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Dopo l’acqua, una narrazione per l’energia

Mario Agostinelli

Vita o economia?

Dovremmo interrogarci sulle ragioni per cui lèattuale fase storica, contrariamente a quella che si sta chiudendo forse definitivamente con la fine del XX secolo, comincia ad anteporre le questioni della vita a quelle dellèeconomia. Non ancora a livello delle scelte politiche, almeno della parte ricca e privilegiata del mondo intenta a procrastinare quanto piè possibile una improbabile dimensione della crescita, quanto nella coscienza diffusa dei movimenti e nella percezione ancora incerta ma allarmata delle popolazioni, alle prese con un mutamento imprevedibile e ostile del comportamento della natura. Un mutamento rilevabile per la prima volta nella storia della civiltè nello spazio e nel tempo della propria vita individuale.

Forse la messa in secondo piano dellèèhomo economicusè proviene dalla constatazione che la questione della sopravvivenza e del futuro non sembrano piè dipendere esclusivamente dai rapporti tra umani o dai conflitti redistributivi tra i soggetti e le classi sociali, quanto piuttosto dalla relazione tra lèintera umanitè e lèambiente naturale. Una sfida molto impegnativa per la nostra epoca, che ancora una volta sembra essere anticipata da eventi di massa che evidenziano la discontinuitè e il cambiamento come autentiche urgenze, mentre la politica continua ad aggrapparsi irrealisticamente ad un continuismo impossibile e irresponsabile. Eè come se, anche in sistemi democratici collaudati e di fronte ad unèattenzione intensa dellèopinione pubblica, la dimensione problematica del futuro fosse presente tra gli elettori e sfuggisse invece agli eletti, che trasgrediscono cosè, quasi senza rendere conto, il loro mandato.

Eppure, i passaggi di rottura di questi ultimi 10 anni sono stati scanditi da manifestazioni di massa, sempre criticate o addirittura criminalizzate dal potere, anche quando nella formazione della coscienza politica delle nuove generazioni hanno rappresentato esperienze discriminanti, di non ritorno. Passaggi in cui il ècontroè è stato trasformato in èperè. A livello internazionale Seattle, Porto Alegre, Belem, Mumbay, Bamako o Nairobi. Nel nostro Paese, Genova come svolta contro la violenza autoritaria e per la generalizzazione della democrazia al posto dellèoligarchia economica; Firenze contro la guerra preventiva e per unèEuropa di pace; Susa contro la cancellazione del territorio e per la riscoperta di identitè comunitarie solidali; Vicenza contro lèesportazione della èciviltè con le armi e per la messa a valore di una operositè pacifica, oltre che per lèindispensabilitè, ai fini di una vita desiderabile, delle culture locali, della scoperta del paesaggio urbano e di una socialitè trascurata soprattutto nel Nord ricco e piegato in tutti i suoi aspetti alla dimensione privatistica del mercato.

Stare in relazione con la cultura dei movimenti sembra una necessitè di chiunque voglia innovare la politica senza perdere il contatto con la societè: perciè una battaglia di valenza culturale e con implicazioni di lungo periodo deve riversarsi negli spazi istituzionali e della politica senza precipitare nelle angustie e nelle alchimie delle coalizioni. E ancor piè la creativitè necessaria ad imporre trasformazioni e a rifuggire da una passiva adattivitè deve sapersi liberare dalle limitazioni contingenti dettate da una governabilitè prescritta in 10 o 12 punti.

Per queste ragioni mi sembra di straordinaria importanza anche per lo scenario politico-sociale italiano la crescita di un movimento globale sui temi dellèenergia, in collegamento con la battaglia sul cambiamento del clima e con la lotta alla povertè. Un movimento che dopo i primi passi a Porto Alegre nel 2005 e poi a Caracas e Bamako nel 2006, ha raggiunto una sua maturitè a Nairobi nel Gennaio 2007 ed è ormai una realtè in radicamento nelle sue dimensioni territoriali anche nel nostro Paese.

Qui di seguito voglio illustrare alcune straordinarie novitè di approccio e riflettere sulla nuova capacitè di ènarrazioneè raggiunta dai movimenti anche sul tema complesso dellèenergia. Con nuove prospettive che, come avvenuto per il tema dellèacqua-bene comune, si aprono alle lotte per un cambio di paradigma sostenuto da un alto livello di partecipazione e di autoeducazione e alimentato, da una parte, da un apprendimento interdisciplinare innovativo e, dallèaltra, da un approfondimento conoscitivo scientificamente rigoroso.

Le energie fossili e la nostra relazione con la natura

Dalla rivoluzione industriale in poi un sistema e un modo di produzione in continua crescita, con privilegio del valore di scambio sul valore dèuso, ha messo ai margini dei propri interessi e del proprio orizzonte la relazione con la natura. Anche lèanalisi marxiana, nonostante le premesse rigorose in base a cui considera nel lavoro e nella natura lèorigine della ricchezza economica, finisce col concentrarsi esclusivamente sulle relazioni tra gli uomini, interpretando il rapporto con la natura soprattutto come una opportunitè per èordinarlaè e disporne efficacemente le risorse attraverso il progresso scientifico. Il modo capitalistico di produzione non nutre preoccupazione alcuna del fatto che lèattivitè artificiale dellèuomo, che costruisce attorno a sè una grande quantitè di èprotesiè del proprio corpo – prodotti che consuma per essere piè veloce, piè potente, per estendere sul globo i propri sensi o per rendere piè confortevole lèesistenza (macchine, automobili, televisori, abbigliamento) – degrada irrimediabilmente lèambiente naturale. Anzi, perfino nella vulgata delle organizzazioni politiche e sociali del movimento operaio, della natura e della sua irriducibilitè ce ne saremmo dovuti liberare con la scienza e la tecnologia, il cui fine sarebbe stato quello di spemerne al massimo le potenzialitè. Cosè, anche a sinistra i conflitti sono stati focalizzati e indirizzati esclusivamente sulla proprietè e il possesso delle risorse naturali e sugli aspetti redistributivi connessi al loro impiego e resi possibili dal loro consumo. Crescita e benessere non avrebbero mai visto divaricazioni, senza prendere in considerazione che il sole dellèavvenire avrebbe potuto mettere in discussione un giorno lèavvenire del sole.

Col tempo e sotto la pressione di un capitalismo vittorioso e globalizzato, perfino il lavoro ha finito col perdere la sua centralitè rispetto al consumo, previsto come mutevole, illimitato, èdi dirittoè a spese della natura. Cosè si è saldato un circuito perverso che prescindeva dalla relazione con la natura.

Ma su quali risorse naturali si è fondato quel tipo di sviluppo? Con una certa sommarietè si tende a trascurare che lèevoluzione accelerata dei consumi è stata possibile solo con il ricorso allèenergia proveniente dalle fonti fossili: carbone, petrolio e gas, serbatoi vastissimi, ma finiti, accumulati dal sole in milioni di anni nelle viscere della terra e invece consumati dagli attuali abitanti del pianeta in tempi brevissimi attraverso le combustioni, con emissioni catastrofiche per il medio-lungo periodo. Lèevoluzione della specie umana cosè come la intendiamo – il vivente con le sue innumerevoli protesi artificiali è è stata resa possibile dal sistema energetico basato sulle fonti non rinnovabili, che ormai si sta esaurendo e che, soprattutto, per i suoi effetti sul clima, sullèacqua e sulla salubritè dellèaria, mina direttamente lèesistenza di ciè che sta al centro del sistema artificiale e gli fornisce un senso, con una inedita contrapposizione tra crescita e sopravvivenza, tra economia e vita.

Dopo almeno tre secoli di credito indiscusso e di continuo successo, due segnali di crisi, legati ai nomi di personalitè eminenti del potere economico-industriale, appannano la proiezione nel futuro del sistema delle fonti fossili: il picco di Hubbert e il rapporto Stern. Nei termini dellèeconomia capitalista e del piè solido retaggio del modello di crescita che ha dominato fin qui i sogni dello sviluppo, vengono poste due questioni dirimenti: da una parte il prezzo del petrolio aumenterè irreversibilmente come quello di qualsiasi risorsa scarsa e dallèaltra i benefici dellèattivitè economica, a meno di radicali cambiamenti che provino ad evitare la catastrofe ambientale, saranno annullati, se non addiruttura surclassati, dai costi per riparare il danno dei loro effetti sullèalimentazione, sulla salute, sul livello dei mari, sulla vita e sulla societè complessivamente. Due colpi durissimi, interni al modo di pensare prevalente e alla logica economica dello sviluppo di questi decenni, che sposteranno risorse intellettuali, energie sociali e visioni politiche responsabili ad individuare rimedi o addirittura a cambiare rotta. Cambierè lèimmaginario molto piè rapidamente di quanto si pensi e il capovolgimento del tempo, la sua misura a ritroso, favorirè lèabbandono di un ottimismo legato indissolubilmente allèidea occidentale di progresso. Non piè un tempo lineare che trascorre accompagnato da segni solo positivi, ma anche una percezione del suo passare come consumo e degrado irrimediabile della natura. Viene cosè alla ribalta il concetto di specie che comincia a prevalere su quello di individuo e si afferma una responsabilitè unitaria e globale, che assume rilievo politico di massa, anche se i governanti continuano a procedere lungo le strade del passato. Ci si comincia a chiedere quanti anni mancano alla fine o quanti se ne possono recuperare cambiando, per tramandare anche alle prossime generazioni le conquiste di civiltè in cui ci si riconosce

Finalmente cominceremo a chiederci cosa cèè dietro la presa di corrente a muro che alimenta i nostri elettrodomestici. Se avessimo uno spioncino virtuale da cui guardare, vedremmo scavare miniere, viaggiare navi petroliere e metaniere negli oceani, pompare gas per migliaia di chilometri nelle condotte, bruciare combustibile in enormi centrali allacciate con elettrodotti alle cittè lontane, disperdere CO2 in atmosfera solo per alimentare un sistema che attraversa e ferisce i territori dove occorre invece recuperare spazi vitali. Eppure la fonte di energia del nostro pianeta è il sole – brilla sopra le teste di tutti, senza trasmissioni complicate e proprietarie, intrecciandosi con la biomassa, il vento e lèacqua e senza correlazione alcuna con le mappe di consumo di energia che sono state disegnate dai ricchi della terra appropriandosi delle riserve fossili anche con la guerra. Per capire meglio, dovremmo darci un bagaglio culturale che ci manca e che la visione del mondo in continua crescita con risorse naturali infinite ci ha proibito di considerare. In fondo, è l’interpretazione scientifica newtoniana del mondo da imbrigliare nelle sue dimensioni quantitative e l’immagine di una natura non degradabile e insensibile allo scorrere del tempo, che hanno instillato nelle nostre teste e nelle decisioni politiche la convinzione del progredire del pianeta e della societè come un orologio avviato lungo un inarrestabile cammino unidirezionale, senza intoppi e senza scarti. Ed è stata la rivoluzione industriale, con lèenergia presa dalle fonti fossili, con il suo sedimento tecnologico e scientifico, con la successiva globalizzazione dei sistemi manifatturieri e l’interconnessione delle reti dei trasporti e delle rotte commerciali, che ci ha indissolubilmente legati ad un bisogno abnorme di energia ed al consumo accelerato della sua quota non rinnovabile. Lèeconomia ufficiale è rimasta ferma a questa rappresentazione del mondo e non si è minimamente curata se la fisica dalla fine dellè800 ha dovuto fare i conti con la legge dellèentropia è che prevede aumento di disordine e degrado termico conseguenti agli scambi energetici; con le spiegazioni della meccanica quantistica – che ci permettono di catturare la radiazione solare e di liberarci dalla combustione; con la teoria del big bang – che illustra come siano occorsi ben 13 miliardi di anni per creare le condizioni della vita sulla terra e come la finestra energetica entro cui una civiltè possa sopravvivere sia molto stretta e legata ad un equilibrio sia complesso che precario, facile da distruggere e impossibile da ricostruire; con i modelli biologici – che sostituiscono quelli costruiti in analogia alle macchine e rimpiazzano i metodi analitici e meccanici nella comprensione della biosfera.

Una capacitè di narrazione

Lèenergia è vita o morte, innanzitutto; non solo potenza, velocitè, trasformazione di materia. Eè relazione, pensiero, affetti, respiro, mobilitè muscolare: oggetto squisitamente sociale; non solo merce e prezzo economico. Collegare stabilmente lèenergia e il diritto ad essa alle basi della vita (e della morte) è insieme una intuizione scientifica modernissima ed una urgenza politico-sociale attuale, che comporta uno spostamento simbolico di non poco conto e che sta alla base di una narrazione potente. La parola chiave èenergia-vitaè è lo strumento di una riunificazione nel campo della biosfera di temi nuovi (lèinquinamento, il cambiamento climatico, la rinnovabilitè, la lotta alla povertè, la sobrietè degli stili di vita, la nonviolenza), che rimarrebbero altrimenti dispersi e nascosti in comparti separati finora attribuiti alla geopolitica (le guerre, i mercati mondiali, il debito, la ricchezza delle nazioni, la competizione globale). Si tratta davvero di un cambio di linguaggio e di un approccio all’energia molto piè vicino a quello cosè fruttuoso adottato per lèacqua e non piè applicato esclusivamente alle macchine e alla trasformazione di quantitè esponenziali di sostanza inerte, ma vissuto nell’esperienza di donne e uomini come corrispondente ai propri ritmi e tempi biologici, del tutto indipendenti e incomprimibili per vie artificiali.

Il passaggio dalla geopolitica alla biosfera ha anche unèaltra implicazione: lèunicitè del nostro pianeta e il destino comune di chi vi abita, che non dipende dalla potenza e dal possesso, ma dai comportamenti e dalla relazione dei viventi con la natura. Basta richiamare una delle icone piè nota e impressionante degli ultimi anni, la fotografia della Terra dallo Shuttle, per vederne la fragilitè, lèinterconnessione, la labilitè di confini per porre rimedio ai suoi mali. La pretesa di mantenere livelli di vita incompatibili contraddice concetti indifferibili nella loro applicazione come quello dellèimpronta ecologica, mentre la guerra preventiva risulta palesemente criminale e insensata e opposta alle stesse pretese di civiltè con cui verrebbe giustificata. Nel senso comune comincia a penetrare la convinzione di una funzione della politica sottratta agli interessi nazionali e rivolta a quella dimensione locale – globale innovativa che sta a cuore ai movimenti . Ma, al riguardo, si è resa cosè distante la sensibilitè popolare da quella dei governanti, purtroppo anche di opposte collocazioni, che si puè ben dire che il conflitto sul futuro dellèumanitè si disloca piè nella direzione alto-basso che destra-sinistra. Troppo spesso infatti le intuizioni di interi territori e di esperienze di lotta nel caso dellèacqua e dellèenergia assumono un carattere di trasversalitè tesa al cambiamento che incontra sullèaltro versante una trasversalitè conservatrice e continuista delle istituzioni, anche talvolta collocate èa sinistraè, ma incapaci di slegarsi dalla loro adesione al paradigma centralista, consumista e in ultima analisi improntato alla guerra dellèenergia fossile in via di esaurimento. Eè quanto è avvenenuto in questi giorni, se si guarda nel profondo, per la Val di Susa o per la base di Vicenza.

Dire energia oggi corrisponde ancora a richiamare concetti come centralizzazione, militarizzazione, autoritarismo, consumo e spreco, attraversamento distruttivo dei territori, interferenze con i processi vitali. La narrazione di cui abbiamo bisogno e che comincia a prendere forma, allèopposto, parla di decentramento, pace e riconciliazione, democrazia e partecipazione, integrazione territoriale e reti corte, sopravvivenza conviviale della specie e della civiltè. Scenari contrastanti e allèorigine di un grande conflitto, che segnerè comunque lèabbandono dei fossili e la presa in carico dei vincoli dellèinevitabile cambiamento climatico: la scelta dellèatomo per perpetrare e addirittura irrigidire il sistema attuale o quella del sole per aprire una prospettiva di giustizia sociale e di democratizzazione.

Fonti rinnovabili, territorio, integrazione dei cicli naturali e interculturalitè

Una critica che si potrebbe portare allèatteggiamento miracolistico con cui talvolta ci si affida come ad una panacea alle fonti rinnovabili, sta nellèeccesso di fiducia nelle soluzioni tecnologiche, secondo un determinismo imposto dallèevoluzione della scienza e della tecnica quasi a prescindere dai rapporti di produzione e dallèappartenenza ad una societè capitalista. Una obiezione che tuttavia va messa alla prova indagando davvero è come faremo nel prossimo paragrafo – alcune caratteristiche che aprono la strada a soluzioni energetiche non fossili e che non stanno piè dentro il quadro di continuitè o semplicemente di ulteriore sviluppo degli attuali modi di produzione e di consumo, responsabili della piè profonda ingiustizia sociale. Basterebbe pensare alle ragioni per cui le energie rinnovabili non hanno trovato sostegno e sviluppo in un mondo che è sè ipertecnologico ma soprattutto liberista, oppure ai mutamenti sociali, politici e di potere che sarebbero necessari per un passaggio sostitutivo alle fonti solari. Per abbandonare e sostituire un sistema energetico con le caratteristiche di quello odierno, occorrerebbe infatti individuare contemporaneamente una alternativa al modello di produzione e di consumo e di controllo autoritario delle societè moderne, conseguibile solo come risultato di imponenti lotte, estese e sostenute da grande convinzione. Di fatto, un passaggio concreto verso una democrazia partecipativa ed un nuovo socialismo, che non sembrano alle viste, almeno nellèEuropa di Maastricht e della Bolkenstein e tantomeno nel campo di forze che nei paesi avanzati detiene saldo il primato e lèorientamento delle scienze e della conoscenza . Anche se si volesse prescindere dalla tecnologia, non cèè soluzione reale al problema energetico odierno e futuro che non passi dalla ènuova narrazioneè cui accennavo sopra, nei termini di prioritè alla vita umana, giustizia sociale, nuova relazione con la natura, valorizzazione dellèinterculturalitè e della creativitè, generalizzazione della democrazia. Tutto ciè è compatibile solo con lèabbandono di carbone gas petrolio e nucleare, una straordinaria enfasi su risparmio e efficienza e un ricorso avanzato alle fonti rinnovabili. Solo esse possono essere scelte e governate democraticamente nel loro mix piè efficace, nella loro destinazione e nella loro integrazione col territorio e con la comunitè locale senza produrre sprechi e senza lasciare scorie ineliminabili e solo in base ai bisogni di alimentazione, cultura, mobilitè, relazione, produzione, lavoro, reddito, tutela dei beni comuni e sicurezza sociale che stanno a fondamento di un patto sociale condiviso. Con il ricorso a fonti distribuite e ripristinate in tempi biologici dai cicli naturali, la politica energetica verrebbe ricondotta a quel complesso di sistemi di autogoverno e di auto-organizzazione del territorio che sta alla base della crescita delle esperienze partecipative e di uno sviluppo locale con una impronta ecologica verificabile nella sua compatibilitè. Le reti che sono sostenute dalle rinnovabili sono per definizione policentriche, corte e diffuse. I cicli naturali vengono chiusi localmente. I collegamenti tra i nodi richiedono compensazioni e interattivitè e una forte compenetrazione tra produzione e consumo, tra domanda e offerta, rompendo la dipendenza del consumo da un mercato spinto dalle ragioni di profitto a determinare quantitè e qualitè dei prodotti individuali da allocare e a mettere in vendita il patrimonio dei beni comuni. Sul territorio il bilancio energetico e il suo impatto ambientale acquistano trasparenza e il conseguente governo pubblico per il mantenimento di un bene comune come lèenergia da trasferire alle future generazioni, diventa fonte di partecipazione, occasione di studio e ricerca, garanzia di promozione di occupazione e di lavoro stabile e qualificato.

Una svolta delle proporzioni che stiamo illustrando ridefinisce lèeconomia – e quella territoriale in particolare è come la base della vita fisica e spirituale di tutti gli esseri umani: in essa si dovrebbe inscrivere anche la nuova politica energetica dopo lèera dei fossili. Ho parlato di ènarrazioneè e nuovo immaginario per accennare alla profonditè dei cambiamenti da costruire: una impresa che richiede il coinvolgimento, come è il caso dellèacqua, di tutte le culture laiche e religiose in un contesto di interscambio garantito dalla laicitè delle istituzioni che regolano e favoriscono la partecipazione democratica. Le ragioni della pace, della tutela dellèambiente, del dialogo multiculturale e della cooperazione tra i popoli, nonchè della lotta alla povertè richiedono quindi quel che si dice un mutamento di paradigma. Non si tratterè di un passaggio indolore, dato che occorrerè collegare il necessario cambiamento dei propri stili di vita con lèindispensabile intervento della politica per riconvertire lèeconomia. In sintesi, potremmo dire che, affinchè tutti gli esseri umani vedano riconosciuto il loro diritto allèenergia e perchè al tempo stesso siano salvaguardati gli equilibri ambientali e climatici, occorre innanzitutto ridurre drasticamente i consumi energetici nel Nord del mondo, portare verso la convergenza lo sviluppo dei paesi poveri e promuovere la diffusione di tecnologie per energie rinnovabili e sostenibili in tutto il pianeta, rinunciando allèopzione nucleare.

Decrescita, convergenza, rinnovabilitè e democrazia. Il ciclo che si instaurerebbe, tenderebbe cosè per scelta e non per imposizione verso lèautosufficienza e la riduzione dei consumi non necessari. Ciè contribuirebbe al rallentamento dellèincremento del PIL globale, a cui perè corrisponderebbe un migliore impiego delle risorse personali e naturali diffuse, inserendo un forte elemento di discontinuitè con la societè dello spreco e della distruzione della natura.

La èpeculiaritè delle fonti rinnovabili

Per comprendere meglio la produttivitè di una ènuova narrazioneèche si vuole sviluppare, bisogna approfondire qualche valutazione sulle speciali caratteristiche termodinamiche e chimico-fisiche delle fonti rinnovabili e sulla loro differenza strutturale rispetto alle fonti energetiche tradizionali.

In una centrale elettrica tradizionale o in un motore a scoppio si usa materia (fossile per lo piè) per produrre energia: questa energia viene impiegata per usi appropriati e non viene perduta, ma diventa inaccessibile e ritorna allèambiente sotto forma di calore e di scoria (CO2, inquinanti, materiale radiattivo etc.). Inoltre, le tecnologie piè diffuse producono energia èpregiataè (elettrica o meccanica) tramite la combustione e la produzione di vapore, disperdendo nellèambiente grandi dosi di calore e consumando acqua in grandi quantitè. In tutti questi sistemi, per un uso finale appropriato, si impiegano le fonti non rinnovabili con rendimenti molto bassi e con scorie, inquinamento e aumenti locali di temperatura consistenti. In genere, a meno di recuperi parziali per usi termici, almeno il 70% del contenuto energetico viene disperso. Ancora, la concentrazione dei fossili e dellèuranio in giacimenti localizzati richiede un enorme sistema di trasporti e movimentazione, lo sviluppo di grandi impianti di raffinazione e di conversione, reti di distribuzione dei prodotti energetici che ricoprono lèintero pianeta. Anche queste fasi richiedono energia di sostentamento e, quindi, spreco e perdita uleriore di rendimento delle fonti primarie. Per il possesso di queste fonti ormai scarse si combattono guerre ormai permanenti, i cui costi e il cui consumo di energia si vanno a sommare a quello disperso in un sistema largamente insostenibile.

Ma dove sta allora la convenienza del sistema attuale? Sta nel fatto che per estrarre i combustibili fossili da dove giacciono, la quantitè di materia necessaria è relativamente piccola e ancora minore è quella necessaria per trasformarli in energia termica industriale (non cosè per il nucleare che ha infatti convenienze minori e puè essere sostenuto dal punto di vista economico solo dallèesternalizzazione dei suoi ingenti costi). Cosè come il fuoco, le tecnologie fondate sulla macchina a vapore o il motore a scoppio, sono effettivamente in grado di autosostenersi: lèenergia da esse sviluppata nel loro ciclo di vita è piè che sufficiente per riprodurle, mentre il consumo di materia è relativamente contenibile. Si parla, nel loro caso, di ètecnologia vitaleè, di qualcosa cioè simile ad una specie in grado di sopravvivere: una volta nata da una tecnologia precedente deve solo mantenersi. Naturalmente, il fuoco e la macchina a vapore sono innovazioni autosostenibili fino a quando è disponibile il combustibile che li alimenta e fino a che i costi ambientali non mettono a rischio la sopravvivenza: oggi invece siamo alla crisi definitiva della loro autosostenibilitè!

Riguardo a questa crisi, cèè una evidente disinformazione sulle presunte potenzialitè offerte dal nucleare. Si tratta di una soluzione non praticabile, al di lè delle insormontabili controindicazioni ambientali, perchè, per sostituire petrolio gas e carbone, si dovrebbe costruire una centrale nucleare quasi ogni giorno per sette anni: dato che ci vogliono dodici anni per mettere in funzione una nuova centrale nucleare e nove anni per recuperare il suo contenuto energetico, arriveremmo al fatidico 2030 con benefici nulli per i cambiamenti climatici e lèesaurimento dellèuranio disponibile sul pianeta . Lèaltra via dèuscita indicata anche dal rapporto Stern e dalla Ue riguarda il sequestro della CO2. Senza contare che è difficile e pericoloso èsparareè tutto questo gas dal punto di produzione nelle rocce o nei mari, si tratterebbe di un processo molto costoso, al punto da abbassare lèefficienza delle centrali e da rendere giè ora piè competitiva lèenergia da eolico e tra una decina di anni, quando presumibilmente potrebbero entrare in funzione gli impianti di sequestro, piè vantaggiosa lèenergia da fotovoltaico.

Partendo da queste considerazioni sullèattuale modello energetico e sulla sua perpetuazione, possiamo chiederci: il ricorso alle fonti rinnovabili manterrebbe il quadro di crisi energetica, ambientale, democratica e sociale a cui ci hanno condotto le fonti tradizionali o ci fornirebbe una occasione di cambio autentico di paradigma, non per via tecnica, ma per via politica? La risposta è si, come risultato di un processo conflittuale e di presa di coscienza orientato alla giustizia sociale ed a superare le distorsioni dellèattuale modello di produzione e di consumo.

Prima di elencare alcune peculiaritè intrinsecamente positive del ricorso al flusso di energia di provenienza solare, vanno espresse ancora alcune valutazioni che ne evidenziano problematicitè non del tutto risolte.

Per lèutilizzazione diretta dellèenergia solare cèè un elevata richiesta di materia e questo aspetto va considerato con grande attenzione. Attualmente si è giunti finalmente alla possibilitè di produrre pale eoliche, pannelli termici e collettori solari tramite la sola energia accumulata da essi e, quindi, lèapplicazione dei metodi esistenti basata su queste tecnologie non è piè parassitaria da pochi anni della tecnologia corrente. Sono diventate anchèesse ètecnologie vitaliè

Dato che nessuna tecnologia puè comunque creare il proprio combustibile e il difetto principale dellèenergia solare è la bassa intensitè con cui raggiunge la terra e la difficoltè di qualsiasi possibilitè di autoconservazione, con le energie rinnovabili non saremmo in grado di mantenere la corrispondente struttura materiale e, necessariamente, la specie umana, se non alla condizione di una grande riduzione dei consumi. Ma non basta: mentre lèuomo nel caso di carbone e petrolio possedeva il controllo degli stock fossili, non è invece in grado di determinare quello dei flussi solari e non puè disporre che del flusso presente. Quindi, deve riorganizzare i propri tempi ed i propri spazi sulla base del suo rapporto con la biosfera, riportando lèeconomia di una scala globale è che ha ridotto per via capitalistica, ma anche grazie alla disponibilitè dei fossili, le persone a quantitè e i lavoratori a merci è ad una scala inferiore e ponendo prima di tutto attenzione alla valorizzazione della dimensione locale con il suo portato di risorse naturali, specificitè territoriali, conoscenze e capacitè di creare valore sociale allèinterno dello stesso gioco economico. Preservando, mantenendo e sottraendo dal mercato i beni comuni e in particolare proprio lèacqua e lèenergia.

Proviamo ora a esplicitare piè in dettaglio le caratteristiche intrinsecamente rilevanti delle fonti solari (comprendendo in esse quelle idriche, quelle eoliche e le biomasse):

1. La possibilitè di trasformare in corrente elettrica la fonte naturale passando per unèunica fase di conversione, rappresenta la piè grande rivoluzione di efficienza pensabile. Se poi si considera che lo stoccaggio di energia per le rinnovabili è abbastanza problematico ed avviene dopo la trasformazione e non prima, risulta del tutto nuova lèopportunitè di basarsi sulla domanda effettiva e non sullèofferta in base ai prezzi. Piè agevole quindi pensare al valore dèuso che a quello di scambio e piè facile pianificare la disponibilitè energetica per il consumo locale e per un eventuale èstoccaggioè in alimenti provenienti dallèagricoltura o in acqua portata in superficie. Eè di conseguenza decisiva la massima vicinanza tra la raccolta tecnica delle energie rinnovabili e il loro utilizzo, vale a dire sia lèorientamento sul potenziale naturale piè disponibile sul territorio che la loro massima diffusione decentrata.
2. Stiamo passando ad energie naturali dellèambiente, che possono essere ricavate ovunque con lèausilio della ricerca e della tecnica e lèimpiego di lavoro qualificato e con la riduzione di infrastrutture di approvvigionamento e distribuzione. Proprio perchè naturali e quindi legate allèequilibrio dinamico della biosfera, tutte le tipologie solari danno luogo ad una risultante compensativa, quasi sempre costante: in generale, nei luoghi dove cèè meno sole, cèè piè vento o biomassa; dove cèè piè potenziale idrico, cèè meno impatto solare ; dove cèè forte irradiazione solare cèè carenza idrica e poca biomassa. Questo comporta che non esista una ricetta predefinita, ma un mix di fonti da ottimizzare per adattarsi alle caratteristiche di ogni territorio.
3. Le filiere delle rinnovabili sono molto piè brevi (corte) poichè viene meno il problema di predisporre lèenergia primaria e di distribuirla per lèapprovvigionamento. Il potenziale di energie rinnovabili disponibile autonomamente puè essere attivato senza accordi con i fornitori di energia primaria. Bastano strategie comunali e regionali, dato che il mercato delle rinnovabili è orientato dalla domanda con tutte le caratteristiche di un mercato interno. Questo è un vantaggio enorme, ad esempio, per il Terzo Mondo e le zone rurali dove vivono due miliardi di persone senza collegamento alla rete elettrica e, quindi, senza ancora dipendenze obbligate dalle multinazionali dellèenergia.
4. La nuova energia si puè pianificare diffusamente nellèambito dellèautogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale. La concessione dei siti deve essere affidata alla responsabilitè democratica a livello locale invece di attribuirla a istanze burocratiche che non vivono il paesaggio e che lo scindono dalla vita sociale. Per quanto detto, lèeconomia energetica regionale e comunale scegliendo il suo mix di fonti piè adatto al territorio, puè riprendere nelle sue mani la produzione elettrica, in quanto partner dellèagricoltura e fornitore dei servizi alla produzione territoriale. I costi energetici conseguentemente pagati dalla comunitè rimarrebbero nel ciclo economico regionale e comunale. I piani regolatori e i tracciati urbanistici andrebbero anchèessi ridisegnati sulla base delle esigenze energetiche codecise nel territorio: era giè cosè al tempo delle grandi cittè dèarte, tutte è ce lo dimentichiamo talvolta è costruite e alimentate da fonti solari!
5. Non esiste alcun monopolio dèazione e di investimento per le energie rinnovabili decentrate e non cèè piè bisogno di grandi impianti, a meno di consumo abnorme di territorio e di stoccaggi non piè convenienti e, quindi, disincentivati. La rete policentrica diventa anche per lèenergia il modello confacente alla trasformazione democratico-relazionale in corso.
6. I biocarburanti possono costituire una chance e potrebbero sostituire i carburanti fossili, solo se prodotti per uso locale e non in concorrenza con la produzione agroalimentare. Destinati in particolare per i mezzi agricoli e, in alternativa, per la mobilitè territoriale, in abbinamento con la progettazione di motori adatti a diversi carburanti e a trazioni ibride. Oppure per un uso flessibile di miscele di carburanti, compreso lèidrogeno prodotto da fonti rinnovabili, utilizzato magari in celle a combustibile per la parte elettrica, purchè si vada per questa via ad un superamento dellèauto di proprietè individuale, fonte di uno dei consumi piè alti di materia. Eè da combattere comunque lèindustrializzazione della biomassa, un nuovo tipo di colonialismo per recuperare materia prima per i carburanti dal Brasile e dallèIndonesia, con le conseguenze ormai note per le foreste tropicali e con le ricadute negative sulla situazione dei lavoratori agricoli.

Lèesempio e la speranza dellèAfrica

La ènarrazioneè di cui trattiamo ha un riferimento giè in corso nellèAfrica di oggi.

Tutte le volte che sono state alle prese con una loro crisi, le civiltè sono riandate al loro passato, cercando ispirazione per il loro futuro. Anche per la crisi energetica in corso è utile riandare alle radici e lèAfrica ci riporta indietro, non solo come luogo delle origini, ma come inizio di una societè in cui emerge la complessitè e come organizzazione comunitaria in cui il linguaggio e la cultura fanno la loro indelebile apparizione. Un luogo da cui si riparte conservando la memoria, dove risorse naturali, sopravvivenza, rispetto dellèaltro, spazi di comunitè e conquiste sociali sono messe alla pari e senza alcuna soggezione con le meraviglie o la ferocia della modernitè. Ho avuto la fortuna per alcune settimane in due inverni consecutivi (2006 e 2007) di soggiornare in villaggi e in cittè per tessere la rete del ècontratto mondiale per lèenergia e il climaè tra i movimenti subsahariani. Ho imparato, ad esempio, che il diritto allèenergia è molto meno immediato e sentito a livello popolare del diritto allèacqua. Che la percezione dei cambiamenti climatici corrisponde a vedere avanzare il deserto o abbattersi piogge torrenziali senza aver consumato negli stessi luoghi quantitè rilevanti di energia e, quindi, a sentire la terra un tuttuno, ma la proprietè delle risorse una spaventosa divisione. Ho appreso che lèuso di energia ha effetti decisivi non, come ci verrebbe da pensare, per maggiori consumi, ma innanzitutto per lèigiene e per la salute e che lèacqua ne è il vettore naturale. Ho capito che lèenergia è associata alla vita in quanto cibo, conservazione, trasmissione di cultura in continuo deperimento, mobilitè muscolare e collettiva, ancor prima che meccanica. Che lèeccesso di radiazione solare è stato controllato nelle abitazioni, negli indumenti, nelle cadenze degli orari e nelle forme di relazioni adottate, ma non ha traduzione alcuna in dispositivi in grado di sfruttarne la diffusione e lèimplacabile continuitè per combattere la povertè. Che un conflitto tra uso dellèacqua dei fiumi a fini energetici e a fini agricoli è la riproposizione attuale dei rapporti coloniali appena superati. Che le organizzazioni locali dei sindacati sono purtroppo le sostenitrici piè accanite della conservazione di un modello di grandi centrali ad olio, che lèAfrica non ha mai desiderato, se non su richiesta dei suoi dominatori, e che il futuro dei grandi slums di Nairobi o di Dakar rischia di essere la discarica di parchi auto e elettrodomestici della classe media che si arricchisce. Ho constatato che sul delta del Niger le grandi compagnie petrolifere (e tra esse lèENI) per estrarre piè velocemente petrolio bruciano in loco il gas associato ai pozzi e che lèanidride carbonica immessa in tal modo in atmosfera è quasi due volte quella che emette per attivitè la popolazione di tutta lèAfrica subsahariana.

Oltre a tutto ciè ho perè sentito giè la potenza di una nuova narrazione. Nel convegno di Dakar 2006 sulla saggezza, Boris Diop, un intellettuale prestigioso e una icona locale dei movimenti, ripeteva che la fonte energetica rinnovabile piè preziosa sta nella lungimiranza e nella memoria degli anziani dei villaggi, che conoscono le soluzioni piè adatte allèintegrazione tra vita, territorio, risorse e risparmio. Ho constatato che le compagnie cinesi che firmano contratti per prelevare il petrolio africano, scambiano tecnologie solari ed eoliche, oltre che manutenzione e formazione per il loro mantenimento, su pressione delle associazioni non governative e su richiesta dei governi locali democratici , che temono un boom energetico senza ricadute durature sulla loro popolazione. Ho avuto la sensazione che la stessa opzione giè operante con il salto dalle linee telefoniche tradizionali ai cellulari satellitari sia in atto per lèenergia rinnovabile diffusa da piccoli impianti e che le nuove potenze come Sudafrica e Nigeria vogliano investire in questa direzione in tutto il continente, contando anche sulle rimesse degli emigranti che costituiscono giè oggi la metè degli investimenti esteri. In effetti, tutta la cultura tradizionale e la contiguitè col mondo naturale, interpretata come un valore necessario alla sopravvivenza, rendono qui auspicabile il cambiamento, non tanto tecnologico, quanto politico, sociale e organizzativo del modello di produzione e consumo dei paesi ricchi. Cosè, sembra formarsi con originalitè la via africana alle energie rinnovabili, per un benessere parco, che valorizzi i modi di vivere delle comunitè, capaci di integrare le loro attivitè con le risorse del territorio e di chiudere su di esso i cicli energetici altrimenti aperti. Comunitè disposte a diventare nomadi per seguire nella sua evoluzione ciclica la natura, piuttosto che a costringerla ad adeguarsi ad una civiltè artificialmente disarmonica. La fonte solare, vista come grande possibilitè di approvvigionamento energetico decentrato e democratico (svincolato anche dagli intermediari ex colonizzatori come le grandi multinazionali), perfettamente integrabile nel territorio e controllabile dalla comunitè, è la chiave di una svolta a cui si è cominciata a dedicare la rete africana del èContratto per lèenergia e il climaè, in crescita nei territori, nelle Universitè, nelle adesioni dei movimenti. Differentemente dal Nord ricco, dove prevale una visione catastrofica del cambiamento climatico e la preoccupazione della sopravvivenza, lèAfrica concentra giè ora il suo sforzo attorno al cambiamento energetico e alle nuove potenzialitè di vita che si possono offrire in simbiosi con la natura.

PRIME CONCLUSIONI

Si sta verificando una possibilitè inedita di interpretare anche sotto la categoria dellèenergia e della politica energetica molti aspetti della lotta dei movimenti per un nuovo mondo possibile. Una categoria molto potente per produrre sintesi e per instaurare una narrazione che, come nel caso dellèacqua, sposti verso la vita, lèuniversalitè dellèaccesso e il mantenimento dei beni comuni lèobiettivo principale dellèeconomia, oltre che il compito riconosciuto della politica. Occorre, per dar vita ad un immaginario fecondo e alternativo a quello fino ad oggi prevalente, almeno nei paesi ricchi, convincersi che non ci sono piè piani diversi per la lotta per lèambiente e per quella per la giustizia sociale. Eè indispensabile cominciare ad avere una visione planetaria dei problemi e una attenzione lungimirante al futuro, con un mutamento del contesto spaziale e temporale in cui si è valutata la crescita nellèera dei fossili, scegliendo la biosfera anzichè la geopolitica come terreno di analisi e come spazio reale entro cui contenere e ridurre consumi e produzioni materiali . Eè aperto un conflitto molto profondo, che riguarda gli spazi di democrazia, le prospettive di pace, le relazioni con la natura e la scelta della multiculturalitè come metodo di approccio alla ricerca delle soluzioni. Wallerstein ha indicato tre ostacoli potenti al cambiamento auspicato: gli enormi interessi delle multinazionali, in particolare dellèenergia, che si opporranno ad internalizzare i costi effettivi delle fonti inquinanti da loro immesse in concorrenza sul mercato e che lotteranno per ulteriori liberalizzazioni e deregolamentazioni; la difficoltè dei paesi poveri a ristrutturare le proprie produzioni in assenza di cooperazione internazionale; il consumismo dei paesi e delle classi sociali ricche che, per essere ridotto, richiede si cambi significativamente il proprio stile di vita, maturando allèinterno del proprio sistema di valori una concezione della vita piè paritario e aspirando ad una socialitè e ad una convivialitè sostitutive dello spreco individuale. Questi ostacoli sono giè, nella analisi e nelle soluzioni, il nucleo di un programma politico a cui offre un sostegno formidabile il cambio di paradigma qui in parte descritto e in alcuni aspetti analizzato da fossili a solare. Per rendere piè concreto e gradevole fissare gli obiettivi, abbiamo pensato alla èbellezza dei numeriè, intesi come traguardi per la salute della specie e della terra: 1 Tep /pro capite di consumo di energia entro il 2050; 1,5 Ton/anno pro capite di emissioni di CO2 entro il 2050; inversione dellèèovershoot dayè al 31/12 nel 2030; impronta ecologica a 1,8 ha/pro capite al 2030 ;100 g CO2/Km massimi come emissioni da veicoli al 2010.

Abbiamo detto fin dallèinizio che esiste un formidabile riferimento per la nuova narrazione: lèesperienza maturata in tutto il mondo ed anche nel nostro paese sulla riconsegna dellèacqua al diritto alla vita, alla proprietè e al governo pubblici e alla partecipazione democratica. La questione dellèenergia, nel momento in cui la si associa al mutamento climatico, cammina sulle medesime gambe: infatti quando cambia il clima, cambia la natura; quando cambia la natura, cambia la disponibilitè dellèacqua, la fertilitè del suolo, la forza dei venti, la consistenza della vegetazione, la ricchezza della fauna e della pesca. Ma tutto questo colpirè in particolare i paesi in via di sviluppo e, ancor piè, le economie piè fragili, con un impatto piè grande al sud. Stiamo per commettere una violazione dei diritti umani minando la base della sussistenza a tanta gente, che potrebbe perire o dover diventare rifugiato ambientale. Eè cosè che la questione energetica sta diventando e diventerè sempre piè comprensibilmente la questione dei diritti umani, iscrivendo il suo ruolo nel contesto delle lotte universali per lèemancipazione.

NOTA

Per scaricare materiale in power point sulla ènarrazioneè qui esposta e per utilizzare materiale di documentazione e didattico sul ècontratto

La tematica dellèenergia come bene comune è divulgata in modo completo, facile e colorato nel manuale Energia rinnovabilitè democrazia preparato da Mario Agostinelli, portavoce del Contratto mondiale per lèenergia. Scaricabile dal sito

www.marioagostinelli.it ricercando nella categoria èContratto per lèenergiaè,

oppure ciccando sul link diretto qui di seguito riportato:

http://www.marioagostinelli.it/?p=100

Adatto alle scuole, in questi tempi di caos climatico (ma ugualmente adatto agli adulti, compresi quelli che credono giè di sapere, anche come strumento di consultazione).

I molti dati delle sue 180 pagine di diapositive power point sono espressi su cartine del mondo, disegni, schemi: un aspetto fruibile e sintetico che ti fa arrivare facilmente in fondo alla lettura e fornisce, se si preferisce, blocchi distinti organizzati per argomenti.

2 Commenti

  1. ivana serra

    Gentilissimo dottor Agostinelli

    questo lavoro ” Dopo l’acqua, una narrazione per l’energia ” per me è un capolavoro , talmente bello che mi ha commosso la prima volta che l’ho letto

    Spero le faccia piacere sapere che domani sera per Natale saranno a cena da me degli amici ed ad ognuno di loro regalerò questo suo studio

    La ringrazio e le auguro ogni bene

    Ivana Serra
    rossa verde
    PRC
    CRAR PIEMONTE
    PRONATURA TORINO

  2. Angiola contini

    Alessandra Piazza che sta facendo con me una tesi sui costi delle energie rinnovabili, mi dice che le ha mandato una mail e che le è tornata indietro, può mandarmi il suo nuovo indirizzo e io le giro la mail della signorina Piazza?
    Grazie cordialmente
    angiola contini

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