui il conflitto viene esorcizzato e sublimato, Veltroni approda a riverniciate categorie del pensiero riprese dall’ammirata America e da vecchie dottrine economiche.

In questa operazione, la prima a farne le spese è stata la parola “sinistra” a cui, sino a non molto tempo fa, i DS facevano riferimento, visto che essa è stata cancellata per sempre anche nel nome del nuovo partito. Non si tratta, come recentemente ha detto Bertinotti in un’intervista, di un semplice maquillage poiché quello di Veltroni è un riposizionamento vero di una linea politica e di una classe dirigente che fa proprie le ragioni del mercato e del capitale. Come ha scritto di recente Rossana Rossanda, ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato» e che a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l’altro più feroce.

Cambia anche il linguaggio. Nella nuova vulgata non ci sono più padroni e operai. Non perché il capitalismo si è dissolto, ma perché entrambi vengono sussunti entro la categoria di “lavoratori” i quali svolgono “ruoli diversi”. Il termine padrone è definitivamente rimosso a favore del più digeribile e molle termine “datore di lavoro”. Lavoratori sono sia i “datori di lavoro” che i loro “dipendenti” perché entrambi si “spezzano la schiena” da mattina a sera per creare ricchezza e benessere, rischiando del proprio. Tutti sono sulla stessa barca poichè se va male ai primi, va male anche ai secondi. C’è dunque un “interesse comune” che dovrebbe far convergere tutti coloro che nel processo produttivo svolgono “ruoli diversi”. E se ciò sino ad oggi non si è verificato è perché si sono frapposte forze sociali e politiche che interpretavano ed agivano entro i processi socio economici in modo sbagliato. Nel nuovo pensiero, le differenze sociali non sono determinate dalle differenti condizioni in cui nel processo economico si presenta da un lato chi possiede i mezzi della produzione e chi invece dall’altro dispone solo della propria forza lavoro, ma da una ingiusta ripartizione del reddito prodotto. Il conflitto viene deprecato perché spreca risorse e perché esso si fonda su una radicalizzazione delle parti sociali che dovrebbe essere evitata. Mercato e concorrenza sono riaffermati quali pilastri della crescita sociale ed economica e mentre il primo deve essere esteso ovunque, liberalizzando i settori o comparti ancora “protetti” dallo Stato, il secondo deve essere incentivato liberandolo dai lacci e laccioli che la politica vi ha inserito, assecondando talvolta le spinte corporative presenti nella società. Il credo della dottrina liberista “meno stato e più mercato” viene assunto a riferimento per le politiche economiche poiché il privato, “rischiando del suo”, è il solo soggetto che è spinto a far fruttare nel modo più efficiente i “fattori della produzione”.

La lotta ai monopoli viene invocata in nome della concorrenza poiché è quest’ultima il solo meccanismo ritenuto capace di contenere o ridurre i prezzi delle merci.

Se in nome della concorrenza che si vuole “libera”, si accetta che alcune piccole o grandi imprese chiudano i battenti, ciò non è permesso alle banche, specialmente a quelle grandi poiché il loro fallimento trascinerebbe nel baratro l’intero sistema economico.

Alle disuguaglianze sociali si pone rimedio con una compassionevole politica dei redditi, sempre che ci siano risorse economiche da distribuire. Il tempo di lavoro va adattato alle esigenze del mercato delle merci per cui esso diviene l’elemento ordinatore anche della vita sociale e familiare. Ai “lavoratori dipendenti” viene chiesta flessibilità per tutta la durata della loro vita perché questa è una delle condizioni dettate dalla concorrenza, dalla nuova divisione internazionale del lavoro e dalle trasformazioni dei processi produttivi. E se la “flessibilità”, che è un bene, si accompagna spesso alla “precarietà”, che è considerata un male, quest’ultima non deve diventare motivo per mettere in discussione la prima.

Nel mercato del lavoro anche il salario deve essere flessibile e derivare dalla produttività, non più quella media settoriale o nazionale, ma quella della singola azienda. Da qui la necessità di superare i contratti nazionali di categoria e incentivare, con politiche fiscali, quelli di secondo livello, territoriali e aziendali. Se poi non si fanno, poco male, perché si ha fiducia nelle generosità delle imprese i cui proprietari, se le cose vanno bene, sanno premiare i meritevoli. La detassazione di salari e stipendi deve favorire la produttività aziendale e perciò riguardare solo l’allungamento del tempo di lavoro (straordinari). Al diritto al lavoro, sancito dalla costituzione, si preferisce il meno rigido diritto all’”opportunità di lavorare”. Si dice basta “all’ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta e impedisce la crescita dell’Italia” poiché si preferisce “l’ambientalismo del fare”, ossia quello delle grandi opere pubbliche, dei gassificatori, degli inceneritori, delle centrali a carbone di cui si sostiene, per definizione, che non se ne può fare a meno. In tema di pianificazione dell’uso e del governo del territorio si sostiene che si debba minimizzare il consumo di suolo vergine ma si bolla come “cattiva consigliera” l’ideologia della regolamentazione.

Ci fermiamo qui. Non abbiamo inteso fare una lettura caricaturale delle tesi portanti del nuovo Partito Democratico, ma ripercorrerle, sia pure in modo schematico, per mettere in luce la profonda revisione politica e culturale che ha attraversato un partito che da comunista, passando poi per la socialdemocrazia è approdato alle dottrine neo liberiste, seppellendo anche il riferimento alla cultura di “sinistra”.

È grazie a questa revisione politico culturale che nel Pd si vuole, mistificando, far convivere l’operaio della Thyssen con il suo antagonista, l’ex presidente di Federmeccanica Calearo che per diversi mesi ha negato il rinnovo del contratto ai metalmeccanici e che solo grazie al conflitto sindacale, ossia alle deprecate lotte, agli scioperi, è stato costretto a firmare senza tuttavia dare quegli aumenti salariali che il sindacato rivendicava. E’ la politica del “ma anche”.

Chi pensate che “conterà” quando si tratterà di prendere decisioni di politica economica e di politica del lavoro, il giovane Colaninno ex presidente dei giovani di Confindustria ed il falco Calearo o l’operaio della Thyssen ?

Chi avrà la meglio tra la giovane precaria messa in lista ed il prof. Ichino, ossia il teorico confindustriale che si batte per la cancellazione dello statuto dei diritti dei lavoratori?

Chi la spunterà tra le new entry di Legambiente e Di Pietro?

Si sancisce la morte della lotta di classe mentre il mondo è attraversato da lotte che oppongono lavoratori ai capitalisti, oppressori ad oppressi per la conquista di migliori condizioni di vita, di diritti sociali e tutele per la salute e sicurezza sul posto di lavoro, per garantire alle presenti e future generazioni un ambiente in grado di sostenere la crescita della popolazione.

Da un intellettuale come Veltroni ci saremmo aspettati ben altro approccio analitico. Non è culturalmente e politicamente onesto cancellare d’un sol colpo la storia introducendo una netta cesura tra il presente e il passato, come se le evidenti contraddizioni insite nel sistema capitalistico non esistessero più solo perché vengono rimosse dalla coscienza e dal pensiero. Ci dispiace per Veltroni e il suo Pd ma non siamo nel mondo dell’armonia e la sua invocazione non basta a giustificare una pratica politica che invece mira a conservare l’ordine presente. Ma la cosa che ci dispiace ancor di più è l’idea che l’ingannevole messaggio politico divulgato da questo nuovo partito e dal suo leader riesca a fare breccia tra le classi sociali subalterne, classi che anche dopo il 13 e 14 aprile si troveranno comunque a lottare per la conquista di migliori condizioni di vita ad ennesima riprova che la lotta di classe non è una invenzione dato scaturisce dall’esistenza delle differenze socioeconomiche che stanno alla base del sistema economico vigente.

L’insostenibile sviluppo nei programmi di Berlusconi e di Veltroni

Mentre le economie del mondo globalizzato sono scosse dai profondi processi di crisi finanziaria generati oltre Atlantico, la campagna elettorale ed i programmi dei nostri due maggiori schieramenti non sembrano esserne turbati. La globalizzazione delle economie e dei mercati, celebrata come risposta adeguata a fornire, sotto la guida di politiche neoliberiste, la base del nuovo ordine mondiale a guida americana, sta mostrando con sempre maggiore evidenza i segni della incapacità di generare un’epoca di pace e di dare risposte ai crescenti bisogni della popolazione del pianeta ed alle problematiche connesse all’inquinamento della terra. Oggi alle critiche da tempo espresse al modello di sviluppo dominante da parte degli ambientalisti e di alcuni economisti, si uniscono anche quelle di economisti certamente non di “sinistra” (A. Greenspan) e la Federal Reserve è costretta ad intervenire a più riprese per tentare di arginare, per via monetaria, quella che alcuni definiscono la più grave crisi dopo quella del ‘29. É l’economia mondo che rischia di andare a pezzi poiché a mostrarne il limite non è solo l’economia finanziaria ma, e soprattutto, l’economia reale che la sottende che essendo basata su un modello di sviluppo ad alta intensità di capitale, di energia, di materie prime e di uso del territorio, non è in grado, nonostante il crescente sfruttamento della forza lavoro, di generare accumulazione su vasta scala, preservando al contempo l’ambiente ed il clima del pianeta. Diviene così sempre più manifesta la crisi di un modello di sviluppo che già nei primi anni ‘80 era stato criticato, sotto l’aspetto della sostenibilità, dalla Commissione Brundtland dell’ONU. In quel rapporto si evidenziava che un sistema economico in crescita è sostenibile solo se l’ammontare delle risorse utilizzate per la creazione di ricchezza resta, in quantità e qualità, entro opportuni limiti di sfruttamento e non sovraccarica le capacità di assorbimento dell’ecosfera. Limiti che il sistema economico capitalistico non riconosce poiché fonda la sua crescita sulla crescita illimitata delle merci. Da allora le cose sono peggiorate ed oggi il problema del farsi carico dello “sviluppo sostenibile” non significa più, “trovare un qualche compromesso tra l’esigenza della conservazione e quella della trasformazione” poiché “non si tratta di scegliere le trasformazioni in qualche modo “compatibili” con la tutela. Si tratta, invece, di rinunciare a quelle trasformazioni che comportino una riduzione delle risorse che riteniamo necessarie, oggi e domani, al genere umano…” (E. Salzano). Una questione cruciale che i Paesi industrializzati, maggiori responsabili del degrado ambientale, hanno affrontato con inerzia.

Di questi problemi e temi non c’è traccia sia nel programma di Berlusconi che di Veltroni. Nel “progressista” programma del Pd il termine “sviluppo sostenibile” è addirittura rimosso preferendo il più rassicurante termine “sviluppo di qualità” il cui significato è: “più mobilità sociale, più spazio al merito ed ai talenti…; più legalità…”. Alla politica del “ma anche” si accosta quella del ”più”:basta così aggiungere un “più” all’esistente per correggere le storture e contraddizioni presenti. Sinonimo della sostenibilità è la “modernità” da conseguire con l’ambientalismo del “fare” in cui ci sono le fonti rinnovabili ma anche il nucleare, le centrali a carbone ma anche i degassificatori, ecc. Insomma tutto fa brodo, purchè l’economia riprenda a girare con buona pace degli impegni assunti col protocollo di Kyoto. I ritardi già oggi accumulati fanno però ritenere che il problema non sia più quello della “non compromissione ulteriore” delle capacità della terra, bensì quello della riduzione della “compromissione già in essere” al fine di soddisfare “i bisogni delle attuali generazioni accrescendo la capacità di quelle future di rispondere ai loro” (E. Salzano). Ma come affrontare un problema così complesso che guarda al futuro ma che interroga pesantemente il presente? A nostro avviso nessuna politica è credibile se, in nome dell’assunzione di una responsabilità intergenerazionale, si ignora l’assunzione di una responsabilità rivolta alle attuali generazioni. Com’è possibile infatti garantire alle future generazioni migliori condizioni di vita e di benessere se già oggi nel mondo, con questo modello di sviluppo, una gran parte della popolazione, compresa quella degli stessi paesi “sviluppati”, ne è esclusa? La ricerca e il conseguimento della sostenibilità presuppongono dunque la consapevolezza della sua dimensione intragenerazionale; una presa di coscienza ineludibile che deve anzitutto dar corso, per via democratica, ad appropriate politiche di trasformazione del modello socio-economico dominante per non rinviare al futuro ciò che si può e si deve fare oggi. Cosa? Ecco solo alcune indicazioni. Alla politica si dovrebbe chiedere di mettere al primo posto la lotta alla rendita nelle sue varie forme: finanziaria ed immobiliare ed all’evasione fiscale; la promozione e sostegno di uno sviluppo delle forze produttive basato su sistemi di produzione, distribuzione e consumo di beni a basso contenuto di energia e di materie prime; la gestione pubblica di alcuni beni comuni (acqua, suolo, foreste) quali patrimonio dell’intera umanità; un uso sociale dell’ambiente ed una sua gestione democratica e partecipata; un governo pubblico del territorio che ponga limiti al consumo di suolo; la non riduzione a merce della salute e dell’istruzione; la garanzia di tutele sociali pubbliche che assicurino condizioni di vita dignitose per giovani ed anziani. Purtroppo di tutto questo nella politica del “ma anche” e del “più” non vi è traccia, con buona pace dello sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile.

Pianificare il territorio. Quando la politica del “si può fare” cancella quella del “si deve fare”

In un recente articolo su Liberazione l’urbanista Sergio Brenna, a proposito dell’Expo 2015, citava le parole pronunciate nel ’43 da De Finetti in uno dei suoi saggi riguardanti la pianificazione della città e del territorio. Una citazione che ci sentiamo di riprendere per la sua impressionante attualità e viste le proposte contenute nei programmi dei due maggiori schieramenti politici in materia di governo del territorio e tutela dell’ambiente. De Finetti avvertiva “di non lasciar prendere la mano ai praticoni o ai cosiddetti uomini d’azione che si battono per il sistema del fare pur di fare perché il tempo stringe e la necessità è grande”. E sì, perché se da un lato conosciamo molto bene le scelte di politica urbanistica promosse dalle destre, dall’altro scopriamo nel programma riformista del Pd affermazioni in materia di governo del territorio che rasentano il paradosso. In linea con la politica del “ma anche” e del “più”, troviamo quella del “basta” poiché la crescita economica richiede che si “debba fare”. In tema di ambiente si dice allora: “…basta con l’ambientalismo che cavalca ogni movimento di protesta e impedisce la crescita dell’Italia…” e, per quanto riguarda la pianificazione del territorio, si ribadisce “basta con l’ideologia della regolamentazione che è cattiva consigliera” poiché per modernizzare il Paese c’è bisogno “..del nostro ambientalismo del fare”.

Date queste prospettive ed utilizzando ancora le riflessioni di De Finetti riteniamo che “…conviene precederli e cercar di fissare qualche concetto fondamentale per lo sviluppo della città” e, aggiungiamo noi, anche del territorio “…che valga anche a difenderli dagli improvvisatori”.

Il presupposto fondante della linea politica comune a entrambi gli schieramenti è la dottrina neoliberista che affida al mercato anche la definizione degli assetti territoriali ed allo Stato l’assunzione di un ruolo minimale. I neoliberisti non sono contro l’intervento dello Stato nel mercato ma ritengono che esso debba operare per integrarlo ed aiutarlo (Hayek). In quest’ottica il decisore pubblico dovrebbe intervenire solo per sostenere l’interesse privato, considerato il vero motore dello sviluppo economico. Secondo gli apologeti del neoliberismo la pianificazione dovrebbe pertanto rinunciare definitivamente alla pretesa di svolgere, a qualunque livello ed in qualunque modo, un ruolo di “sistema” nei confronti delle attività private. Da qui il fatto che il governo del territorio, a loro avviso, dovrebbe essere affidato ad una strumentazione minimale, altamente flessibile che liberi il mercato dai “lacci e laccioli” della politica, considerati un freno all’obiettivo primario della crescita economica. Esplicativo a questo proposito è il progetto di legge che era stato presentato sotto il governo Berlusconi dall’ex Assessore lombardo Lupi che, approvato alla Camera grazie anche ai voti ed alle convergenze di Margherita e DS, fortunatamente non è andato in porto per la scadenza della legislatura. Si trattava di un progetto neoliberista che in nome della “regola aurea” per cui il bene pubblico deve essere conseguito con il minimo sacrificio della proprietà privata, privatizzava di fatto l’urbanistica ponendo al centro dell’agire pubblico l’interesse ed il ruolo dei privati, ossia quello delle rendite immobiliari. Si trattava di un disegno di legge ispirato alla legge lombarda per “il governo del territorio” (LR 12/2005), una legge in cui alle rendite fondiarie si riconoscono il diritto “naturale ad edificare” ed un ruolo “sociale” oltre che economico. In questa legge regionale, che interpreta in chiave leghista il principio di “sussidiarietà”, si pongono forti limiti ai poteri di pianificazione di “area vasta” delle Province e li si devolvono ai Comuni, i quali se ne servono per far quadrare i propri bilanci mettendo a disposizione delle rendite immobiliari vaste aree del proprio territorio non ancora urbanizzato. É una legge che fa propria la politica del “pianificar facendo” già in essere da diversi anni e praticata dai Comuni ricorrendo a strumenti urbanistici che hanno consentito di aggirare i PRG vigenti. Un recentissimo studio (Legambiente – DIAP) ha evidenziato che in Lombardia, nel solo periodo 1999-2004, ogni anno sono stati sottratti all’agricoltura ed alla campagna ben 4.950 ettari. Ogni giorno sono stati coperti di cemento e asfalto ben 135.600 mq. E poiché questo non basta, da alcuni mesi l’Assessore lümbard all’urbanistica Boni sta profondendo tutto il suo impegno per peggiorare la legge regionale vigente, proponendo emendamenti che prevedono di dare ai Comuni la possibilità di urbanizzare anche nei Parchi. Fin’ora l’Assessore è stato stoppato grazie ad una massiccia mobilitazione che ha visto impegnati Associazioni ambientaliste, urbanisti, cittadini e l’opposizione di centro-sinistra in regione Lombardia. Ciò nonostante il caparbio Assessore ha promesso che ci riproverà, con buona pace delle direttive dell’U.E. che invitano gli Stati membri a dar corso a politiche per lo “sviluppo urbano sostenibile” che pongano al centro il contenimento del consumo di suolo, la tutela della biodiversità e degli spazi verdi. E, se questi sono i prodromi, ne vedremo delle belle quando si presenteranno i progetti relativi all’Expo 2015! Sotto il governo Prodi si è tentato di dare al Paese una legge quadro che ponesse un freno al dilagare di leggi regionali neoliberiste ed a politiche di urbanizzazioni prive di limiti. Purtroppo l’interruzione della legislatura non ha permesso al Parlamento di approvare un testo unico in cui anteporre l’interesse pubblico e generale a quello privato affidando la responsabilità del governo del territorio e delle città esclusivamente ai poteri pubblici, i quali la devono esercitare impiegando il metodo e gli strumenti della pianificazione. Ora, visti i programmi dei due maggiori schieramenti il rischio di vedere riesumato il progetto di legge Lupi è assai concreto.

I soggetti e le associazioni che hanno concorso a dar vita a “La Sinistra l’Arcobaleno” e che nel corso di questi anni hanno sviluppato iniziative di lotta per la difesa dell’ambiente e del territorio hanno contribuito a diffondere una coscienza collettiva di essi quali “beni comuni”. Una consapevolezza necessaria e da cui bisogna partire per intraprendere il faticoso ma indispensabile percorso verso uno “sviluppo socialmente ed ambientalmente sostenibile”.

“La Sinistra l’Arcobaleno”, riconoscendo la valenza di queste pratiche e l’importanza del tema dello sviluppo sostenibile ne ha fatto un punto imprescindibile del proprio programma. Un obiettivo programmatico decisivo che presuppone una concezione del territorio e dell’ambiente diametralmente opposta a quella dominante. Si tratta di concepire il territorio non più come un mero supporto fisico da sfruttare in funzione dell’insediamento delle attività umane. Si tratta di concepire l’ambiente non come ricettacolo/pattumiera atta a raccogliere qualsiasi “scarto” di un modello di sviluppo che si fonda su una crescente produzione di merci ad alto contenuto energetico, di materie prime non facilmente riproducibili e difficilmente degradabili.

Territorio e ambiente sono beni necessari, indispensabili e soprattutto finiti. Ed è propria la coscienza del loro limite che deve spingere verso un radicale cambiamento di rotta nella loro gestione ed organizzazione. Ma per poterli gestire e governare in modo virtuoso e consapevole è necessario ridare centralità alla pianificazione pubblica. Solo entro un processo di pianificazione del territorio e di ciò che interagisce con esso è possibile recuperare un equilibrio ecologico da tempo compromesso.

Un processo che deve essere necessariamente affidato al potere pubblico poiché solo in questo ambito è possibile ricercare le risposte ai problemi che minacciano il clima e la vita sul pianeta. Pubblico e partecipato perché si tratta di gestire in modo efficace, trasparente e condiviso risorse che appartengono alla collettività. Soltanto entro questo processo che è anche un processo di apprendimento e crescita culturale, è possibile dare concretezza ad una diversa idea di società.

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