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DOPO COPENHAGEN: IL PIANETA PUO’ ATTENDERE

Quello che ha chiuso il vertice non è un accordo, ma una truffa. Scritto in sedi ristrette, il testo finale non prevede impegni quantificati, dà pochi spiccioli e nasconde giochi poco chiari sui finanziamenti.

Gli obiettivi dichiarati erano chiari: gli impegni globali nel processo di riduzione delle emissioni climalteranti; gli obiettivi intermedi (2020-2030) e a medio termine (2050) di riduzione delle emissioni di gas serra dei Paesi industrializzati e le azioni di mitigazione dei Paesi in via di sviluppo; il sostegno finanziario per la mitigazione, l’adattamento e le tecnologie; il trasferimento tecnologico e la “costruzione di capacità” presso i Paesi in via di sviluppo e più vulnerabili al mutamento del clima.

Nulla di tutto questo è stato minimamente raggiunto. Deciso da pochi, in un incontro con tanti esclusi giusto la notte prima, e con molti esclusi a partire da quei Paesi africani e quegli Stati insulari che hanno chiesto interventi urgenti per evitare il disastro ambientale, che si trasformerà in disastro economico e sociale. E nessuna approvazione visto che non c’e n’erano le condizioni, talmente tanti e diffusi erano i dissensi.

Sul testo conclusivo non esistono impegni quantificati di taglio da parte dei Paesi industrializzati, si continua a parlare di 2°C di aumento della temperatura media, senza tenere in considerazione gli appelli a diminuire questo “tetto” a 1,5°C, se non in una possibile ed eventuale revisione dell’accordo nel 2015.

Altro scandalo: i finanziamenti. Si parla di due tranche, una di breve medio termine, di 30 miliardi di dollari all’anno per il triennio 2010-2012 per sostenere interventi di mitigazione ed adattamento in Paesi terzi. Meno di un decimo di quello richiesto dai Paesi del G77 solo alcuni giorni fa.

Con la nascita di un nuovo gruppo di Paesi, quello dei Paesi in via di sviluppo più vulnerabili, di cui non se ne capisce quali siano i confini e le caratteristiche. Negli stanziamenti di lungo termine, i Paesi industrializzati si impegnano a mobilizzare 100 miliardi di dollari nel 2020 provenienti dalle più disparate fonti: pubbliche, private e, perché no, di finanza creativa.

A Copenhagen si è quindi consumato un brutto atto della commedia COP15, in cui si sono viste dinamiche molto più simili a quelle notate all’Organizzazione Mondiale del Commercio, come i gruppi informali di pochi che decidono a nome di tutti, che non in un ambito Nazioni Unite. O come i Paesi industrializzati che prendono impegni che puntualmente disattendono.

Nel momento in cui il non accordo veniva sostanzialmente sdoganato, il Congresso degli Stati Uniti approvava lo stanziamento di 626 miliardi di dollari per il Pentagono, 128 dei quali per finanziare le guerra ancora in atto, Iraq e Afghanistan e 2,5 miliardi per acquistare 10 nuovi Boeing C17 per il trasporto truppe, richiesti dal Pentagono.

Pertanto, quindici giorni di estenuanti trattative per ‘nulla’. O meglio, per constatare ancora una volta l’inadeguatezza della leadership politica al governo del pianeta. La montagna di delegati e capi di Stato di mezzo mondo, giunti a Copenhagen per affrontare il tema del riscaldamento globale, partorisce un topolino senza numeri né vincoli..

Con buona pace del “dream” e del “change” obamiano. Con da una parte gli Usa, l’India, la Cina e il Sudafrica, autori del “testo” e dall’altro l’Europa che non può far altro che accodarsi, ma senza mettere becco sulle decisioni di merito, e infine i paesi ‘in via di sviluppo’ che bollano l’intesa come “vergognosa”, anti-democratica e foriera di un disastro annunciato. “Obama vergogna!”, “giustizia per il clima, subito!”.

Si sono affollati davanti al Bella center della capitale danese i manifestanti che hanno seguito dall’esterno il vertice, scontando ripetutamente la violenza della polizia di Copenhagen. Una vergogna ancora maggiore se si pensa, come molti hanno ricordato, all’impegno, la forza e la determinazione con cui i grandi del mondo hanno risposto, soltanto pochi mesi fa, alla recente crisi finanziaria, i soldi spesi e la tempestività dei loro sforzi. E allora, la cronaca del fallimento di Copenhagen non può che essere chiusa con lo slogan più usato in questi undici giorni di Summit: “Se il clima fosse una banca, lo avrebbero già salvato”

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