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Dopo l’acqua, una narrazione per l’energia

di Mario Agostinelli

Vita o economia?

Dovremmo interrogarci sulle ragioni per cui l’attuale fase storica, contrariamente a quella che si va chiudendo con la fine del XX secolo, comincia ad anteporre le questioni della vita a quelle dell’economia. Non ancora a livello delle scelte politiche, almeno della parte ricca e privilegiata del mondo intenta a procrastinare quanto più possibile una improbabile dimensione della crescita, quanto nella coscienza diffusa dei movimenti e nella percezione ancora incerta ma allarmata delle popolazioni alle prese con un mutamento imprevedibile e ostile del comportamento della natura. Un mutamento per la prima volta nella storia della civiltà rilevabile nello spazio e nel tempo della propria vita individuale.

Forse l’offuscamento della dimensione solo economica proviene dalla constatazione che la questione della sopravvivenza e del futuro non sembrano più dipendere esclusivamente dai rapporti tra umani o dai conflitti redistributivi tra i soggetti sociali, quanto piuttosto dalla relazione tra l’intera umanità e l’ambiente naturale. Una grande sfida per la nostra epoca, che ancora una volta sembra essere anticipata da eventi di massa che evidenziano la discontinuità e il cambiamento come temi di massima urgenza, mentre la politica continua ad aggrapparsi irrealisticamente ad un continuismo impossibile e irresponsabile. E’ come se la dimensione problematica del futuro fosse presente tra gli elettori e sfuggisse invece agli eletti.

Stare in relazione con la cultura dei movimenti sembra una necessità di chiunque voglia innovare la politica senza perdere il contatto con la società

Per queste ragioni mi sembra di straordinaria importanza la crescita di un movimento globale sui temi dell’energia, nei suoi collegamenti coi cambiamenti climatici e con la lotta alla povertà. Un movimento che dopo i primi passi a Porto Alegre nel 2005 e poi a Caracas e Bamako nel 2006, ha raggiunto una sua maturità a Nairobi questo Gennaio ed è ormai una realtà in radicamento nelle sue dimensioni territoriali anche nel nostro Paese.

Le energie fossili e la nostra relazione con la natura

Dalla rivoluzione industriale in poi un sistema di produzione in continua crescita, con privilegio del valore di scambio sul valore d’uso, ha messo ai margini del proprio orizzonte la relazione con la natura. Anche l’analisi marxiana, nonostante le premesse rigorose in base a cui considera nel lavoro e nella natura l’origine della ricchezza, finisce col concentrarsi sulle relazioni tra gli uomini, interpretando il rapporto con la natura soprattutto come una opportunità per “ordinarla” e disporne efficacemente le risorse attraverso il progresso scientifico. Nessuna preoccupazione del fatto che l’attività artificiale dell’uomo, che costruisce attorno a sé una grande quantità di “protesi” del proprio corpo – prodotti che consuma per essere più veloce, più potente, per estendere sul globo i propri sensi o per redere più confortevole l’esistenza (macchine, automobili, televisori, abbigliamenti) – degrada irrimediabilmente l’ambiente naturale. Anzi, nella vulgata anche delle organizzazioni politiche e sociali del movimento operaio, della natura e della sua irriducibilità ce ne saremmo dovuti liberare con la scienza e la tecnologia, il cui fine sarebbe stato quello di spemerne al massimo le potenzialità, mentre i conflitti venivano focalizzati e indirizzati esclusivamente sulla proprietà e il possesso delle risorse naturali e sugli aspetti redistributivi connessi al loro impiego e resi possibili dal loro consumo. Col tempo, perfino il lavoro ha finito col perdere la sua centralità rispetto al consumo, previsto come mutevole, illimitato, di diritto a spese della natura.

Ma su quali risorse naturali si è fondato quel tipo di sviluppo? Con una certa superficialità si tende a trascurare che l’evoluzione accelerata dei consumi è stata possibile solo con il ricorso all’energia proveniente dalle fonti fossili: carbone, petrolio e gas, serbatoi vastissimi, ma finiti, accumulati dal sole in milioni di anni nelle viscere della terra e invece consumati dagli attuali abitanti del pianeta in tempi brevissimi attraverso le combustioni, con emissioni catastrofiche nel medio-lungo periodo. L’evoluzione della specie umana così come la intendiamo – il vivente con le sue innumerevoli protesi artificiali – è stata resa possibile dal sistema energetico basato sulle fonti non rinnovabili, che ormai si sta esaurendo e che, soprattutto, per i suoi effetti sul clima, sull’acqua e sulla salubrità dell’aria, mina direttamente l’esistenza di ciò che sta al centro del sistema artificiale, con una inedita contrapposizione tra crescita e sopravvivenza, tra economia e vita.

Dopo almeno tre secoli di continuo successo due segnali di crisi, legati ai nomi di personalità eminenti del potere economico-industriale, appannano la proiezione nel futuro del sistema delle fonti fossili: il picco di Hubbert e il rapporto Stern. Nei termini dell’economia capitalista e del più solido retaggio del modello di crescita che ha dominato fin qui i sogni dello sviluppo, vengono poste due questioni dirimenti: da una parte il prezzo del petrolio aumenterà irreversibilmente come quello di qualsiasi risorsa scarsa e dall’altra i benefici dell’attività economica, a meno di radicali cambiamenti che provino ad evitare la catastrofe ambientale, saranno annullati, se non addiruttura sorpassati, dai costi per riparare il danno dei propri effetti sull’alimentazione, sulla salute, sul livello dei mari, sulla vita e sulla società complessivamente. Due colpi durissimi, interni al modo di pensare prevalente, che sposteranno risorse intellettuali, energie sociali e visioni politiche responsabili ad individuare rimedi o addirittura a cambiare rotta. Cambierà l’immaginario molto più rapidamente di quanto si pensi e il capovolgimento del tempo riguarderà l’abbandono di un ottimismo legato indissolubilmente all’idea occidentale di progresso e la sua sostituzione con una responsabilità unitaria e globale: quanti anni mancano alla fine o quanti se ne possono recuperare cambiando, anziché un tempo lineare che si svolge indefinitamente davanti alla attuale generazione, con segni positivi per tutte le quantità che si vorrebbero tramandare.

Una capacità di narrazione

L’energia è vita o morte, innanzitutto; non solo potenza, velocità, trasformazione di materia. E’ relazione, pensiero, affetti, respiro, mobilità muscolare: oggetto squisitamente sociale; non solo merce e prezzo economico. Collegare stabilmente l’energia e il diritto ad essa alle basi della vita (e della morte) è insieme una intuizione scientifica modernissima ed una urgenza politico-sociale attuale, che comporta uno spostamento simbolico di non poco conto e che sta alla base di una narrazione potente. La parola chiave “energia-vita” è lo strumento di una riunificazione nel campo della biosfera di temi nuovi (l’inquinamento, il cambiamento climatico, la rinnovabilità, la lotta alla povertà, la sobrietà degli stili di vita, la nonviolenza), che rimarrebbero altrimenti dispersi e nascosti in comparti separati finora ascritti alla geopolitica (le guerre, i mercati mondiali, il debito, la ricchezza delle nazioni, la competizione globale). Si tratta davvero di un cambio di linguaggio e di un approccio all’energia molto più vicino a quello così fruttuoso adottato per l’acqua, non più applicato esclusivamente alle macchine e alla trasformazione di quantità esponenziali di sostanza inerte, ma vissuto nell’esperienza di donne e uomini come corrispondente ai propri ritmi e tempi biologici, del tutto indipendenti e incomprimibili per vie artificiali.

Il passaggio dalla geopolitica alla biosfera ha anche un’altra implicazione: l’unicità del nostro pianeta e il destino comune di chi vi abita, che non dipende dalla potenza e dal possesso, ma dai comportamenti e dalla relazione con la natura. Basta richiamare una delle icone più impressionanti degli ultimi anni, la fotografia della Terra dallo Shuttle, per vederne la fragilità, l’interconnessione, la mancanza di confini per porre rimedio ai suoi mali. La pretesa di mantenere livelli di vita incompatibili contraddice concetti indifferibili come l’impronta ecologica, mentre la guerra preventiva appare insensata e opposta alle stesse pretese di civiltà con cui viene giustificata. Nel senso comune comincia a penetrare la convinzione di una funzione della politica sottratta agli interessi nazionali e rivolta a quella dimensione globale-locale innovativa che sta a cuore ai movimenti . Ma, al riguardo, si è resa così distante la sensibilità popolare da quella dei governanti che si può ben dire che il conflitto sul futuro dell’umanità si disloca più nella direzione alto-basso che destra-sinistra. Troppo spesso infatti le intuizioni di interi territori e di esperienze di lotta nel caso dell’acqua e dell’energia assumono un carattere di trasversalità tesa al cambiamento che incontra sull’altro versante una trasversalità conservatrice e continuista delle istituzioni, anche collocate a sinistra, incapaci di slegarsi dalla loro adesione al paradigma centralista, consumista e improntato alla guerra dell’energia fossile in via di esaurimento. E’ quanto sta avvenendo in questi giorni, se si guarda nel profondo, per la Val di Susa o per la base di Vicenza.

Dire energia oggi corrisponde ancora a richiamare concetti come centralizzazione, militarizzazione, autoritarismo, consumo, attraversamento dei territori, interferenze con i processi vitali. La narrazione di cui abbiamo bisogno e che comincia a prendere forma, all’opposto, parla di decentramento, pace e riconciliazione, democrazia e partecipazione, integrazione territoriale e reti corte, sopravvivenza della specie e della civiltà. Scenari contrastanti all’origine di un grande conflitto che segnerà comunque l’abbandono dei fossili e la presa in carico del cambiamento climatico: la scelta dell’atomo per perpetrare e addirittura irrigidire il sistema attuale o quella del sole per aprire una prospettiva di giustizia sociale e di democratizzazione.

Fonti rinnovabili, territorio, integrazione dei cicli naturali e interculturalità

Per abbandonare un sistema energetico con le caratteristiche di quello odierno e per contrastare il cambiamento climatico ormai incombente, occorrerebbe costruire una alternativa al modello di produzione e di consumo e di controllo autoritario delle società moderne, che è conseguibile solo come conseguenza di imponenti lotte, estese e sostenute da grande convinzione e di un passaggio concreto verso un nuovo socialismo, che non sembra alle viste almeno nell’Europa e nel campo occidentale che detiene il primato della scienza e della conoscenza . Ma non c’è soluzione reale al problema energetico nei termini di priorità alla vita umana, giustizia sociale, nuova relazione con la natura, generalizzazione della democrazia, interculturalità degli apporti creativi, che non passi da un ricorso avanzato alle fonti rinnovabili. Solo esse possono essere definite nel loro mix più efficace, nella loro destinazione e nella loro integrazione col territorio e con la comunità locale senza produrre sprechi, senza lasciare scorie ineliminabili e solo in base a scelte democraticamente assunte e in riferimento ai bisogni di alimentazione, cultura, mobilità, relazione, produzione, lavoro, reddito, tutela dei beni comuni e sicurezza sociale che stanno a fondamento di un patto sociale condiviso. La politica energetica verrebbe ricondotta a quel complesso di sistemi di autogoverno e di auto-organizzazione del territorio che sta alla base della crescita delle esperienze partecipative. Le reti che sono sostenute dalle rinnovabili sono per definizione policentriche, corte e diffuse. I cicli naturali vengono chiusi localmente. I collegamenti tra i nodi richiedono compensazioni e interattività e una forte compenetrazione tra produzione e consumo, rompendo la dipendenza del consumo da un mercato spinto dal profitto a determinare la quantità e la qualità dei prodotti individuali e a mettere in vendita il patrimonio dei beni comuni. Sul territorio il bilancio energetico e la sua impronta ecologica si fanno trasparenti e il governo pubblico e il mantenimento di un bene comune come l’energia da trasferire alle future generazioni diventano fonte di partecipazione, di studio e ricerca, di promozione di occupazione e di lavoro stabile e qualificato.

Ho parlato di “narrazione” e nuovo immaginario per accennare alla profondità delle svolte da costruire: una impresa che richiede la partecipazione, come è il caso dell’acqua, di tutte le culture laiche e religiose in un contesto di interculturalità garantita dalla laicità di istituzioni che regolano e favoriscono la partecipazione democratica. Le ragioni della pace, della tutela dell’ambiente, del dialogo multiculturale e della cooperazione tra i popoli, nonché della lotta alla povertà richiedono quindi un mutamento di paradigma. Non si tratta di un passaggio indolore. Occorre collegare il necessario cambiamento dei propri stili di vita con l’indispensabile intervento della politica per riconvertire l’economia. Affinchè tutti gli esseri umani vedano riconosciuto il loro diritto all’energia e perché al tempo stesso siano salvaguardati gli equilibri ambientali e climatici, occorre innanzitutto ridurre drasticamente i consumi energetici nel Nord del mondo e promuovere la diffusione di tecnologie per energie sostenibili in tutto il pianeta, rinunciando all’opzione nucleare.

Il ciclo che si instaurerebbe, tenderebbe verso l’autosufficienza e la riduzione dei consumi non necessari. Ciò contribuirebbe al rallentamento della crescita economica globale, a cui però corrisponderebbe un migliore impiego delle risorse personali e naturali diffuse, inserendo un forte elemento di discontinuità con la società dello spreco. Anche questo è un contributo alla rifondazione della politica, ad un suo riavvicinamento alla società, alla definizione della Sinistra Europea anche sulla base di un’etica della vita laicamente protesa a contrastare quel dominio di capitale impresa e mercato che ha fatto del pianeta in cui viviamo semplicemente l’arena della competizione globale.

1 Commento

  1. maria luisa

    Ho costruito la mia tesi di dottorato sui principi vitali dell’energia, la democrazia dell’eccesso all’energia, le teorie di Jeremy Rifkin e le connessioni tra reti energetiche democratiche e reti internet. L l’ho consegnata ieri in bozza. Oggi scopro il suo blog e il contratto mondiale sull’energia. Penso che riuscir� ad inserirlo come riferimento almeno nella parte finale della tesi.
    Spero di potermi confrontare con lei via email (che scrivendo questo commento le lascio).
    maria luisa v.

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