mario agostinelli

REPOSITORY

Attività politiche, Cose da fare, Cose fatte

2005/2010: VIII Legislatura. Cinque anni di lavoro nel Consiglio Regionale della Lombardia

Mario Agostinelli, risposte da sempreCinque anni. Ho partecipato a 140 sedute di Consiglio facendo 203 interventi verbalizzati, inoltrando 67 interrogazioni, presentando 41 progetti di legge. Tante e complesse attività, ordinate e documentate in questo blog in post ordinati per categorie.
Lo scopo di questo articolo è fornire ai cittadini della Lombardia uno sguardo di insieme del lavoro fatto su argomenti importanti e controversi come l’acqua pubblica, il nucleare, le “bonifiche”, Arese, l’INSSE, i piano casa, Alitalia e Malpensa per citarne alcuni. Credo che la lettura dell’articolo spiegherà concretamente lo slogan della mia campagna elettorale, “Risposte da sempre”. Grazie per la vostra attenzione. Il post è piuttosto lungo e articolato, ma credo che valga la pena di leggerlo per comprendere cosa accade e cosa accadrà in Lombardia.

Acqua pubblica in Lombardia

Fin dalle prime battute del Consiglio abbiamo avuto a cuore la pubblicizzazione del servizio idrico in tutte le sue fasi: captazione e proprietà delle reti, gestione, erogazione. Inizialmente la legge lombarda prevedeva partecipazione di privati nelle reti, separazione di gestione e erogazione e obbligo di gara privata per l’erogazione.

Lontanissimi dall’integrazione dell’intero ciclo e dalla possibilità della sua gestione “in house” (come servizio a totale titolarietà pubblica amministrativamente dipendente dalle assemblee elettive dei comuni tra loro consorziati). E’ stata l’iniziativa in consiglio e la partecipazione attiva a centinaia di assemblee sul territorio promosse dai comitati per l’acqua a creare le condizioni perché 144 sindaci facessero votare in consiglio la richiesta della piena ripubblicizzazione dell’acqua.

L’entrata in campo di 144 Sindaci, una continua mobilitazione e la posizione ferma tenuta dall’opposizione in Consiglio hanno portato al varo di una legge lombarda che apriva alla sperimentazione dell’in house e alla proprietà e gestione pubblica dell’intero ciclo dell’acqua. La legge approvata all’unanimità dal Consiglio regionale apriva una strada praticabile all’unificazione di tutto il ciclo idrico, senza artificiali separazioni, e al ritorno del bene comune più prezioso nelle mani dei cittadini.

Tuttavia, la Giunta lombarda ha cercato di mantenere in vita una posizione che favorisse comunque la privatizzazione, contando sulla sponda del Governo e sull’ultimo decreto Ronchi e, contemporaneamente spingendo per impedire l’in house negli ATO di nuova costituzione, fino ad una sentenza della Corte di Stato, che ha intimato il mantenimento di un servizio integrato in tutte le sue fasi.

Da una parte la sentenza della Corte ha reso impossibile mantenere in vita i piani d’ambito di Pavia, Como, Cremona, Varese, Lecco, Milano e Monza, previsti fin dall’inizio con l’obbligo illegittimo di separazione delle fasi di gestione ed erogazione. Dall’altra il Decreto del Governo ha bloccato le sperimentazioni in house. A fronte di ciò, l’assessore Buscemi ha solo balbettato, riconoscendo le difficoltà della Regione, ma rifiutandosi di assumere una presa di distanza dal governo.

La partita è tuttora aperta e la nostra pressione ha portato la Giunta chiamata in aula a sostenere un eventuale nuovo modello nazionale più vicino a quello adottato in Lombardia – così come proposto dall’Anci.

Centrali di Bertonico, Brescia, Offlaga. E il nucleare

In Consiglio, facendo riferimento all’efficienza e al risparmio energetico previsti dal piano energetico regionale, ci siamo opposti, assieme ai movimenti locali, alla costruzione di tre nuove grandi centrali: Bertonico (640 MW), Brescia città (700MW), Ofllaga (840 MW). Abbiamo imposto una stretta applicazione di criteri di riduzione di impatto ambientale per la prima e ottenuto la soppressione della costruzione delle altre due.

Per Bertonico i consiglieri regionali del Centro sinistra hanno assunto come qualificante non solo la sacrosanta battaglia contro la nuova centrale, ma anche gli obbiettivi e le proposte alternative che i comitati territoriali hanno lanciato.

In particolare, Mario Agostinelli, ha proposto di unificare le iniziative territoriali contro la costruzione di nuove centrali ad Offlaga (Brescia) e nel Mantovano e di inserirle in una iniziativa di ridiscussione dell’intero piano energetico regionale della Lombardia. Un piano da riscrivere sulla base di criteri di promozione delle energie rinnovabili, con interventi concreti di risparmio, nella prospettiva di una riprogettazione del sistema dei trasporti.

Questa azione ha obbligato la Regione a rinunciare agli altri due progetti. La centrale di Brescia è stata bocciata su pressione degli amministratori locali, mentre per Offlaga le difficoltà sono venute dal fatto che il Ministero dell’Ambiente si era espresso favorevolmente sulla costruzione di tale impianto.

Ma nella Conferenza Stato-Regioni per raggiungere un’intesa condivisa in applicazione della legge nazionale n.55 del 200, è stata consegnata al Governo la delibera votata su nostra proposta in Consiglio con parere negativo sulla realizzazione della centrale.

Debolissimi e inesistenti sono invece l’allestimento di fonti rinnovabili e la riduzione di CO2 previste dall’obiettivo UE 20/20/20, che pure abbiamo imposto in una votazione di un nostro o.d.g il 21 Maggio 1999.

Da ultimo il nucleare. La politica della regione è sempre stata ambigua e doppia e si può condensare nelle più recenti dichiarazioni di Formigoni. Ma andiamo a scoprire le bugie dei nuclearisti a tutti i costi.

Scaiola confessa che dal 2012 l’Italia pagherà l’infrazione ai vincoli di Kyoto e dà per scontato che i cittadini italiani pagheranno dal 2012 nelle bollette 3 milioni al giorno: non dice che col nucleare, pronto non prima del 2025, non ci sarà effetto alcuno, mentre con le fonti rinnovabili e il risparmio energetico si abbasserebbero le sanzioni.

Scaiola vuole togliere i poteri alle Regioni sulle centrali, ma chiede garanzie tariffarie per garantire gli investitori e quindi se non pagherà lo Stato pagheranno i cittadini con le bollette.

Per costruire una centrale, a parte gli enormi costi di smaltimento dell’impianto e delle scorie ancora impossibili da quantificare, occorrono circa 7 miliardi di euro, il prezzo dell’uranio è in crescita e importeremo tutto: tecnologie e uranio. L’eolico invece ha costi inferiori ed è una fonte rinnovabile e pulita.

CGIL-Lega Ambiente hanno presentato un piano per le energie rinnovabili, confermato da Il sole 24 ore, che creerebbe 100.000 posti di lavoro qualificati, così si potrebbero rispettare gli obiettivi europei del 20% di energie naturali su tutta l’energia.

La faciloneria del Ministro conferma che il Governo vuole le centrali e nasconde la pericolosità di impianti come quelli che si vorrebbero insediare in Italia, a partire dalle regioni del Nord: Piemonte, Veneto, Lombardia.

Dalla Lombardia alla Puglia, dal Veneto al Lazio, dalla Campania alla Sardegna sia i governatori che i candidati del centro destra alle elezioni regionali approvano i decreti del governo sul piano nucleare, ma tutti dicono no alle centrali nella propria regione. I decreti del governo hanno approvato il via libera alle localizzazioni per i nuovi siti di produzione e stoccaggio nucleari.

Tutti i governatori ed i candidati governatori del centro destra conoscono certamente i siti tenuti segreti; ma il popolo “non deve sapere prima delle elezioni”. Peccato che sono in molti a sapere che i siti riguardano la Lombardia, L’Emilia Romagna, la Puglia, il Lazio, la Sardegna, il Veneto, il Piemonte.

I lombardi, i cremonesi e gli emiliani della fascia a sud del fiume Po sanno in particolare che il sito che si vuole riaprire è quello di Caorso, che dista appena 70 km da Milano, 20 km da Cremona e 8 km da Piacenza. Il nostro Formigoni, ha detto “si al nucleare ma non in Lombardia “ e, anzichè pensare e programmare un futuro improntato sulle energie alternative a partire dal fotovoltaico che avrebbero una straordinaria ricaduta occupazionale e di sviluppo ci sta preparando ( senza neanche avere il coraggio di assumersi la responsabilità) un futuro con fonti energetiche obsolete, antieconomiche e pericolosissime.

Formigoni-Schwarzenegger? Ma va là!

Sembra che Formigoni nella sua recente visita in California abbia cercato di convincere i giornalisti al seguito di essere meglio di Schwarzenegger in quanto a tutela dell’ambiente che è chiamato a conservare. Bene, vediamo un po’.

Ne abbiamo parlato alla presentazione a Milano del libro l’Energia Felice (ed. Socialmente) di cui sono coautore.

Mentre il mondo politico del pianeta è impegnato a costruire il dopo Kyoto in occasione della conferenza di Dicembre a Copenhagen, la Lombardia sembra concentrare il proprio interesse solo su una riproposizione stantia dei modelli del passato.

Pensate un po’: solo quattro regioni italiane non si sono ribellate alla ipotesi che sul loro territorio vengano localizzati impianti atomici: tra di esse, il centrodestra di Formigoni si è distinto respingendo in Consiglio la richiesta delle opposizioni di impugnare per incostituzionalità il decreto governativo per il rilancio del nucleare italiano.

In Lombardia si emettono oltre un quinto delle tonnellate di Co2 complessive imputabili alle produzioni e ai consumi del nostro Paese. Ma non c’è traccia di politiche che ricorrano all’innovazione tecnologica, alla ricerca e alla produzione della economia ecologica.

Una linea di condotta perdente, che viene al pettine comunque e che è arrivata a costare ad oggi alla Lombardia (ma che continua a crescere al ritmo di circa 14 euro al secondo!! ), circa mezzo miliardo di euro per lo sforamento dei vincoli imposti e sottoscritti nel protocollo di Kyoto.

Il piano di Arese per la mobilità sostenibile è rimasto lettera morta e sui 2 milioni di metri quadrati di aree dismesse ex-Alfa oggi la Regione progetta solo centri commerciali e cementificazioni edilizie.

Sette anni fa l’ENEA aveva indicato, in base ad un piano dettagliato, definito con concretezza per settori e tempi, la possibilità di 7000 nuovi posti di lavoro di “green economy” in sostituzione degli impianti per l’auto. Oggi ad Arese si riparla di licenziamenti…

L’Europa prevede che 30 città (progetto “smart cities”) facciano da avanguardia nel processo di de- carbonizzazione dell’economia, lanciando e sostenendo il traguardo straordinario 20/20/40 (20% di maggior risparmio energetico; 20% di incremento di energie da fonti rinnovabili; 40% di riduzione di gas serra).

Ci sono grandi finanziamenti comunitari a disposizione, ma Milano e la Lombardia, mentre si riempiono la bocca dello slogan “Energy for life” per Expo 2015, non avanzano uno straccio di progetto.

Ma con quale faccia Formigoni si autoproclama lo Schwarzenegger padano?

E quando gli arriva l’avviso di garanzia per eccesso di inquinamento in Lombardia diventa paradossale registrare che la gran parte del dibattito si concentri sulle opposte interpretazioni da attribuire all’atto della magistratura.

C’è chi, come Formigoni stesso, sostiene che il tutto coincida non a caso con l’inizio della campagna elettorale, e chi, come Castelli, è convinto che si tratti tutto sommato di un regalo politico al Governatore. Ma possibile che nessuno presti attenzione al merito della questione posta, e cioè la disastrosa qualità dell’aria che tutti i giorni respiriamo in Lombardia? E l’assenza di politiche adeguate da parte di chi è alla guida di questa Regione da 15 anni?

Un richiamo come quello ricevuto da Formigoni può lasciare indifferente solo un destinatario incapace di autocritica e impermeabile a qualsiasi forma di sanzione che venga dall’esterno. E allora non resta che attaccare la magistratura e mettere le mani avanti rispetto ad altre possibili indagini.

Cercando di far dimenticare che l’immagine da Schwarzenegger locale che il Presidente lombardo si è cucito addosso da solo non ha alcuna base effettiva su cui poggiarsi. L’ambiente della Lombardia è pessimo, le conseguenze per la salute dei cittadini devastanti, il contributo al totale delle emissioni climalteranti dell’Italia insostenibile. E oltre al danno, c’è anche la beffa.

Perché la continua infrazione ai limiti di polveri sottili e lo sforamento oltre l’11% della soglia posta dal Protocollo di Kyoto determinano una multa che dal 2010 i cittadini lombardi pagheranno al ritmo di 14 euro al secondo!

Non ci appassionano le eventuali responsabilità giudiziarie che saranno al limite accertate da chi di dovere, ma pensiamo che occorra finalmente, da parte di Formigoni, un’assunzione di innegabile responsabilità politica. Cui faccia seguito un deciso cambiamento di rotta capace di determinare nei fatti un miglioramento della qualità dell’aria, anche in considerazione dell’ormai assodato legame con l’incremento delle malattie respiratorie, cardiovascolari e tumorali.

Lo sapevate che pagheremo 555 milioni di multa?

Brutta notizia ad inizio anno per le tasche dei cittadini: ci tocca una multa salata per infrazione del protocollo di Kyoto. Infatti, la direttiva europea 2003/87/CE “Emissions Trading” ha istituito un sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas ad effetto serra per limitare le emissioni di CO2.

La direttiva si applica a tutti gli impianti industriali che generano le maggiori emissioni di climalteranti, come la produzione di energia elettrica, la siderurgia, la raffinazione, i cementifici, le cartiere.

Ogni stato ha di conseguenza censito le proprie imprese con impianti di combustione di potenza elevata ed a ciascuna di esse ha attribuito un determinato quantitativo di quote di CO2 (1 quota = 1 tonnellata di CO2).

Lo scopo è quello di spingere le aziende e le centrali ad inquinare di meno, poiché nel caso una impresa emetta meno CO2 delle quote assegnate, potrà venderle guadagnandoci del denaro. Al contrario, in caso di emissioni superiori ai limiti stabiliti, sarà costretta a comprare altre quote.

L’assegnazione di queste quote è stata fatta da ogni paese attraverso un Piano nazionale che per l’Italia prevede un tetto delle emissioni pari a 201,63 MtCO2 entro il 2012, valore che comprende la riserva di quegli impianti che hanno iniziato a produrre dopo il 2008.

Mentre tutte le quote degli impianti già in funzione sono andate rapidamente esaurite perché non ci sono state riduzioni significative delle emissioni, il problema oggi all’ordine del giorno consiste nel fatto che sono recentemente entrate in funzione nuove centrali che emetteranno nuova CO2 in quantità superiore alle quote assegnate alla riserva “nuovi entranti”.

Se facciamo i conti sul deficit al 2009 le cifre cominciano a far venire i brividi.

Entro questo anno servivano 21 milioni di t di quote per coprire le centrali già entrate in servizio, più 23 milioni relative alle centrali che negli ultimi giorni dell’anno hanno acceso le caldaie, più 9 milioni di t per il settore industriale. In totale 53 MtCO2. Ne rimangono a disposizione solo16, pertanto a fine 2009 il deficit sarà già di 37 milioni di tonnellate di quote.

Siccome ogni quota oggi vale 15 euro, significa un costo di 555 milioni di euro, che o si comprano entro Aprile ( e pagheremmo così per l’infrazione non sanata 90 euro per ogni secondo che passa, di cui 18 in Lombardia) o danno origine ad una multa di 3,7 miliardi di euro (100 euro di multa a tonnellata in eccesso) e al fermo degli impianti!

Il Governo Berlusconi si è totalmente disinteressato del rispetto dei limiti di Kyoto, così come della salute degli italiani e del pianeta. Ha evidentemente questioni personali a cui badare e può contare sul silenzio stampa e sulla passività degli italiani.

E, naturalmente coprirà le inadempienze delle industrie e non si rivarrà sulle aziende energetiche a cui sta per regalare il business nucleare. Purtroppo i costi delle multe andranno a finire sul pubblico e pagherà ancora Pantalone. Varie le ipotesi su come lo Stato potrà reperire i fondi: si è parlato di un trasferimento dalla Cassa depositi e prestiti, di attingere dalla fiscalità generale o di raccogliere il denaro dalle bollette degli utenti. Bella storia per chi racconta che non metterà mai le mani nelle tasche dei cittadini!

Le bonifiche di Grossi

Giuseppe Grossi, il re delle bonifiche finito a San Vittore insieme con l’ex assessore provinciale pavese Rosanna Gariboldi, moglie del deputato del Pdl Giancarlo Abelli, ha mosso i vertici della Regione Lombardia per i suoi affari. Il 30 novembre 2008 l’imprenditore ha incontrato- come risulta dalle intercettazioni della Guardia di Finanza- il presidente Roberto Formigoni.

Si deve discutere di affari importanti: in primis l’accordo di programma per il recupero di un’importante area da bonificare a Pioltello, nell’area industriale dell’ex Sisas. Qui la Regione interviene (colmando una lacuna dei governi Prodi e Berlusconi) per evitare la maximulta alla quale la Corte europea ha condannato l’Italia per la sua inerzia nella bonifica. Si fa avanti Grossi, che chiede però in cambio la possibilità di realizzare proprio in quell’area industriale il più grande centro commerciale d’Europa.

L’accordo di programma prevede un costo per la bonifica stimato in 120 milioni di euro e mentre la Magistratura indaga la Giunta regionale stanzia con una delibera l’aumento dei costi di altri 44 milioni di euro.

Alle mie perplessità in merito sollevate nella seduta del Consiglio regionale del 23 giugno l’assessore Massimo Buscemi risponde senza indugi: “Un operatore privato, nella fattispecie la TR Estate 2 (del gruppo Grossi), interviene in via sostitutiva agli enti pubblici per la bonifica a fronte di diritti edificatori sull’ area e all’ autorizzazione per una grande superficie di vendita.

Aggiungo: senza impegno di risorse finanziarie pubbliche”. Certo ma grazie alla legge regionale 126 del 2009 l’affare è molto vantaggioso per Grossi. Perchè nel caso di progetti riguardanti grandi insediamenti commerciali, come quello previsto nell’ area ex Sisas, ottenuta la licenza, il bonificatore potrà realizzare il centro in qualsiasi altra area in tutto il territorio regionale, a sua scelta.

E non finisce qui: le opere di bonifica, prevede la legge, «dovranno essere calcolate come opere di urbanizzazione secondaria». Insomma, il comune che ospiterà il centro commerciale chiesto da Grossi dovrebbe abbonargli la metà delle tasse. L’ennesimo regalo della Regione al re delle bonifiche.

Più in dettaglio: l’imprenditore Giuseppe Grossi, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sull’area Montecity-Rogoredo ha in corso con Regione Lombardia un accordo di programma per la bonifica dell’area industriale della ex-Sisas di Pioltello. Stiamo parlando di 120 milioni di Euro più un aumento dei costi di 44 milioni, peraltro autorizzato dalla Giunta, nonostante le nostre rimostranze, quando l’indagine era già in corso e nota.

Quello che la Regione ha concesso a Grossi è la possibilità di realizzare sull’area il più grande centro commerciale d’Europa. Senza contare che dopo la legge regionale 126 del 2009, l’affare risulta ancor più vantaggioso per l’imprenditore ora in carcere: una volta ottenuta la licenza, secondo la nuova normativa, il centro potrà infatti essere realizzato su qualsiasi altra area.

E non finisce nemmeno qui, perché le opere di bonifica dovranno essere calcolate come opere di urbanizzazione secondaria. La qual cosa significa che il comune che ospiterà il centro commerciale di Grossi dovrà pure abbuonargli la metà delle tasse”.

“Nell’ultima riunione di Consiglio Pdl e Lega hanno di fatto esautorato la Commissione Consigliare di inchiesta sulle bonifiche, impedendo una conclusione unitaria dell’indagine svolta. Il tutto con la clamorosa assenza dell’assessore alla partita Ponzoni e del presidente Formigoni. L’esito del lavoro puntuale della Commissione è chiaro. I costi della bonifica ex-Sisas non hanno riscontro in perizie oggettive. Il contributo pubblico – ben 196 milioni di Euro! – appare determinato assai più dalle richieste del gestore dell’appalto che da un esame preventivo della Regione nel ruolo di controllore.

Non ci sono gare trasparenti. E l’esame accurato della documentazione avvalora in pieno l’inchiesta della Magistratura, che lambisce i piani alti del Pirellone.

Eppure la maggioranza di centrodestra ha votato un documento che, mentre accusa Prodi e Pecoraro Scanio facendo per la verità quasi sorridere, assolve Grossi e malamente tenta di occultare una connivenza che, fatti alla mano, la Giunta non può più coprire. La legislatura si è chiusa così con l’ennesimo episodio di prevaricazione oltre che di copertura degli interessi del mondo degli affari”.

Desertificazione produttiva dell’area di Arese

La distruzione del potenziale produttivo dell’Alfa Romeo di Arese e la dissipazione del suo patrimonio tecnico – scientifico – professionale – sociale e umano, sono emblematici della crisi di prospettiva in cui è entrata la Regione Lombardia, una volta “locomotiva trainante” del Paese, oggi sfiancata da una retorica dell’eccellenza che si ferma alla propaganda.

Il silenzio in cui si è consumata per anni “l’uccisione dell’Alfa” e lo spezzatino case e megacentro commerciale annunciato come “rilancio” dall’assessore Rossoni la settimana scorsa, fanno del negligente abbandono di un “topos” evocativo di eccellenza industriale mondiale un campanello d’allarme per il futuro.

Ho avuto la sorte di occuparmi di Arese da segretario della CGIL Lombardia fino al 2000 e poi di coordinare sotto la supervisione di Rubbia un gruppo di 36 ricercatori dell’ENEA che ha fornito alla Giunta Regionale una road map credibile e documentata per il reinsediamento di 7000 posti di lavoro nei settori che oggi chiameremmo di green economy.

Non un sogno, ma una analisi condivisa da imprese e centri di ricerca disponibili a costituire quel Polo della mobilità sostenibile che aveva convinto nel 1997 una enorme assemblea sindacale di 4500 operai e tecnici a cambiare passo rispetto alla difesa passiva del prodotto auto individuale già allora in difficoltà.

Purtroppo la Regione, gli interessi immobiliari e la stessa Fiat si sono di fatto alleati per affossare un anticipo di futuro, che l’analisi recente del Wuppertal Institute conferma come necessario per uscire alla crisi, come attesta nel 2009 lo sforzo del 10,8% di investimenti della Germania nei settori della sostenibilità, contro l’1,08% dell’Italia abbagliata dal nucleare.

Eppure si trattava di un progetto necessario alla Lombardia, in grado di coniugare politiche industriali, qualità della vita, occupazione, emergenza ambientale e impegno pubblico: altro che ecopass!

La decisione di cambiare prodotto, sostituendo ad una merce tradizionale un “obiettivo sociale” come la mobilità sostenibile ha suggerito un ridisegno sistemico del trasporto di persone e di merci.

L’area di Arese sarebbe diventata l’epicentro di un progetto che si proponeva la costituzione di un distretto innovativo per il settore automotive e il re-insediamento di attività manifatturiere, collegate alla possibilità di riduzione dei volumi di traffico, alla riorganizzazione della logistica delle merci, alla produzione di veicoli a basso impatto ambientale, alimentati da idrogeno ed elettricità ottenuti da fonti rinnovabili e inizialmente favoriti nella loro diffusione da una politica pubblica delle amministrazioni in stretto rapporto con il loro cittadini e, infine, sostenuta dalla diffusione delle strutture adeguate al loro successo.

Ma le istituzioni lombarde e il sistema delle imprese non si sono resi conto che Il cambio radicale del sistema dei trasporti, ormai vicino al collasso, costituisce una delle sfide più impegnative del secolo appena avviato. Cominciare ad affrontare dal punto di vista politico sociale economico industriale la riprogettazione del sistema di mobilità ha un significato che tocca una dimensione essenziale dell’esistenza moderna e delle opportunità di riconversione produttiva.

Invece le campagne “ambientaliste” (leggi: marmitte catalizzatrici o contenimento delle polveri sottili) hanno scandito annunci, minacciato divieti e rincorso centraline sempre a valle, lasciando gli interventi strutturali a monte sempre e solo sulla carta. Il modello Formigoni, tutto orientato alla messa a valore commerciale del suolo e delle aree (ancora Brunelli!), proprio a partire da Arese dimostra la sua incapacità a occuparsi di green economy e di specializzazione produttiva.

Ora siamo alla fine. Il master plan di Infrastrutture SpA (una società della Regione che ha ricevuto per questa esercitazione sulla carta di un paio di mesi 20 volte la cifra stanziata per il piano dell’ENEA elaborato in due anni!) coniuga la parola sostenibilità in una chiave opposta a quella indicata dai lavoratori di Arese: si tratta banalmente di “gradevolezza del sito”, come contorno allo sviluppo commerciale e residenziale. L’area produttiva è lì, con soli 700.000 metriquadri su due milioni, vuota, senza progetto alcuno.

Un esito a nostro giudizio deprecabile, che rappresenta uno spreco inestimabile se traguardato nel medio lungo periodo. Ma, si sa, il ritorno elettorale non richiede di guardare lontano.

Alfa Romeo e Eutelia: se muore il lavoro

Il lavoro è l’ordinario strumento indispensabile non solo per il proprio sostentamento, ma anche per affermare la propria dignità. Quando i padri della nostra Carta costituzionale scelsero di fondare proprio sul lavoro la comunità nazionale, dimostrarono di aver intuito questo valore e questa necessità. Riflessioni che tornano di amara attualità nel tempo della crisi, nonostante l’ostinato negazionismo dei rappresentanti del governo e della nostra regione, che non perdono occasione per dire che “la crisi è ormai alle spalle” e che non muovono dito per risolvere le crisi di aziende di grande prestigio. Provino a dire che la crisi non c’è ad esempio alle 1.800 famiglie degli impiegati della società Omega-Agile, meglio conosciuta col nome della casa madre Eutelia che l’ha prima rilevata e poi ceduta.

Da giorni stanno protestando a Torino, Ivrea, Pregnana Milanese, Napoli, Bari e Roma dove martedì all’alba s’è verificato il vergognoso episodio dell’irruzione dell’ex amministratore delegato accompagnato da una decina di guardie private che si sono spacciati per poliziotti. Storie che pensavamo archiviate nell’album storico delle lotte operaie dell’ottocento e invece… nel dibattito al Consiglio della Lombardia la maggioranza di centrodestra ha fatto orecchie da mercante non condannando l’incursione squadrista e non prendendo alcuna iniziativa a sostegno delle richieste della delegazione dei lavoratori presente.

Così come la Giunta Lombarda continua a lavarsi le mani del declino doloroso dell’Alfa Romeo, giunta ormai all’estinzione con il licenziamento annunciato dalla Fiat degli ultimi 1100 addetti rimasti ad Arese. E pensare che sulla realizzazione del Polo per la mobilità sostenibile presso l’area dell’Alfa di Arese il presidente Formigoni aveva giocato la propria campagna elettorale del 2005. Poi il silenzio. E oggi, dopo sei anni dall’accordo, di tutto quell’ambizioso progetto di riqualificazione e rilancio, presentato con la collaborazione tecnica dell’Enea, non rimane nulla. Con il trasferimento del Centro Stile e Progettazione, Fiat intende dismettere definitivamente l’Alfa, che rappresenta un pezzo fondamentale di storia della Lombardia. E la Regione rimane inerte a guardare. O meglio, si muove nella direzione opposta, ma a lei più congeniale della rendita immobiliare, sostenendo la definizione di un nuovo assetto urbanistico dell’area per la costruzione di villette più un centro commerciale.

Dobbiamo tutti qualcosa agli operai della INNSE

L’autunno caldo comincia d’Agosto, con una storia milanese che fa da spartiacque tra un passato recente di grandi lotte affogate nell’indifferenza di una classe dirigente in crisi profonda (si pensi alla desertificazione dell’ex Alfa di Arese) e la speranza di riportare il lavoro al centro di un futuro da conquistare e non solo da subire. Una storia che connette periferia e centro, orgoglio operaio e pochezza morale degli speculatori immobiliari, incapacità di governo delle istituzioni e lungimiranza di un sindacato democratico e partecipato. Una storia, ancora, che balza all’attenzione dei media e dimostra tutta l’efficacia di un circuito virtuoso tra conflitto, informazione e democrazia.

Varrà la pena di tornare a riflettere su quanto tutti – e la sinistra in particolare – deve a queste 49 persone che hanno intrapreso una lotta difficilissima soprattutto perchè rappresentava per loro una speranza e una alternativa all’isolamento personale e alla disgregazione. Io qui vorrei ricordare il contesto dentro cui la lotta dell’INNSE ha prevalso.

Questo gioiello dell’industria milanese, con ordini e mercato, è rimasto presidiato da oltre un anno, giorno e notte, da tutte le maestranze, unite tra di loro, ma isolate dalla classe dirigente milanese, dalla stessa cultura una volta ben più attenta, dall’umore di una maggioranza rancorosa che invade i territori fino negli strati popolari. Assediati dagli interessi immobiliari coperti dalla Moratti che non ha speso una sola parola per loro e dai liquidatori del territorio che si preparano per l’Expo 2015. Perciò sono diventati uno scandalo per Milano. Uno scandalo da rimuovere, ma non a viso aperto, in un pomeriggio della domenica dell’esodo di Agosto, a fabbriche chiuse, come ben sa la destra che ha collocato perfino le stragi in quel limbo temporale.

C’era quindi tutta la complicità di Maroni – il ministro dell’Interno che ha introdotto il reato di clandestinità – dietro lo sgombero vile e un clima antioperaio che purtroppo invade anche la magistratura spinta a chiudere la partita con un colpo di mano. C’era la voglia di rivincita dei costruttori, ringalluzziti dall’approvazione del “piano casa” che la Giunta lombarda ha esteso ai centri storici, per il trionfo dell’edilizia privata sullo spazio pubblico.

C’era l’incapacità di Formigoni di occuparsi di riconversione e specializzazione produttiva nella regione che ha tuttora 26 milioni di metri quadrati di aree dismesse senza uno straccio di politica industriale. Il fatto è che i suoi interessi elettorali e i suoi legami con il mondo economico vanno in tutt’altra direzione: quella della sanità ospedaliera, dell’edilizia e della scuola privata, dalle grandi opere. E c’è quasi da credergli quando sostiene di aver cercato soluzioni per la INNSE: ma i Rocca o i Tronchetti Provera a cui si sarebbe rivolto erano assai più interessati a costruire cliniche private o a procurarsi affari immobiliari, che a rischiare in imprese di qualità, come ha fatto invece l’ex operaio tornitore bresciano Camozzi, scovato dal sindacato!

C’era, infine, la Lega di Bossi che monopolizza il sentire popolare e che non tollera operai organizzati e con una visione generale e solidale, mentre li vuole impauriti dall’ “invasione” extracomunitaria e alleati ai padroncini in una dimensione di privilegio territoriale escludente.

Dobbiamo perciò essere grati a Articolo 21 e al suo portavoce Giulietti per aver posto all’attenzione il ruolo decisivo dell’informazione in una battaglia in partenza così impari. Vorrei concludere con tre indicazioni importanti per la ripresa in autunno:

  1. I lavoratori vanno ascoltati. Non basta assisterli con gli ammortizzatori sociali, ma occorre renderli protagonisti di una alternativa alle stesse logiche che ci hanno portato alla attuale drammatica crisi sociale;
  2. A tutti coloro che prima di iniziare una lotta vorrebbero conoscerne il risultato finale occorre proporre la democrazia, la non violenza e l’unità come risorse moltiplicatrici, in grado di ribaltare i rapporti di forza.
  3. Il ruolo dei mezzi di comunicazione, ed in particolare della Tv, è essenziale e si capisce perché Berlusconi e i suoi servitorelli più irruenti come Belpietro e Paragone si siano agitati minacciosi: sono decine e decine le situazioni di difficoltà, di licenziamenti e di presidi dei lavoratori in corso nel nostro paese che vanno sostenute con un movimento di massa che fa dell’informazione democratica un punto di forza per affrontare la crisi nelle sue dimensioni sociali e nella sua autentica drammaticità.

A partire da qui tutta la Sinistra potrebbe provare a ricucire un pezzo della propria identità e a mettere un tassello da collegare ai mille altri, non solo per resistere, ma per dare speranza di uscire dalla situazione attuale con la sconfitta di una destra fallimentare che si è impadronita del nostro futuro.

Piano casa

Hanno cercato di vendere un piano casa diverso da quello approvato in Consiglio. Evidentemente, si sono vergognati per lo scempio apportato al territorio e per l’umilizione inferta ai Comuni.

Si tratta di una disciplina speciale con durata temporale limitata a diciotto mesi a partire dal 16 settembre 2009, derogatoria del normale regime giuridico. Tutti gli interventi previsti potranno avvenire in deroga alle previsioni quantitative degli strumenti urbanistici vigenti o adottati e realizzati sulla base di denuncia di inizio attività o di permesso di costruire.

Con riferimento al patrimonio edilizio esistente, si prevede il recupero delle parti inutilizzate degli edifici ultimati entro la data del 31 marzo 2005 a fini residenziali. Si riconosce, altresì, la possibilità di procedere al recupero delle volumetrie edilizie in seminterrato per destinazioni accessorie alla residenza e alle attività economiche, già presenti nel fabbricato. In merito alle aree destinate all’agricoltura, viene prevista la possibilità di procedere al recupero di parti inutilizzate di edifici di residenza , delle attività ricettive non alberghiere, degli uffici e delle attività di servizio.

Il Progetto di Legge definisce due distinte tipologie di intervento:

  1. l’ampliamento del 20% degli edifici residenziali, ultimati alla data del 31 marzo 2005,
  2. la sostituzione degli edifici residenziali e produttivi esistenti con aumento della volumetria del 30%.

Anche all’interno dei centri storici e dei nuclei urbani di antica formazione si può intervenire attraverso la sostituzione di singoli edifici residenziali “non coerenti con le caratteristiche storiche, architettoniche, paesaggistiche e ambientali”.

Anche per gli edifici produttivi, esistenti nelle aree a destinazione produttiva secondaria ed individuate dal Comune con motivata deliberazione entro il termine perentorio del 15 settembre 2009 è ammessa la sostituzione (+30% volumetria), subordinata al mantenimento della destinazione d’uso.

Il limite di incremento del 30% è aumentato sino al 35% qualora la realizzazione dell’intervento di sostituzione sia accompagnata da un congruo equipaggiamento arboreo. E’stabilito che la Giunta Regionale definisca criteri applicativi di quest’ultima disposizione (!).

Sono disciplinati inoltre gli interventi di riqualificazione di quartieri di edilizia residenziale pubblica, con la possibilità di realizzare nuova volumetria (fino al 40%) da destinarsi ad edilizia residenziale pubblica, compresa l’edilizia convenzionata. Tale nuova volumetria può concretizzarsi anche in nuovi edifici.

Riguardo agli interventi edilizi nei parchi regionali, potranno essere realizzati anche in deroga alle previsioni dei relativi piani territoriali di coordinamento, con una riduzione dei limiti massimi di incremento volumetrico.

Con riferimento agli oneri di urbanizzazione e al contributo sul costo di costruzione è stabilita una riduzione del 30% del contributo di costruzione.

Una vera cuccagna per chi vuole costruire in barba ai piani regolatori: una vera disgrazia per quanti il diritto alla casa non l’hanno visto mai! Eppure all’ultimo atto in Consiglio le cose sono perfino peggiorate.

Nel feuilleton che era diventato questo provvedimento, non poteva mancare l’ultimo colpo di scena. Lo ha dispensato l’assessore al Territorio, il leghista Davide Boni, presentando una ventina di emendamenti. Mossa tattica, per far decadere gli oltre 200 emendamentì presentati dall’opposizione e riuscita solo in parte, perché un centinaio sono stati ripresentati come subemendamenti alle modifiche chieste dall’assessore.

Nei parchi si potrà demolire e ricostruire in deroga ai piani di coordinamento degli stessi Anche nei centri storici, come pressocchè ovunque nel territorio lombardo, si potrà ampliare e ricostruire (+20% o 30% di volumetria) sostituendo gli edifici esistenti che non si adattano al contesto storico e architettonico. Fuori dai centri storici si potrà incrementare la volumetria esistente perfino del 3O%, se si useranno tecniche e materiali in grado diminuire di un terzo i consumi per il riscaldamento. Ma l’interessato che costruisce in più dovrà solo «dotarsi» della certificazione energetica, non sarà più obbligato a presentarla in Comune. Ancora, in caso di «congruo equipaggiamento arboreo» pari almeno a un quarto del lotto interessato, I’incremento di volumetria ammesso sarà del 35%.

Si potranno convertire in residenza i capannoni industriali e artigianali – non commerciali e terziari – per una quota pari alle volumetrie definite dagli indici residenziali del luogo.

Infine, i quartieri di edilizia pubblica. Qui l’incremento massimo arriva al 40%. Potrà riguardare un complesso di edifici e non uno solo e potrà concretizzarsi in un palazzo nuovo di zecca. La volumetria potrà essere ceduta a operatori privati e la durata di applicazione della legge sarà di 24 mesi. I Comuni vedranno ridursi del 30% gli oneri di urbanizzazione ma dovranno fornire i servizi aggiuntivi per fogne acqua e rifiuti.

Questa legge viene propagandata come la risposta lombarda alla crisi e alla domanda abitativa. Ma il suo contenuto nulla ha a che vedere con questi obiettivi.

Si tratta infatti di un provvedimento che non si pone il problema dell’utilizzo del patrimonio immobiliare già esistente ed inutilizzato, a partire dall’enorme numero di case sfitte. Per di più, si tratta di una legge che non riguarda la difficile situazione di quanti vivono sulla loro pelle la crisi: quelli che fanno già fatica ad arrivare a fine mese, pagare l’affitto o il mutuo e che, molto probabilmente, non sono nelle condizioni di accedere ai benefici di questa legge.

Alitalia Malpensa

Trecentonovanta licenziamenti in Sea. Di cui 231 a Linate e 159 a Malpensa. Questo annunciano le procedure di mobilità avviate da Sea Handling e Sea spa notificate ieri ai sindacati. Numeri impietosi, che denunciano tutto il fallimento di una classe dirigente lombarda attenta a Malpensa solo per scopi elettorali. E che ora non sa porre un argine alla inondazione di prepensionamenti e interruzioni dei rapporti di lavoro. E solo ora scopre la necessità del confronto sindacale, forse per mitigare la reazione infuriata di chi sta perdendo il lavoro per l’incapacità di manager ultrapagati e di politici che hanno giocato alle tre carte, mentre che la crisi di Sea si aggravava irreversibilmente. La procedura di mobilità si aggiunge alla cassa integrazione già autorizzata per 900 dipendenti (i lavoratori a casa a rotazione in questo momento sono circa 600). «Siamo contrari ai licenziamenti », alza giustamente le barricate la categoria dei trasporti della Cgil.

A Malpensa serve inserire l’aeroporto internazionale in una politica integrata di tutto il Nord, dove i singoli aeroporti cittadini continuano a farsi una guerra concorrenziale e senza quartiere. E che ne è delle rotte di Lufthansa così magnificate da sembrare risolvere tutti i problemi che continuano a marcire? E cosa succede a Linate, dove non si vogliono toccare gli interessi della lobby Cai (Berlusconi, Marcegaglia, Colaninno e amici vari del Cavaliere) con una seria redistribuzione degli slot (gli orari di partenza e arrivo in aeroporto) che incentivi le compagnie in grado di utilizzarli davvero?

Con la propaganda irresponsabile si fa solo confusione e si peggiora la situazione fino a farla esplodere come temevamo. Adesso che i nodi vengono al pettine, anche il più sprovveduto dei cittadini capisce che sono state parole a vuoto quelle di Formigoni e della Lega, mentre noi, come testimonia quersto blog, ripetavamo che per far volare gli aerei non basta un gioco a scaricabarile, di cui il centrodestra lombardo porta tutte le colpe.

Fiat e Alitalia sono stati e sono due grandi marchi nazionali nel mondo, entrambi esposti ai grandi mutamenti planetari di questi decenni, entrambi indicativi dell’impegno e dei sacrifici che al loro futuro hanno destinato Governi, contribuenti, lavoratori. Cominciamo dai Governi. Obama, il presidente americano, è stato decisivo per portare a compimento la fusione tra Fiat e Chrysler e nell’indicare un futuro industriale in prodotti nuovi, meno inquinanti, meno divoratori di spazio e di energia.

Il presidente americano poi, ha scelto i contribuenti e i sindacati, che ha coinvolto nell’azionariato e nella “governance” dell’azienda, per condividere la scelte di ristrutturazione necessarie ad uscire dalla bancarotta, mentre ha affossato i manager e penalizzato gli istituti di credito responsabili del fallimento dell’industria automobilistica più forte del mondo. Tutto il contrario di Berlusconi, che per “salvare” Alitalia ha prelevato 300 milioni di euro dalle tasche dei cittadini, ha depotenziato le trattative coi sindacati, ha fatto favori a banche e ad amici imprenditori, ha rimesso in sella manager decotti a stipendi stratosferici. E, cosa ancor più grave, ha consegnato il futuro di Malpensa e la compagnia di bandiera ai capricci del mercato, senza alcuna visione delle prospettive del trasporto aereo nazionale.

Obama non ha mai dato peso al tema della nazionalità, ma ha badato alla sostanza dell’operazione e alla sua riuscita per le ricadute sull’occupazione, sull’ambiente, sulla stabilità economica. Berlusconi ha perseguito come obiettivo principale la nascita di una compagnia “tricolore”, subordinando ad esso ogni altra questione, con le conseguenze che già si vedono nella scarsa efficienza del servizio, nella limitata estensione del bacino di utenza e nella diseconomia aeroportuale a cominciare da Malpensa.

La Lega e Formigoni, così silenziosi e distratti sul caso Fiat, ci avevano inondato di proclami ad ogni passo della svendita di Alitalia e dello svuotamento di Malpensa, rassicurandoci che il successo sarebbe stato prima o poi alle porte. Ma ora che non possono più dare la colpa ad altri per essersi consegnati mani e piedi agli interessi del Cavaliere, di quale propaganda nutriranno i loro elettori, visto che da una crisi – quella Fiat – si è provato ad uscire con idee e alleanze nuove, mentre dall’altra – quella Alitalia – si è soltanto precipitati nel gorgo degli interessi dei soliti noti e nel giro delle lobbies amiche?

Parchi e cave

Ritiro dell’emendamento “ammazza parchi”

Il ritiro dell’emendamento “ammazza parchi” (il provvedimento che avrebbe permesso alla Regione di dare l’ok ai progetti edificatori all’interno dei parchi anche se questi avessero espresso parere contrario) è stata una grande vittoria per Sinistra e per tutti coloro che si sono opposti a una norma che di fatto avrebbe aperto le porte allo smantellamento dei parchi lombardi, a cominciare dal Parco Sud Milano.

Parco pineta Tradate-Appiano: salvi i confini

Dopo un iter faticoso, contrastato, sostenuto da iniziative continue nel territorio e prese di posizione pubbliche, sia di singoli cittadini che di associazioni e consiglio comunali, nonostante indebite pressioni e incursioni di alcune Amministrazioni, è stata approvata in Consiglio Regionale la legge di istituzione del Parco Pineta di Appiano Gentile e Tradate. La sua approvazione all’unanimità chiude una contesa non sempre trasparente tra interessi contrastanti, con il successo di una visione lungimirante e unitaria dell’ambiente sottratto alla speculazione della proprietà privata. L’area originale del progetto di Parco, difesa in particolare dalle associazioni ambientaliste e dalle realtà locali, viene preservata; alcuni “ritagli”, tentati in extremis da qualche amministrazione, vengono esclusi; le culture, l’educazione, la realtà viva del territorio si arricchiscono così di un bene comune di valore inestimabile.

Abbiamo contrastato tutti i diversivi e le operazioni di basso profilo in corso, apprezzando l’unità raggiunta dall’intera Commissione Ambiente e l’appoggio della Direzione del Parco alla proposta giunta in Consiglio.

In tempi così difficili, grazie alla mobilitazione e ad un’attenzione straordinaria dal basso, si è realizzato un prezioso risultato per la società civile e – perché no – anche per la buona politica sostenuta dalla partecipazione.

Nell’ultima fase del Consiglio e in occasione dell’approvazione del PRT abbiamo sostenuto l’eliminazione dell’attraversamento del Parco da parte della nuova autostrada Como Varese.

Piano Cave di Varese

Tre successi della nostra azione nella ridefinizione del piano cave della Provincia di varese:

Primo. E’ stato impedito il raccordo con il versante della miniera Holcim di ravedona Monate. La cava di Travedona Monate viene circoscritta in modo definitivo, così da mantenere il profilo di salvaguardia delle acque dei laghi varesini.

Secondo. Sono stati stralciati i giacimenti della zona sud della provincia (Gorla Maggiore, Gorla Minore, Cislago) e viene bloccata la prospettiva devastante di riempimento con rifiuti.

Terzo. Si sono ridefiniscono i perimetri e si riducono i volumi di escavazione nel comune di Cantello, così da consentire i piani di recupero boschivo e di risistemazione della viabilità adottati dall’Amministrazione.

Sono poi stati cancellati definitivamente i volumi di escavazione proposti (1 milione di metri cubi) per il comune di Samarate e fissati al solo fine di ripristino ambientale i volumi della cava di Cantello. Per Travedona Monate abbiamo ottenuto la prescrizione di uno studio idrogeologico per il versante ovest del lago e il ritorno ai quantitativi previsti dal piano provinciale, dopo aver bloccato le pretese del cementificio di stravolgere il profilo collinare dell’area.

Infine, un ordine del giorno impegna la Giunta a escludere, per le province di Varese e di Como, la localizzazione di nuovi impianti in un raggio di almeno 5 Km da ognuno di quelli già esistenti, sia attualmente in esercizio che dismessi. Il che significa, per la zona di Mozzate, già molto compromessa dal punto di vista ambientale, liberarsi dal rischio di ulteriori nuove cave, con le vecchie man mano trasformate in discariche.

Si tratta quindi di risultati importanti che tuttavia non cambiano il nostro giudizio relativo al Piano nel suo complesso, sul quale abbiamo espresso voto negativo.

Siamo molto lontani dalle esigenze di salvaguardia del nostro territorio per quanto riguarda le quantità estraibili, anche in funzione delle nuove infrastrutture da realizzare in vista dell’Expo. E, più in generale, pensiamo che l’intera legislazione in merito all’attività cavatoria portata avanti da Regione Lombardia debba essere rivista: non si può continuare ad affrontare i piani cave in questo modo, devono essere concordati con le Province.

Gaggiolo: sepolti dai rifiuti. Un filo di veleno che collega Stabio a Viggiù?

Il sopralluogo a Gaggiolo ottenuto dalla Commissione ambiente su nostra richiesta, ha verificato le lamentele degli abitanti locali nei confronti dell’enorme deposito di rifiuti inerti che, dal territorio svizzero, sovrasta le loro abitazioni ha rivelato una situazione inquietante che richiede, oltre ai necessari approfondimenti, un immediato intervento.

Si tratta di 350 mila metri cubi di materiale composito, che tolgono il sole a una quindicina di abitazioni, depositati in questi anni senza alcun controllo e, a detta degli abitanti che hanno seguito a vista da non più di dieci metri le operazioni di scarico, infarciti di amianto e metalli pesanti. Una storia vergognosa, che conta sulla presenza di un confine burocratico tra due Stati confinanti per occultare illegalità. La cava Femar sequestrata dalla guardia di finanza di Viggiù su nostra indagine si è riveata collegata al trasporto di amianto dalla Svizzera in Italia.

Piano cave Bergamo

L’assenza di una nuova normativa regionale sulle cave – adeguata rispetto alle direttive comunitarie – ci mette totalmente fuori legge rispetto all’Europa. La ragione? Il mancato recepimento della prescrizione di sottoporre i piani cave alla valutazione ambientale strategica e alla valutazione di impatto ambientale.

Detto questo, permane, nel merito, una nostra forte contrarietà alle previsioni del Piano e alle vicende – non sempre chiare – che ne riguardano il percorso di approvazione.

Il Piano Cave di Bergamo è scaduto da 8 anni. Anche in questa legislatura – come nella precedente – ha avuto un iter particolarmente irto di ostacoli.

Il Piano così come adottato dal Consiglio provinciale di Bergamo e inviato in Regione è stato abbondantemente rimpinguato in primis dalla Giunta regionale, che ha previsto un incremento di materiale estraibile.

L’estate scorsa, poi, la Giunta ha inviato il Piano alla competente commissione per l’espressione del parere. La Commissione ambiente lo ha approvato (sempre con voto contrario delle minoranze che rimarcavano nuovi incrementi volumetrici – aggiuntivi rispetto a quelli già previsti dalla Giunta) e lo ha inviato al Consiglio per il voto dell’Aula. Il Consiglio lo ha però rispedito al mittente su richiesta dell’Assessore Pagnoncelli, che ne chiedeva ulteriori modifiche.

E arriviamo all’oggi: in Commissione abbiamo assistito per l’ennesima volta all’inserimento non solo di quantità aggiuntive di materiale cavabile, ma addirittura di nuovi giacimenti.

Per questo motivo abbiamo sottoscritto, insieme al Pd, degli emendamenti che verranno presentati in Aula per chiedere lo stralcio di alcuni ambiti estrattivi e il ridimensionamento di quelli che nel corso dell’iter hanno continuato a “lievitare”, come Calco, Caravaggio e Calcinate.

A compimento del suo lavoro, l’Aula ha approvato a scrutinio segreto lo stralcio del sito estrattivo di Caravaggio votando un emendamento delle opposizioni. Attraverso la mobilitazione delle istituzioni locali, è stato possibile far valere il dissenso rispetto a un progetto che avrebbe irrimediabilmente devastato i fontanili e l’ecosistema naturale dell’alto cremasco.

Sempre a scrutinio segreto sono passati, per la prima volta, la valutazione di impatto ambientale (VIA) su tutti i siti e il passaggio di proprietà al Comune delle cave esaurite; ed è stato votato anche lo stralcio della cava di Calcio e di quella di Calcinate.

Sanità e assistenza stile lombardo

Il nuovo 118 verso i privati?

Con il centrodestra in Lombardia siamo arrivati alla possibile privatizzazione dei servizi di pronto soccorso! Proponendo una fantomatica Agenzia per l’emergenza-urgenza e di centralizzare un servizio come il 118 (quello delle autoambulanze per le emergenze e il pronto soccorso), che dovrebbe rimanere fortemente ancorato alla dimensione territoriale, è stato introdotto un nuovo soggetto, che solo una nostra decisissima opposizione ha impedito che per ora non fosse aperto alla partecipazione di privati. Il tentativo non dissimulabile è quello di concentrare nelle mani di pochi un potere forte nel governo della sanità, così da poter indirizzare i pazienti a un pronto soccorso piuttosto che a un altro, esercitando un potere discrezionale la cui imparzialità può essere garantita solo dal pubblico. Proprio su questo punto si è aperto lo scontro tra l’assessore alla sanità di allora, Alessandro Cè e la sua maggioranza, che l’ha sostituito non tollerando l’autonomia delle sue posizioni.

Le nostre proposte per cambiare la legge regionale 31

Innanzitutto, un progetto di legge che prevede la creazione della “Casa della Salute”, cioè di una sede pubblica in cui la comunità locale programma e organizza la promozione della salute e il benessere sociale e dove trovano collocazione in uno spazio fisico i servizi territoriali che erogano prestazioni sanitarie e sociali alla comunità. I medici di medicina generale devono poter trovare la struttura ambulatoriale di lavoro ed essere associati per meglio rispondere alle esigenze dei loro pazienti. Alcuni servizi specialistici connessi alle cure primarie possono essere inseriti nella “Casa della Salute”: il Servizio Materno-infantile, il Consultorio, le attività locali per la Prevenzione e la Protezione Ambientale, il Servizio Geriatrico, il Servizio di Cure Domiciliari, il Servizio di Salute Mentale, il Servizio Sociale, il Servizio delle Cure Dentarie. La Casa della Salute è il luogo della partecipazione dei cittadini e delle forze sociali organizzate e del coinvolgimento delle Municipalità.

In secondo luogo, nuove modalità per le procedure di accreditamento da presentare come modifiche alla legge 31 e/o come emendamenti al progetto della Giunta. Le modalità prevedono una programmazione regionale sanitaria che individui le prestazioni e i servizi da affidare ai privati tramite accreditamento. L’affidamento deve riguardare solo quei servizi e quelle prestazioni che non possono essere svolte dal sistema sanitario pubblico. Inoltre, fra i criteri di accreditamento devono essere inclusi gli standard organizzativi dei servizi e delle prestazioni, con l’indicazione degli organici necessari e l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro.

Infine, una mozione da presentare nei Consigli Comunali per una legge regionale sui metodi di distribuzione delle risorse in favore della non autosufficienza, in particolare sulla questione delle rette in RSA. Ricordando che, grazie al decreto interministeriale del precedente governo, la Regione Lombardia ha ricevuto 58 milioni di euro per gli anni 2008/2009 e ne riceverà altri 58 entro il 2010. Tali risorse devono essere destinate anche al sostegno per il pagamento delle rette in RSA. Non devono, al contrario, essere destinate a coperture di costi sanitari.

La legge sull’assistenza e il nostro ostruzionismo

Un progetto di legge è stato presentato dalla Giunta con l’obiettivo di realizzare la totale parificazione nel settore sociale e, tendenzialmente, sociosanitario tra intervento pubblico e privato. Il pdl non si fermava alla previsione di una robusta gestione privata delle unità di offerta (rsa, cooperative, ex IPAB, associazioni di volontariato, imprese profit e non profit, ecc…), ma procedeva ad una regolamentazione delle unità di offerta accreditate, alle quali venivano indiscriminatamente affidati compiti non solo di gestione, ma anche di valutazione dei bisogni e di predisposizione dei percorsi di cura, di tutela o di aiuto delle persone.

La Giunta accentuava una certa vocazione centralistica della regione, per non lasciare autonomia al distretto, che pure per legge è l’ambito territoriale indicato per l’implementazione delle politiche territoriali e delle politiche di integrazione. Inoltre veniva accentuato il ruolo dell’ASL, ridotta ancor più che nel passato a propaggine territoriale della regione. Ne derivava in definitiva una governance debole e contraddittoria, nella quale fa premio sulla esigenza di armonizzare i diversi soggetti rispetto ai bisogni delle persone e alla programmazione il ruolo dirigistico delle ASL, che erogano risorse ai Comuni e collaborano alla gestione dei servizi sociali, e l’obiettivo politico di dare impulso alle attività dei privati. La priorità passa dalle persone alla famiglia, e anche in questo caso non per migliorare l’organizzazione, ma – pare – per meglio rispondere ad una impostazione di tipo ideologico. In questo modo si deprime quasi irrimediabilmente il ruolo principale delle istituzioni pubbliche che è quello di assicurare politiche di integrazione rivolte alla persona tout court e per la generalità dei bisogni, non solo sociosanitari, ma anche economici e culturali.

Per quanto riguarda le norme riferite al rapporto pubblico-privato, ancora una volta emerge l’obiettivo di estendere all’ambito sociale e sociosanitario i principi introdotti nel settore sanitario a partire dalla legge 31/97. Voler dettare norme di indirizzo anche in campo sociale, settore in cui, come già ricordato le funzioni amministrative appartengono ai comuni singoli o associate, è operazione quantomeno impropria e, comunque, non condivisibile. Infine, nel pdl non c’era traccia del fondo per la non autosufficienza, né di un’assistenza post-dimissioni e nemmeno di aumenti del contributo regionale al pagamento delle rette nelle Rsa, a proposito delle quali non si è voluto neppure eliminare l’obbligo di compartecipazione a carico dei parenti, nonostante la legge preveda tale obbligo solo per l’assistito.

In definitiva, un provvedimento che sposta verso la gestione privata servizi indispensabili per i cittadini, che esautora i comuni dalle prerogative finora mantenute sui piani sociali e sociosanitari di zona e che rilancia ideologicamente l’attacco alla 194 inserendo i principi di “tutela della vita fin dal concepimento” e di salvaguardia di “una sana e responsabile sessualità”. Sulla discussione in Aula di questo pdl abbiamo giocato la possibilità, concessa una sola volta per legislatura a ogni Gruppo, di procedere a un confronto approfondito emendamento per emendamento e a un’operazione di contrasto libera dal contingentamento dei tempi. Abbiamo presentato oltre 1300 emendamenti e centinaia gli ordini del giorno , affrontando una battaglia in Consiglio durata diversi giorni.

I risultati sono stati importanti: un apposito capitolo di bilancio per garantire copertura finanziaria al fondo per la non autosufficienza, con la finalità di migliorare i servizi e aiutare economicamente le famiglie per sostenere le spese. Via ogni riferimento alla “sana sessualità”, con un’accentuazione del concetto di educazione sessuale. Per le rette delle Residenze Sanitarie Assistite (Rsa), in caso di indigenza dell’assistito, si è ottenuto che il contributo a carico dei familiari fosse parametrato sulla condizione economica accertata Isee. In più, il rafforzamento del ruolo del servizio pubblico nell’assicurare la valutazione dei bisogni e dei percorsi di cura, con figure professionali presenti negli uffici di segretariato sociale che dovranno essere aperti nei Comuni e il diritto alle prestazioni essenziali (Lea) indipendentemente dalle risorse di bilancio assegnate. Tra gli emendamenti approvati anche un sostegno alle attività sportive per gli anziani finalizzate al prolungamento dell’autosufficienza.

Non è comunque mutato il nostro giudizio, che rimane negativo, sul complesso di una legge che tenta di portare a compimento il processo di parificazione tra pubblico e privato anche nel settore dell’assistenza e che ne sconfessa l’impostazione universalistica.

Da Oil for Food alle tangenti per le bonifiche, agli scandali della sanità

Oil for Food: una indecenza internazionale

La motivazione della sentenza con la quale il 10 marzo 2009 sono stati condannati a due anni di reclusione ciascuno i tre imputati dell’inchiesta sullo scandalo «Oil for Food», è destinata a diventare un documento pilota, guadagnandosi il record di prima sentenza al mondo per fatti di corruzione internazionale. Anche se in questo caso a farne le spese sono degli italianissimi imputati legati al governo regionale lombardo: Andrea Catanese, titolare di una piccola società petrolifera, la Co.Ge.P. che beneficiò del petrolio iracheno di Saddam Hussein; Paolo Lucarno, dirigente della stessa società per i rapporti commerciali e finanziari; e, infine, Mazarino De Petro, definito socio occulto e consulente della Co.Ge.P ma più noto come ex sindaco di Chiavari e soprattutto compagno di partito, nonchè amico, socio di barca (attraverso la moglie) e fidato consigliere del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni che in questa storia figura come convitato di pietra, anche se nei suoi confronti non è mai stata elevata alcuna accusa formale.

Eppure, tutta la vicenda «Oil for Food», nata da un’inchiesta internazionale condotta da investigatori dell’Onu, parte proprio da Formigoni, autore di un fax al vecchio amico Taraq Aziz, vice primo ministro nel governo di Saddam, nel quale si raccomandava caldamente proprio la Co.Ge.P. di cui era consulente e, secondo il tribunale, «socio di fatto», proprio l’amico De Petro.

Secondo il rapporto degli investigatori Onu, Formigoni fu «destinatario di 24 milioni di barili di petrolio» in quanto «amico» del regime iracheno, trattati poi da De Petro e dalla Co.Ge.P, che si resero disponibili al pagamento di una tangente di quasi un milione di dollari finiti su una banca giordana a disposizione del capo della Somo, la società petrolifera irachena, cugino di Saddam Hussein. Scrive il tribunale (giudici Micara, Martini e Lai) che «è stato autorevolmente sostenuto come la corruzione internazionale sia stato uno dei più grossi fattori di sottosviluppo ed abbia prosperato proprio perché, nel passato, le norme interne sulla corruzione si riferivano in genere ai soli funzionari pubblici e nazionali e non si estendevano alla corruzione dei funzionari pubblici stranieri, tipica dei contratti internazionali».

Quindi la Lombardia, “terra di eccellenza” secondo i suoi governanti che si autoincensano, detiene un ulteriore primato: avere funzionari vicino al Pirellone condannati per illeciti oltre confine con regimi inquietanti, dopo aver ottenuto il massimo di segnalazioni di azioni corruttive nella pubblica amministrazione (30 nel 2008) secondo il rapporto della Corte dei Conti sulle Regioni italiane. E se la stampa aiutasse di più l’opinione pubblica a risvegliarsi dal torpore che 15 anni di centrodestra hanno sparso sulle coscienze locali?

Prosperini e il commercio d’armi

“Commercio di armi”. Con uno dei più sanguinari regimi africani, quello eritreo di Asmara. Che dà “appoggio logistico e militare a gruppi legati ad Al Qaeda”. E i soldi delle presunte mediazioni “utilizzati poi per finanziare parte della campagna elettorale del Ministro della Difesa”. E’ il quadro sconcertante che, secondo l’Espresso, vedrebbe coinvolto direttamente l’ex assessore regionale Prosperini, già in carcere per una presunta tangente ricevuta da TV private nella stipula di contratti per promuovere il turismo lombardo. E vedrebbe implicato anche il suo ufficio con sede al Pirellone.

Paladino a parole della lotta al terrorismo, ma in affari con le lobbies che potrebbero perfino sostenere e addestrare i talebani somali. In sostanza, Prosperini sarebbe stato il mediatore tra imprenditori europei e governo eritreo per la vendita di armi. E a curare le operazioni, il suo segretario personale. Il tutto al riparo di una carica istituzionale e, addirittura, forse, di accordi di programma tra Regione Lombardia ed Eritrea. La qual cosa deve essere assolutamente chiarita, dissipando qualsiasi ombra possa essere anche solo incautamente avanzata, come ha fatto l’Espresso. Occorre cioè, al di là delle responsabilità personali, togliere qualsiasi sospetto sul ruolo della Regione e su eventuali sue ulteriori implicazioni in questa sconvolgente vicenda.

Dopo lo scandalo di Oil for Food e del coinvolgimento di uno dei più stretti collaboratori di Formigoni – condannato per corruzione internazionale – con il regime di Saddam Hussein, quest’altra circostanza di traffici con una dittatura sotto embargo dell’Onu genera allarmi per la credibilità dell’istituzione lombarda, al punto che la sua tutela richiede un immediato chiarimento ed una responsabile quanto urgentissima presa di distanza dei massimi livelli. Finora, però, solo silenzio, imbarazzo e rimozione, annegati nel frastuono dell’ormai avviata campagna elettorale

La vergogna delle bonifiche

L’imprenditore Giuseppe Grossi, arrestato nell’ambito dell’inchiesta sull’area Montecity-Rogoredo è titolare con Regione Lombardia di un accordo di programma per la bonifica dell’area industriale della ex-Sisas di Pioltello. Stiamo parlando di 120 milioni di Euro più un aumento dei costi di 44 milioni, peraltro autorizzato dalla Giunta, nonostante le rimostranze,dell’intera opposizione quando l’indagine era già in corso e nota.

Quella che la Regione ha concesso a Grossi non è stata solo una lauta ricompensa per l’opera di bonifica, ma la possibilità di realizzare sull’area risanata o addirittura in aree equivalenti il più grande centro commerciale d’Europa. Infatti, dopo la legge regionale 126 del 2009, l’affare sarebbe risultato ancor più vantaggioso per l’imprenditore in carcere: una volta ottenuta la licenza, secondo la incredibile normativa, il centro si sarebbe potuto trasferire su qualsiasi altra area. E, come se non bastasse, le opere di bonifica dovranno essere calcolate come opere di urbanizzazione secondaria. La qual cosa significa che il comune che ospiterà il centro commerciale di Grossi dovrà pure abbuonargli la metà delle tasse.

Insomma, un bel regalo fatto al re delle bonifiche pescato dai magistrati alle prese con traffici illegali di valuta verso società offshore.

Di fronte ad una così vistosa infrazione delle regole di buon governo, la minoranza ha chiesto la costituzione di una Commissione Consigliare d’Inchiesta che avrebbe dovuto relazionare in Aula su una serie di audizioni e indagini. Ma ancora una volta è prevalsa una voglia prevaricatrice di Pdl e Lega, che hanno di fatto esautorato la Commissione, impedendo una conclusione unitaria del lavoro svolto. Il tutto con la clamorosa assenza dell’assessore alla partita Ponzoni e del presidente Formigoni. Eppure, l’esito del lavoro puntuale della Commissione è risultato inequivocabile. I costi della bonifica ex-Sisas condotta da Grossi non hanno riscontro in perizie oggettive. Il contributo pubblico – ben 196 milioni di Euro! – appare determinato assai più dalle richieste del gestore dell’appalto che da un esame preventivo della Regione nel ruolo di controllore. Non ci sono gare trasparenti. E l’esame accurato della documentazione avvalora in pieno l’inchiesta della Magistratura, che lambisce i piani alti del Pirellone, fino alla moglie di una figura chiave del potere nella sanità lombarda come Abelli, agli assessori all’ambiente e alle reti, ad alti funzionari e consulenti. Così la maggioranza di centrodestra ha votato un documento che, mentre chiama in causa procedure adottate al tempo di Prodi e Pecoraro Scanio, facendo per la verità quasi sorridere, assolve Grossi e malamente tenta di occultare una connivenza con il mondo degli affari che, fatti alla mano, non si può più coprire.

Gli scandali della sanità

Le ipotesi di accusa configurate dai magistrati nei confronti di dirigenti e medici della clinica Santa Rita, fanno ancor oggi rabbrividire. Anche se gli episodi di truffa ai danni del Sistema sanitario nazionale da parte di strutture accreditate in Lombardia sono ormai ricorrenti, in questo caso si tratta addirittura di omicidio. Di cure, cioè, non necessarie, prestate a danno della vita dei pazienti con l’unico obiettivo del profitto. E se le colpe, che toccherà alla magistratura accertare in via definitiva, sono imputabili a operatori senza scrupoli, la politica, in tutta questa vicenda, non può certo chiamarsi fuori.

Il sistema sanitario della Lombardia registra al suo interno un numero altissimo di indagati e rinviati a giudizio, compreso il Direttore Generale dell’Assessorato regionale. Le prestazioni inappropriate o inutili si attestano sul 30-40% del totale e sono per lo più ascrivibili agli squilibri di un modello che, attribuendo a ogni intervento un valore economico che viene tariffato e incassato dalle strutture, trasforma di fatto la salute in un business, non legittimando ma sicuramente favorendo molte forme di illecito. E questa situazione, rapportata alla retorica dell’eccellenza e alla richiesta del federalismo differenziato in nome di un presunto primato della sanità lombarda in quanto ad efficienza e rigore, farebbe sorridere se non stessimo parlando della vita e della morte delle persone.

Del resto non può che essere così se il privato non integra semplicemente il pubblico, ma lo sostituisce per intero, peraltro in un rapporto impari che lo vede sempre avvantaggiato. Bastino un paio di dati: il privato in Lombardia è pari al 22%, ma fattura il 40% del totale; e in capo al privato è l’80% dell’incremento delle prestazioni ambulatoriali. Si smantellano i servizi territoriali che si occupano della salute dei cittadini e si investe tutto nella cura, ben più redditizia.

Per quanto poi riguarda i controlli – tanto efficienti quelli della Regione che, per ammissione dello stesso assessore Bresciani l’inchiesta sulla Santa Rita è partita da una denuncia anonima – da sempre rileviamo che se pagatore ed erogatore delle prestazioni sono separati, come la riforma formigoniana ha imposto, la capacità di autocontrollo del sistema ne esce pregiudicata.

La Giunta ha cercato di ridimensionare la vicenda delle atrocità nella clinica Santa Rita e di relegarla al campo del comportamento criminale individuale, ma questo tentativo si è infranto contro la notizia dei 24 avvisi di garanzia notificati al presidente Giuseppe Rotelli e a direttori e medici del San Donato e dei 2 milioni di euro sequestrati alla società in via preventiva per rimborsi quantificati venti volte rispetto al costo effettivo.

A cui si aggiungono le indagini in corso sull’Humanitas, sul San Raffaele di Don Verzè e su altre cliniche milanesi private, l’emersione di interessi criminali nella costruzione dell’ospedale bergamasco di Piario, le speculazioni degli immobiliaristi nella creazione del polo sanitario a Nord di Milano, le previsioni di ricorso massiccio al project financing, la trasformazione in alberghi di lusso dei beni delle fondazioni ex-Ipab di Cremona. Così da farci pensare che finora sia emersa solo la punta di un iceberg.

Una spesa sanitaria in costante aumento (dai 7,5 miliardi di euro nel 1995 agli oltre 15 del 2008) fa gola a tutti; un sistema fondato sui DRG, per cui l’ospedale non viene rimborsato sulla base delle proposte e dei risultati di salute ma sul tipo di prestazione erogata (motivo per cui in Lombardia sono aumentati esponenzialmente, per esempio, interventi molto remunerativi, quali il parto cesareo o il tunnel carpale), spinge i proprietari privati ad aumentare cinicamente fuori misura l’esecuzione delle prestazioni ospedaliere più vantaggiose per i loro profitti. A tanto si arriva se si trasforma il diritto alla salute in una competizione sul mercato per accaparrarsi le risorse pubbliche che sono destinate alla cura della malattia.

Comments are Closed

Theme by Anders Norén

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: