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Costituzione europea: i pericolosi obiettivi della Convenzione

Costituzione europea: i pericolosi obiettivi della Convenzione

Mario Agostinelli, 29 luglio 2003

1- Trattato o Costituzione ?

Una autentica discussione sul processo costituente  aperto in Europa è impedita da due pregiudiziali: quella che bolla per euroscettico chiunque entri nel merito dei compromessi raggiunti in una assemblea elitaria  e senza  mandato e quella che vanifica qualsiasi rilievo critico con la motivazione che tanto ci troviamo di fronte ad un  semplice trattato con implicazioni costituzionali dubbie e senza cogenza. Le due categorie sono state introdotte da autorevolissimi responsabili dei lavori della Convenzione: Valery Giscard d’Estaing che a Salonicco, di fronte al Consiglio Europeo riunito, ha definito “euroscettici” i cinque oppositori alla unanimità  raggiunta dagli altri 100 designati  alla assemblea da lui guidata; Giuliano Amato che sul “Sole 24 Ore” si è chiesto se era in qualche modo legittimato quel risultato a cui lui aveva prestato un supporto personale molto attivo, dal momento che nessun rapporto era in qualche modo intervenuto con il popolo sovrano. Eppure nessuno meglio di lui sa che il processo costituente dell’Europa ha imboccato una direzione irreversibile e che proprio la lontananza  del popolo sovrano gli può consentire di approdare a principi e valori in continuità con quelli di Maastricht. Meglio comunque non lasciarsi ingannare: Giscard non ha perso tempo nel chiedere a Berlusconi il 18 luglio a Roma di non ridiscutere alcunché delle conclusioni della Convenzione, perché “se ciò avvenisse sarebbe messa in causa la scelta stessa di appartenere all’Europa”, e Amato ha raggiunto lo scopo che la Convenzione tacciasse di estremismo l’ipotesi federalista sostenuta da Fischer e,  di conseguenza , desse impulso alla “politica senza sovrano” o “post statuale” a lui cara, riconoscibile in un mutamento della funzione dello Stato in rapporto soprattutto al mercato e lungo i canoni imposti dalla competizione globale. Meglio quindi, quando si chiede un’Europa democratica, non temere il trabocchetto dell’antieuperismo e non rassegnarsi all’anomalia politica, così incredibile per il XXI secolo, di una Costituzione “octrayee” scambiandola per una innocua esercitazione. Occorre invece porsi la domanda di maggior implicazione politica: c’era davvero bisogno di costituzionalizzare, come è avvenuto con la parte III del “trattato che istituisce la Costituzione dell’Unione Europea”, i trattati di Amsterdam e di Maastricht, collocando così il modo di produzione e il governo della politica economica europea nell’orizzonte del più schietto liberismo in cui l’Europa monetaria e del mercato si è fin qui riconosciuta?

E’ politicamente corretto, socialmente responsabile e culturalmente ineccepibile – e parlo di categorie liberali! –  affrontare nella fase nuova segnata dai movimenti di  Seattle, di Porto Alegre e di Firenze e dalle immense manifestazioni contro la guerra che Habermans   assegna alla nascita di uno spazio pubblico europeo, il necessario passaggio ad una Europa politica e sociale con una operazione riduttiva, di parte, priva di legittimità democratica? Al di là delle impressioni suscitate da chi ha fornito  letture parziali del trattato costituzionale sottoposto alle decisioni finali  della conferenza dei rappresentanti dei Governi europei (CIG) che si riunirà a Roma a partire dal 4 ottobre, è proprio la parte III – quella che traduce Maastricht nelle politiche dell’Unione  e che illustrerò compiutamente – la cartina al tornasole del viraggio morbido della futura Costituzione Europea verso valori lontani dalla centralità del primato del lavoro e dal ripudio della guerra in cui si erano identificate le Costituzioni antifasciste. Possibile che questa operazione di spostamento dell’asse verso l’impresa e di relativizzazione del principio della pace possa passare sotto silenzio in un continente percorso dai più grandi movimenti degli ultimi trent’anni?

Nei fatti la debolezza, la vaghezza e le carenze della I parte del testo della Convenzione – quella che Giscard definisce “parte costituzionale vera e propria” – non saranno – come sembra ritenere Rodotà su “Repubblica” del 22 luglio –  recuperate dalla forza traente delle Costituzioni nazionali che sopravviveranno alla costituzione europea o dalla forza giuridica assunta dalla Carta dei diritti fondamentali, ma verranno invece interpretate alla luce delle disposizioni della III Parte, quella che stabilisce nei dettagli minimi (338 articoli!) come le dichiarazioni di principio diventano politica economica e sociale, politica estera e militare cui verranno vincolati tutti i Paesi d’Europa. Quella parte III che, unica di tutto il trattato,  prevede leggi europee che superano la forza giuridica delle legislazioni nazionali o che ne orientano o armonizzano le future disposizioni . Quella su cui ha diretta competenza il Parlamento Europeo, l’unico organismo eletto direttamente dai cittadini, ma già dall’inizio vincolato da disposizioni tassative. Chi, come gran parte della cultura giuridica europea, considera il processo costituente soprattutto in chiave di dialettica interpretativa interna alle Corti di Giustizia e all’attività puntuale e insostituibile di giudici e magistrati protesi a consolidare il passaggio dall’Europa dei mercati a quella dei diritti, può essere portato a sopravvalutare l’aggancio che la Carta dei diritti fondamentali offre ad una evoluzione coerente del comportamento delle stesse istituzioni europee “dal commercio alla cittadinanza”. Ma non può contemporaneamente trascurare il fatto che quelle stesse istituzioni escono indebolite dalla Convenzione e che, con il metodo di una costituzione scritta in segreto da rappresentanti designati e non eletti e senza diritto di voto, si è preclusa la nascita di una Europa dei cittadini che partecipano a decisioni politiche e che beneficiano di diritti universali e indivisibili conquistati in uno spazio pubblico. Come possono  dispiegarsi le potenzialità di una attività giuridica democratica in Europa se non si procede verso un sistema democratico multilivello  perché gli Stati con i loro organi governativi spezzano il monopolio parlamentare della legislazione concentrandolo nelle mani degli esecutivi riuniti nel Consiglio? E come si confermano diritti sociali avanzati se i “corpi intermedi” e gli stessi sindacati vedono ridursi la loro rappresentanza ai simulacri della consultazione e del dialogo sociale ridimensionato normato dalla III Parte? Qui si pongono le domande di Alfredo Reichlin (“Unità” del 20 giugno) sul compito dei “riformisti seri” di “organizzare e unire all’interno dell’Europa visioni, culture, passioni politiche, partiti”. Ma esse non trovano risposte, perché qualunque sia la maggioranza politica al potere in un Paese, non avrà altra scelta che adeguarsi ad un ordine liberista reso inattaccabile dai vari trattati europei ed ora costituzionalizzato secondo il linguaggio soft della burocrazia di Bruxelles. Se si legge con cura la parte III ci si rende conto che erano realistici i timori che Bruno Trentin, in una intervista a Quale Stato del 2001,  avanzava già allora:  il destino del lavoro, lo stato sociale, il rapporto tra governanti e governati non saranno portati al centro del confronto sulla futura Costituzione e ne scaturirà un “compromesso” prima di aver fatto emergere le differenze e le divergenze attraverso una sana trasparenza del confronto e del conflitto; non si riuniranno così la politica economica e quella sociale e quest’ultima verrà immaginata come un’infermeria che cura i morti ed i feriti del processo di globalizzazione”. Se si sottovalutano queste considerazioni, ci potremmo trovare di fronte ad un problema nuovo:

il superamento dei patti sociali e costituzionali nazionali, già in atto nelle intenzioni di molti governi, non avverrebbe per una vittoria sul campo, laddove i sindacati e le resistenze dei movimenti nella società l’hanno impedito, ma per aggiramento in una sede europea ademocratica a cui vengono trasferite quote di sovranità dagli Stati e dove si va affermando  l’idea che i diritti provengono dal mercato e che la loro enunciazione solenne nella I e II parte della costituzione europea possa essere realmente tradotta attraverso la pratica delle politiche di stampo liberista previste dalla III . E’ quanto hanno affermato e auspicato in un documento del 1999 Schaub e Lamers, due dirigenti della CDU: “l’eguaglianza e la giustizia non saranno conseguite per mezzo di trasferimenti, ma attraverso la competizione, poiché  il federalismo europeo che noi propugnamo è una forma di federalismo competitivo”.

La Convenzione: struttura, metodo di lavoro, “legittimazione”.

La Convenzione che ha concluso i suoi lavori è un’assemblea formata da 105 membri ed altrettanti sostituti, così ripartiti: 16 rappresentanti del Parlamento europeo, 1 rappresentante per ogni governo degli stati membri dell’Unione (dunque 15 in totale), 2 rappresentanti per ogni Parlamento nazionale degli stati membri (30 in totale), e 2 rappresentanti della Commissione europea; ci sono poi il Presidente, Valéry Giscard d’Estaing, e i due vicepresidenti: Giuliano Amato, e Jean-Luc Dehaene, ex primo ministro belga. Oltre a questi, sono presenti nelle stesse proporzioni i membri provenienti dai paesi candidati all’adesione. Nella plenaria della Convenzione, dunque, la componente parlamentare è numericamente maggioritaria. All’interno di quest’assemblea, così composta, è stato nominato il Presidium della Convenzione: un organo ristretto, formato da 12 membri (il Presidente della Convenzione, i due vicepresidenti, i rappresentanti dei 3 governi che durante la Convenzione esercitano la presidenza di turno del Consiglio, 2 rappresentanti dei Parlamenti nazionali, 2 Nel Presidium, dunque, i rappresentanti governativi sono in maggioranza. del Parlamento europeo e 2 della Commissione, oltre ad un rappresentante dei Parlamenti nazionali dei paesi candidati con lo status di osservatore). La Convenzione ha avuto circa un anno e mezzo di tempo per lavorare. Ha cominciato i suoi lavori nel febbraio 2002 e li ha terminati il 20 di giugno, subito dopo il vertice europeo di Salonicco. Ha elaborato il suo regolamento ispirandosi al regolamento interno della Convenzione precedente, quella che aveva elaborato la Carta dei diritti fondamentali di Nizza: questa prima Convenzione aveva inaugurato un metodo di lavoro secondo il quale non ci sono voti sulle proposte che fanno i membri (gli emendamenti), nè ci sono voti sui progetti di articoli, ma si procede per “consenso”. Questo significa che, contrariamente al lavoro parlamentare classico, dove si hanno progetti di legge, si hanno degli emendamenti per cambiarli ed attraverso il voto si arriva a testi che riflettono l’opinione della maggioranza dell’assemblea, è il Presidium che, secondo i progetti di articoli che esso stesso ha proposto, gli emendamenti presentati ed il dibattito che ne è seguito, valuta quali sono le proposte che potrebbero ricevere il consenso di tutta l’assemblea.

È attraverso questo metodo che è emersa chiaramente l’importanza del ruolo del Presidium e che si è visto il potere enorme che esso ha detenuto nel lavoro di sintesi di quella che doveva essere l’opinione condivisa dai membri della Convenzione. Si può così comprendere meglio perché è stato adottato il metodo del consenso all’interno della Convenzione: i Governi degli Stati membri non volevano trovarsi di fronte a decisioni che avrebbero limitato la loro sovranità e hanno scelto il consenso piuttosto che il voto a maggioranza. E’ pertanto chiaro perché  la società civile è stata tenuta fuori dal processo decisionale della Convenzione, dopo essere stata soltanto coinvolta in una due-giorni di udienza pubblica in cui sono stati ascoltati i rappresentanti delle associazioni, senza dare loro potere decisionale. Quale che sia l’esito dei lavori della Convenzione, sarà la Conferenza InterGovernativa, ossia la Conferenza dei capi di stato e di Governo (CIG) che si riunisce da Ottobre ad adottare il “trattato che istituisce la Costituzione”. Nella storia della democrazia moderna e contemporanea, ogni assemblea costituente (ossia che ha il mandato di scrivere una costituzione)  viene eletta direttamente dal popolo. Non è stato così per la Convenzione, di cui soltanto una parte dei membri proviene da organismi eletti direttamente dai cittadini (i Parlamenti). Ma in più, ogni assemblea costituente è eletta  espressamente per redigere una costituzione. Non è così neppure per questa parte di delegati dei Parlamenti, poiché sono stati eletti per altri compiti (rispettivamente per riunirsi nel loro Parlamento nazionale e votare leggi nazionali, o per riunirsi nel Parlamento europeo e votare direttive o leggi quadro). Nessuno li ha eletti per scrivere la futura costituzione europea. Formalmente, saremmo quindi di fronte più ad un “trattato” che ad una al “costituzione”:  un trattato è un accordo internazionale tra Stati sovrani; una costituzione è la legge fondamentale di uno Stato. Lo stesso Presidium della Convenzione per diverso tempo ha preferito usare il termine “trattato costituzionale”, formula ambigua ma più corretta che “Costituzione”; salvo aver poi rivisto questa terminologia nell’ultimo progetto di testo presentato a fine Maggio, in considerazione dell’operazione politica che si vuole forzare: dare una costituzione di stampo liberista ad una Europa che si ridefinisce nel processo economico di globalizzazione e come potenza nello scenario internazionale, si mantiene intergovernativa, rinuncia a fare dei diritti e della pace il nucleo di una proposta politica di governo democratico mondiale. Così ci troviamo di fronte ad una Europa statica, mentre la dinamica della sua società è estremamente viva. Il processo di revisione costituzionale accentua il carattere di dipendenza della costituzione europea dagli esecutivi e subordina qualsiasi processo di trasformazione sollevato dai governati al consenso dei governanti. Una modifica che fosse richiesta da cittadini, da organizzazioni politiche o sociali o dall’opinione pubblica, andrebbe anche sostenuta dal governo degli stati membri, dal Parlamento Europeo o dalla Commissione e verrebbe poi sottoposta attraverso di essi al Consiglio europeo che, per l’esame, dovrebbe convocare una Convenzione come l’attuale, la quale per consenso dovrebbe adottare una raccomandazione alla CIG, titolare ultima delle modifiche da apportare. Nel documento della Convenzione il linguaggio utilizzato rivela come si stia conducendo un’operazione strumentale volta a svuotare di significato le formule rivendicative: ci si appropria di termini come “democrazia partecipativa”, “dialogo con le parti sociali”, ecc. e li si svuota di ogni sostanza, proponendo ridicolmente un sito internet o degli scambi formali senza alcuna ricaduta reale. Gli effetti dell’unanimismo che si sono ricercati nelle conclusioni della Convenzione, hanno poi portato a limitare il più possibile le posizioni estreme, tanto da parte degli “euroscettici”, quanto da parte degli “euroentusiasti” che hanno assistito alla caduta, una dopo l’altra, delle loro proposte per un’UE federale e con veri poteri anche in politiche sensibili come il fisco o la politica estera e di difesa. Il risultato è che il testo finale non convince nessuno completamente e scontenta soprattutto i più federalisti, ma per accordo interno va mantenuto così come è. Dal punto di vista esterno, questo si traduce in una presa di posizione estremamente chiara in favore del compromesso finale, che spesso viene presentato come un risultato molto positivo, anche quando non lo si crede davvero.

I contenuti della parte III: le politiche dell’Unione

Giorgio Ruffolo su “Repubblica” del 21 luglio fa un’affermazione molto appropriata nei confronti della politica monetaria dell’UE: “ha sconfitto l’inflazione, ma non riesce a promuovere lo sviluppo. Occorrerebbe una frustata che rianimi il cavallo”. Ma come è possibile se nella sua nuova costituzione l’Europa rinuncia a qualsiasi capacità decisionale e a risorse nel campo fiscale e della spesa e addirittura vincola gli Stati Nazionali alle regole del patto di stabilità? Ovunque ci sono impegni stringenti   e regole forti per la stabilità dei prezzi, qua e là ci sono raccomandazioni e auspici per uno sviluppo di qualità; da nessuna parte c’è una indicazione per la ripresa degli investimenti pubblici, L’unico cenno alla politica industriale passa per le piccole medie imprese e per il coordinamento e la promozione del settore degli armamenti. In compenso, le regole di concorrenza sono articolate su 6 articoli assai corposi e l’art.66 adotta il principio di “un’economia di mercato aperta”, in cui il sistema europeo di banche centrali, assistito da Ecofin, guida la politica monetaria e coordina le politiche degli Stati membri affinché “perseguano stabilità dei prezzi, una finanza pubblica sostenibile, un livello concordato dei tassi di interesse e mettano sotto controllo i costi unitari del lavoro”. In quanto all’obiettivo dell’occupazione, esso passa dalla “piena occupazione” della parte I ad un “livello di occupazione elevato, attraverso la promozione di forza lavoro adattabile e di mercati del lavoro che rispondano ai mutamenti economici ed alla competitività”. La politica sociale è perseguita sia nella necessità di assicurare una protezione adeguata, sia per il mantenimento della competitività dell’Unione. Sotto questo profilo, l’armonizzazione dei sistemi sociali e il riavvicinamento delle disposizioni legislative vengono promossi solo col voto di unanimità e riguardano, tra l’altro, le rappresentanze dei lavoratori,  il trattamento dei lavoratori immigrati e la protezione da licenziamento ingiustificato “secondo prescrizioni minime e senza vincoli giuridici che ostacolino lo sviluppo delle piccole medie imprese”. Come se lo spettro dell’estensione dell’art.18 avesse aleggiato sui lavori della Convenzione! La ricerca e lo sviluppo tecnologico hanno come orizzonte il rafforzamento del sistema industriale ed una migliore competitività dell’Unione in campo internazionale. Leggendo questi testi viene da pensare che l’agenda del vertice di Lisbona del marzo 2000 , linea divisoria tra una nuova destra ed una nuova sinistra, nuovo progetto con cui l’Europa intendeva incrociare con un modello sociale proprio le grandi questioni del mondo (la scienza, gli scambi, la solidarietà tra i Paesi, la concentrazione  dei mezzi di comunicazione, le diversità culturali, la proprietà intellettuale e il concetto dei beni comuni), abbia qui compiuto la sua parabola involutiva già evidenziata a Barcellona nel 2001 e la sfida della globalizzazione economico – tecnologica fosse stata riconsegnata al mercato, come aveva insistentemente chiesto l’asse Aznar  Berlusconi Blair.

Si è persa così l’ambizione di una nuova politica industriale, della ricerca e dell’innovazione, di una politica del lavoro collegata all’estensione e all’aggiornamento dello Stato Sociale, e si è impedita una convergenza fra politica economica e politica sociale in nome della modernizzazione e del primato dell’impresa. Le eccezioni a questo quadro riguardano l’ambiente, l’energia, la cultura e, in parte, il programma quadro della ricerca.

Su questi temi emergono novità importanti in connessione con positive innovazioni della Carta dei diritti fondamentali riconducibili ai principi di precauzione e di azione preventiva. E’ la conferma di una possibilità reale di fare dell’Europa una leva del cambiamento e basterebbe un po’ di coraggio per allargare anche oltre la dimensione settoriale questi spazi conquistati dai movimenti e dalla pratica ambientalista. Un’idea dei servizi generali di pubblica utilità e della definizione di beni comuni non commerciabili potrebbe essere confermata a partire dall’approccio delle sezioni 3,5 e 7 (cultura, ambiente e energia) ma la Convenzione ha fatto rapidamente marcia indietro quando, al riguardo, il dogma della privatizzazione avrebbe dovuto confliggere con l’utilità sociale. Così la grande e modernissima questione dell’acqua non trova posto adeguato in una Costituzione scritta con la testa rivolta all’indietro. Sul tema dei migranti l’articolo 161 è impressionante per la sua impostazione: non c’è accoglienza o apertura delle frontiere, ma un rosario di intenzioni che riconducono al concetto temperato della “fortezza Europa”: politica dei visti, dei controlli, governo dei flussi migratori in base alla necessità produttiva, gestione integrata delle frontiere esterne. Sulla pace e il ripudio della guerra gli articoli 188, 205, 207 e 210 sono per lo meno inquietanti. La pace non è tra i principi , su cui si fonda l’ispirazione della politica estera dell’Unione, ma solo tra gli obiettivi della sua azione ed il ripudio della guerra non è mai preso in considerazione.

Ciò che si vuole salvaguardare sono “gli interessi fondamentali dell’Unione” ed è chiaro come la pace, non venendo prima di essi, possa venire interrotta da missioni militari, che sono contemplate per “assistenza militare, prevenzione dei conflitti e mantenimento della pace, combattimento nella gestione di crisi, stabilizzazione al termine dei conflitti, lotta contro il terrorismo anche sul territorio di Stati terzi”. Una “Agenzia europea per gli armamenti”dovrebbe potenziare le capacità militari degli Stati ed il bilancio dell’Unione, oltre ad un fondo costituito da contributi degli Stati membri, dovrebbe contemplare e sostenere il riarmo e gli interventi previsti. Il Parlamento europeo al riguardo ha una preminente  funzione consultiva, mentre è il Consiglio che trattiene il potere decisionale.

Resta da vedere come queste proposizioni incontrino le richieste delle straordinarie manifestazioni europee di  Firenze del novembre 2002 o del 15 febbraio 2003 in tutte le capitali del continente. Se si pensa che Habermans ha visto in esse la nascita di un demos europeo e che questa affermazione è stata aspramente contestata da Dahrendorf  richiamando in loro vece le aspirazioni  atlantiche  dei Paesi ex-comunisti dell’Est, si capisce come su questa grande questione anche nel centro sinistra europeo abbia prevalso alla fine un avvicinamento alla linea atlantica, che ruota attorno a Londra e a Madrid e, oggi, a Roma e che trova un certo consenso di Giscard e Amato, predisposti a stemperare le critiche più aspre all’ideologia della guerra preventiva.

Lavoro e welfare, pace, cittadinanza, beni e servizi comuni

Dar conto, come si è fatto nel paragrafo precedente, di quanto la parte sulle politiche dell’Unione sia in continuità con i trattati di Amsterdam e di Maastricht, aiuta ad esprimere un giudizio più organico su quattro grandi temi – lavoro e welfare, pace, cittadinanza e beni comuni – declinati lungo tutto il testo e trattati sotto un profilo più tradizionalmente costituzionale già nella parte I ( definizioni, principi, obbiettivi dell’Unione) e nella parte II ( la Carta dei diritti fondamentali). La costituzionalizzazione dei trattati realizzata attraverso l’articolato della III parte, fa sì che il monetarismo entri nel bagaglio dottrinario ufficiale della costruzione europea. Il carattere rigido dei parametri di bilancio che ne consegue, finisce col sostenere le politiche di taglio alla spesa sociale e contrastare l’obiettivo di una riunificazione della politica economica e della politica sociale a tutela del lavoro e degli strati popolari. Ne deriva che la centralità del lavoro ed i diritti del welfare ne escono sfumati, indeboliti. Valga ad esempio il fatto che lo statuto della Banca Centrale Europea riveli la sua missione solo in funzione della  stabilità dei prezzi, mentre perfino quella della FED americana fa riferimento anche a sviluppo ed occupazione. Pertanto il diritto al lavoro – impegno universale di politiche pubbliche – diventa solo ” diritto a lavorare” legato alla persona, facoltà individuale del cittadino che non è obbligatorio promuovere, quanto semplicemente sgomberare il più possibile da ostacoli sul mercato. Allora la giurisprudenza del lavoro sposta il suo campo di applicazione dalla prestazione al mercato del lavoro e l’indebolimento delle tutele andrà di pari passo con la redistribuzione del carico fiscale a vantaggio delle classi medio alte. Non è un caso che il metodo del voto a maggioranza non sia passato per il fisco, la protezione sociale, l’ambiente. Sono le quattro libertà di circolazione a rimanere i cardini dell’Unione, così come la concorrenza è la pietra angolare dei processi decisionali. Occorre riflettere sul fatto che in Europa si dà libertà di movimento per motivi economici, ma non c’è diritto a circolazione semplicemente per ottenere migliori prestazioni sociali. La filosofia dominante  è che il welfare stesso derivi dalla crescita economica in regime di concorrenza, non da politiche pubbliche redistributive e di regolazione. Ne segue che l’armonizzazione prevista per i sistemi di welfare, prima che elevare le prestazioni,  debba migliorare i sistemi di concorrenza. C’è da chiedersi quanto sia sostenibile in una carta costituzionale l’ambiguità di assicurare una regolazione sociale e minimi adeguati a fronte dell’ossessiva promozione di efficienza economica e competitività, combinando i due concetti sempre insieme, in uno sforzo insoddisfacente di presentare l’agenda della competitività nel mercato e della flessibilità del lavoro in scontata armonia con la difesa del modello sociale europeo.

Si può ben dire che nel welfare che si sta delineando ha pesato moltissimo la richiesta di Blair di trattare le materie sociali nella Costituzione solo se accompagnate dalla flessibilità e dalla deregolamentazione del mercato del lavoro, a dispetto anche della tradizione socialdemocratica del “capitalismo regolato”. A riprova di questa contraddizione irrisolta, per quanto riguarda i diritti sociali, i nuovi paragrafi aggiunti all’art. 52 della Carta fanno distinzione tra norme e principi, rimettendo così i diritti alle competenze dell’Unione e minandone l’universalità. Quanto conti al riguardo la parte III, lo si deduce dal fatto che i diritti sanciti dalla Carta si esercitano “alle condizioni e nei limiti previsti dalle altre parti pertinenti della Costituzione”. Come se ne deduce, la gerarchia tra le parti I, II e III è capovolta anche nel testo, a valorizzazione della nostra impostazione critica. Nell’elenco dei valori fondanti dell’Unione all’art.I-2 colpisce l’assenza del valore della pace, assunta invece solo come obiettivo e, quindi, derubricata da guida primaria all’azione politica. L’Unione si pone innanzitutto come potenza sulla scena internazionale con una riaffermazione implicita di quella ragion di stato che viene riproposta, esautorato al riguardo il Parlamento, a livello sovrastatale sotto la guida di un organismo intergovernativo come il Consiglio e che il movimento pacifista mondiale sta attaccando dalle fondamenta nella prospettiva di un mondo unificato. Affermare invece che la pace è un valore in sé avrebbe avuto come conseguenza che sarebbe stato assumibile l’art. 11 della nostra Costituzione – il ripudio della guerra – assieme ad impegni vincolanti sulla giustizia, l’eguaglianza, la lotta alla miseria nelle relazioni Nord-Sud del mondo. Non basta, evidentemente, cullarsi nel perseguimento “della propria sicurezza, indipendenza ed integrità” per affrontare i nodi posti dalla strategia della guerra permanente e dell’unilateralità dell’amministrazione americana. La cittadinanza viene riservata ai cittadini degli stati membri. I nativi sono permanentemente distinti dai migranti e non esiste in Europa un “ius soli”. Un mercato che si intende aperto alla circolazione delle merci, delle persone, dei capitali, dei servizi, richiede alla fine che si  presidiano le sue frontiere, si disciplinino le politiche dell’immigrazione in base a principi securitari, si limitino i diritti degli extracomunitari, si declini l’accoglienza secondo i concetti della sicurezza interna. . Sappiamo come lo scontro per l’imposizione del modello economico occidentale riguardi le risorse almeno quanto le dinamiche demografiche transnazionali. Ma qui l’identità europea non si misura con una capacità di “allargare” i suoi confini e di disporsi a considerare la possibilità dei migranti di vivere a pieno diritto là dove la ricchezza viene consumata e non solo come produttori in casa propria. Anche i servizi di interesse generale non mercantile – scuola, salute, protezione sociale – non sono oggetto di riconoscimento formale. La salute, l’istruzione, la cultura, i servizi sociali sono ancora sottoposti alla norma dell’unanimità, lasciando così mani libere ad una loro strisciante privatizzazione. Acqua ed energia sono sempre più sottoposte a pressioni liberalizzatrici che contrastano con la loro percezione come beni comuni decisivi per l’ambiente, da trasferire anche alle prossime generazioni fuori dalle logiche del mercato. Ancora, occorre dire che nella Carta non è stata assunta pienamente l’uguaglianza di genere proprio quando la parte femminile della società è al centro di tutte le contraddizioni della nuova Europa e la dimensione del genere costituisce nel nostro continente il terreno di verifica di quanto si voglia o meno procedere nella strada dell’ampliamento della cittadinanza  e della giustizia sociale.

Alcune Considerazioni

Da tutte le parti si lamenta un deficit di democrazia per l’Europa che nasce ed una mancanza di legittimazione delle sue istituzioni. Ma c’è un nesso preciso che non si può sottacere. E’ difficile pensare che una politica complice della demolizione della spesa sociale, permissiva verso la precarizzazione del lavoro, chiusa verso le frontiere, incerta nel ripudio della guerra, possa giovarsi di un assetto democratico pieno e di una partecipazione attiva. Si mantiene un orizzonte in cui l’economia sovrasta la politica e che la classe dirigente europea sembra incapace di infrangere. Con la conseguenza di finire in contrasto o in posizione di indifferenza rispetto al

“ sentire europeo” delle nuove generazioni, di una parte crescente del mondo del lavoro, dei movimenti. Il problema di assetti istituzionali democratici e di procedure leggibili della costruzione europea non sta quindi, come dice la stampa,  solo nella resistenza dei Governi a trasferire le loro prerogative all’Unione, ma nasce soprattutto dalle conseguenze dell’orientamento liberista dei trattati, che viene recepito da una costituzione senza legittimazione popolare, con una simmetria evidente tra incertezza dei diritti e ipercentralizzazione del potere negli esecutivi. C’è quindi una stretta relazione tra deficit democratico e deficit sociale e l’uno e l’altro aspetto non possono essere recuperati e ricostruiti separatamente ed in tempi distinti. Se non si interviene a questo livello, si sottovaluta la portata reale della fase che attraversano la società e la politica europea e si permette che la “voglia di Europa” venga cinicamente utilizzata per spegnere la sua potenziale alterità nel processo di globalizzazione. Il meccanismo che la Convenzione ha generato e che, come dice Rossanda, disegna “un’Europa fuori dal mondo”, potrebbe trovare un suo surrogato di legittimazione: quello che fa delle elezioni del Parlamento europeo del 2004, sempre nel contesto del prendere o lasciare, l’atto di accettazione, politico se non formale, della costituzione licenziata dalla CIG. Ma, se questa analisi è corrisposta, perché mai la sinistra europea non dovrebbe riaprire la discussione e subire invece l’egemonia del centro moderato che ha costruito quello che Giscard ha definito “ un edificio ed un equilibrio” non modificabile? E perché la società civile, i “corpi intermedi” ed in particolare il sindacato dovrebbero tollerare la regressione del diritto di associazione ad una funzione meramente consultiva nel processo decisionale europeo, dando per scontato che il conflitto non faccia parte del contesto istituzionale e che si debba escludere il suo apporto alla trasformazione? Il dialogo sociale codificato nella parte III della Convenzione rappresenta un arretramento perfino rispetto alla debole prassi in vigore ed è un pessimo segnale dato all’organizzazione e all’autonomia del mondo del lavoro in costruzione in Europa. Mi sembra di conforto constatare che invece il Forum Sociale Europeo abbia deciso di misurarsi con la direzione e la qualità di questo “processo costituente”. Il “movimento dei movimenti” riunito a Genova ha indetto per il 4 ottobre una manifestazione europea in concomitanza con la prima riunione della CIG sotto la presidenza di Berlusconi ed  ha fatto della “democrazia costituzionale europea” uno dei centri della discussione del grande appuntamento a novembre di Parigi, oltre che l’obiettivo della mobilitazione degli “Stati Generali del movimento” nei primi mesi del 2004. Il FSE si è dato il compito di creare spazi pubblici europei in cui elaborare proposte, carte dei diritti, organizzare lotte e orientamenti di settori della società, per mobilitare soggetti che perseguano con l’azione conflittuale i diritti e la democrazia, costruendo l’Europa dal basso. Quando i partiti lamentano l’impoliticità dei movimenti, forse non riflettono abbastanza di quanto i confini si stiano rimescolando e di quanto l’Europa fornisca l’occasione per una reciproca contaminazione. In fondo, solo la mancanza di un progetto alternativo e partecipato potrebbe tenere lontano a lungo dalla politica una generazione e quella parte della società che sono di nuovo alla ricerca del bene comune.

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