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L’aquila e l’arcobaleno

L’aquila e l’arcobaleno

 

Mario Agostinelli

L’ANTIBANDIERA

DELLA PACE

 

1. La semina è più forte della tempesta

 

Sospendere l’angosciosa attesa di eventi tremendi e l’impegno ostinato per fermarli, e concedersi una riflessione che abbia l’ambizione di definire, sistematizzare le novità che emergono in un movimento per la pace maggioritario in tutti i paesi (tranne, per ora, negli Usa dove tuttavia combatte da tempo una sua fondamentale battaglia di presenza e di opinione), che ha superato quel tratto profetico ed elitario che lo confinava in un ruolo testimoniale non appena la partita passava al livello statuale o intergovernativo, è un azzardo che si può prendere soltanto per definire sin d’ora, nei giorni dell’ultimatum a Saddam Hussein e sulla soglia di una guerra, ciò che resisterà oltre il fragore dei bombardamenti e della propaganda che occuperà gli spazi pubblici. Un modo di guardare nella guerra, contro e oltre la guerra con un senso esattamente opposto a quello – ormai dominante nei media – che si prepara compiaciuto o attonito allo spettacolo della guerra e ne affida l’esito soltanto alla punta della spada.

 

Ho maturato da tempo la convinzione che il ‘movimento dei movimenti’ sia in grado di darsi un’autonarrazione degli eventi in corso e delle prospettive entro cui spendere la propria mobilitazione: questa raggiunta autonomia lo porta, da una parte, a mettere in relazione il ricorso preventivo alla guerra con il fondamentalismo del mercato e quindi a tagliarne ogni radice di legittimazione, e, dall’altra, a tracciare un contesto unificante un continuum che fa da filo conduttore tanto all’azione locale per la pace, non meramente propagandistica e territorialmente riconoscibile, quanto all’iniziativa incessante, che impatta con le agende dei governi, delle istituzioni, delle diplomazie. Questa pressione locale-globale ha impedito che la politica e l’etica stessero su un piano distinto dal sociale, in una sorta di sfera separata, fornendo un terreno di efficacia diretta all’intervento delle chiese e un punto di tenuta all’autonomia di alcuni Stati nazionali rispetto agli Stati Uniti. Il ritardo e l’isolamento con cui Bush ha sferrato l’attacco è in gran parte l’effetto di questa formidabile iniziativa. Grazie alla pratica, alla maturità e alle intuizioni del movimento ha preso forma e cittadinanza stabile, a livello di massa, una nozione di pace come diritto sociale, primario, che è rafforzato dal diritto individuale di matrice liberale di rifiutare la guerra. Movimenti e persone ‘non si perdono di vista’. Questi pacifisti non sono anime belle o sognatori; non si rimpiccioliscono in granelli di sabbia nell’ingranaggio del sistema: fanno cultura, senso comune, sono un seme che ha già dato frutti.

Si sta sedimentando un tale distacco dall’ideologia della guerra preventiva e permanente e dalla convinzione aberrante che l’identità dell’Occidente sia di volta in volta formulata specularmente all’identità di un imprecisabile nemico, da far credere che l’avvio dell’invasione dell’Iraq, in sé, non chiuda affatto la partita, ma che l’isolamento dei signori della guerra crescerà indipendentemente dal ‘successo’ militare ed economico della loro avventura.

Sono i caratteri di questa ‘durata’ (nel lessico delle emozioni si potrebbe chiamare ‘ottimismo’) che provo di seguito ad analizzare nel movimento della pace, costitutivo del cosiddetto ‘movimento dei movimenti’ di Porto Alegre, sottolineandone gli aspetti permanenti, creativi, inclusivi, che rimarranno vivi e operanti nonostante le distruzioni e le morti che conteremo in Iraq e presenteranno i conti ai governanti che si sono mossi in solitudine ignorando valori diffusi e infrangendo patti costituzionali irrinunciabili per un governo e uno sviluppo unitari del pianeta.

L’asse locale-globale è quello che il movimento pratica con crescente successo e uniformità. Una metodologia di dislocazione anche organizzativa delle proprie forze, che ha fatto le sue prove prima sui temi ambientali e dello sviluppo e che ha tratto in seguito impulsi da contenuti sempre più vasti, con le esperienze dei Forum regionali (Belem, Firenze, Dakkar, Buenos Aires), che hanno preceduto Porto Alegre 2003. La modalità a rete con cui viene costruita l’azione diffusa e coordinata per campagne e temi, non cancella identità e diversità, ma le fa confluire come nodi interdipendenti dentro una pratica unitaria in continua circolazione dalla periferia al centro. Per questa via si realizza un’efficacia nell’orientare sul piano generale sia l’opposizione alle pratiche liberiste che le proposte alternative, mentre non si perde la presa e la lotta nei territori dove il problema delle risorse, della giustizia sociale, dei diritti, si presenta in modo articolato, ma pur sempre riconducibile alle scelte obbligate nel confronto con la globalizzazione. Secondo lo schema locale-globale, strutturato da forme di comunicazione e di relazione sociale a rete, il movimento adegua in velocità la propria azione alla simultaneità dei contesti spazio-temporali imposti dall’economia liberista e alla rapidità delle decisioni assunte dalle istituzioni autoritarie che hanno fatto dell’esclusione di ogni forma di partecipazione la condizione dogmatica della loro efficacia.

Le caratteristiche formali-esistenziali che si riflettono sull’organizzazione del movimento provengono da fattori più complessi di quanto si possa approfondire in queste note: si può tuttavia affermare che l’irrompere della tematica pace-guerra ha potenziato, anche se in circostanze straordinariamente drammatiche, il ricorso a schemi innovativi, fino a dar vita alla più grande manifestazione planetaria della storia – quella del 15 Febbraio – che ha raggiunto la sua straordinaria dimensione nonostante la debolezza delle sedi formali di decisione, la poca visibilità dei leader, il ricorso pressoché esclusivo all’autofinanziamento, la diffidenza e l’avaro impegno della comunicazione tradizionale. Locale-globale come canale sempre aperto, come flusso circolare: una prospettiva oggi decisiva nella lotta senza se e senza ma contro la guerra. Ed è la coscienza di fare parte di una società aperta che stimola ed riutilizza i processi in seguito considerati, che rafforza l’autonomia e il sentimento non minoritario di questo movimento e che metterà al fine in crisi Bush e i suoi alleati.

La cultura neoliberista, invece, sembra incapace di tenere aperto lo stesso flusso in entrambe le  direzioni: essa ormai comunica solo dall’alto, dal centro, e quando deve calarsi nel territorio, lo tiene separato dal resto del mondo secondo un approccio localista, xenofobo – che isola geograficamente e culturalmente i suoi abitanti – oppure lo trasforma in un ‘non luogo’ dove si incontrano i ‘capitribù’ senza popolo, come nelle Azzorre o a Davos o nelle Montagne Rocciose o sulla nave ormeggiata nel porto di Genova. Le piazze sono perdenti per i leader della globalizzazione e un luogo di crescita per i loro oppositori. Nonostante l’enormità dei mezzi a disposizione, lo stesso difetto di ‘egemonia comunicativa’ si riflette nell’uso dei media, che non riesce ad andare oltre l’esclusione o la manipolazione: i ‘no global’ si invitano al più negli studi di Porta a Porta o si contano (al ribasso) a spanne nelle manifestazioni che sono però presentate di sfuggita e sempre oscurate dai faccioni degli ‘esperti’ di Berlusconi, di Bossi, di Fini, che ne fanno un commento esorcizzante.

 

L’appropriazione del territorio da parte di un movimento antagonista, radicale, unitario è un fatto politicamente rilevantissimo, tanto più se lo si considera dopo i fasti della Lega e del localismo xenofobo fattosi partito in tutta Europa.

Credo che la modalità locale-globale di presentarsi come soggetto sociale unitario dischiuda importanti prospettive anche alla rappresentanza politica. Pur non essendo in discussione l’autonomia reciproca delle sfere sociale e politica, non c’è dubbio che il superamento della delega una tantum prevista in modo ancora più riduttivo dal sistema elettorale maggioritario e l’opportunità di creare, a partire dal territorio, strumenti di democrazia diretta, dove si esercita il diritto di proposta e non solo di ratifica, siano presupposti indispensabili per rimettere in comunicazione politica, istituzioni, movimenti sociali.

Tutto ciò è già venuto alla luce nella grande mobilitazione per la pace, i cui tratti, ancorché oscurati dallo scatenamento dell’attacco all’Iraq, rimarranno a lungo presenti nella ricostruzione di un legame sociale che la fase attuale ha spinto ben oltre i confini dell’affinità tra i soggetti politici tradizionali. Per fare due esempi degli sconvolgimenti in corso, si pensi all’unità dei lavoratori europei nello sciopero generale proclamato il 14 marzo a fronte della divisione dei governi nazionali; o alla crisi non si sa quanto e quando rimediabile del G8 – L’Arca del patto economico-politico liberista fondato sulla ‘non negoziabilità’ dell’american way of life’ e sul sequestro del futuro del pianeta nei caveaux delle banche metropolitane.

Questo percorso locale-gobale non solo ha già alle spalle le sue stazioni che hanno prodotto effetti ancora da decifrare fino in fondo, ma parla già con i suoi simboli universalmente eloquenti.

 

 

2. L’’antibandiera’ della pace.

 

Da sempre la bandiera rappresenta un simbolo territoriale: la si espone, la si innalza, talvolta si pianta, per riconoscere uno spazio di terra in cui si identificano valori comuni, patti sociali, assetti di potere, in nome del quale ci si arma e si esercita l’uso della forza. Il ‘viaggio’ di una bandiera corrisponde all’estensione del suo spazio originario di riferimento: perciò ai drappi colorati indicanti territori e nazioni si sono spesso associati i concetti di conquista o di battaglia militare.

I grandi moti di solidarietà dell’Ottocento e del Novecento avevano esposto altre bandiere, legate a un programma sociale e politico e polemicamente slegate dalle identità territoriali: in certo senso, la loro simbologia richiamava più la croce e un’appartenenza per elezione, non per nascita. Il movimento in Italia ha attuato al riguardo un rivoluzionamento spettacolare: ha scelto di radicare nelle differenze territoriali la forza evocativa di un simbolo unitario, l’ha spogliato di appartenenze politiche in senso tradizionale, l’ha imposto ai balconi, agli uffici, nei quartieri, nei Comuni e nelle chiese proprio in chiave comunitario-territoriale. L’intuizione è stata quella che, esponendo il drappo arcobaleno, si contrassegnava il proprio territorio con un simbolo antagonistico rispetto a quelli di identità escludenti, espressivo di unificazioni anziché di distinzioni, di abbattimento dei confini fisici per ricongiungere le case, le vie, il luogo di lavoro al destino comune di pace delle altre case, vie, luoghi di lavoro illegittimamente arruolati sotto le bandiere nazionali sventolate in guerra.

È stato elaborato un mezzo di comunicazione potentissimo: è come se si svolgessero assemblee permanenti di caseggiato o di quartiere dove si comunica che per nascita, al di là delle decisioni di un governo, si è membri ormai di un mondo unito, interdipendente, la cui sicurezza non è fornita dalle armi. Se questi drappi arcobaleno, esplosi nel nostro paese, si diffondessero in tutto il mondo – anche nei paesi di Bush, Blair, Aznar, – saremmo paradossalmente all’‘ultima bandiera’, quella in cui ci si può riconoscere anche quando i governi nazionali disconoscono la Carta dell’Onu e le Costituzioni, quella che sola dà legittimità a tutte le altre. Occorre riflettere su come il processo delle bandiere si sia diffuso e sia andato in profondo fino ad un livello di coscienza difficilmente reversibile. Alcuni Comuni, addirittura i centri di ricerca dell’Unione europea, alcune stazioni ferroviarie hanno preteso un riconoscimento pubblico della loro ‘dichiarazione di appartenenza’ con risvolti giuridici tutt’altro che irrilevanti. Perfino Camp Darby, per la sua vocazione di guerra, è stata resa straniera in Toscana dal lancio della bandiera della pace oltre il recinto. I ‘flag conservatives’ americani, citati da Norman Mailer, sono invasati dall’idea che lo Stato con l’esercito più potente possa fare qualunque cosa, travolgendo gli ostacoli con la tecnologia e la pura potenza. Ma non si erano imbattuti in queste disarmate e resistentissime ‘antiflags’…

 

 

3. I luoghi di lavoro

 

I diritti sociali e la loro ‘universalizzazione’ sono diventati, ormai da oltre un anno, patrimonio del movimento di Porto Alegre. È un merito in gran parte degli italiani che vi si sono impegnati e del risalto internazionale della battaglia condotta in particolare dalla Cgil.

C’è continuità tra modelli sociali e scelte planetarie e i lavoratori lo stanno sperimentando. Questa, al fine, è la loro esperienza sui luoghi di lavoro dove hanno compagna quotidiana e spietata la competizione globale. La lotta contro la precarizzazione e per l’estensione dei diritti oltre i ridotti sempre più assediati delle antiche sudate conquiste ha chiarito che, se andasse a compimento l’attacco all’Iraq in una prospettiva di dominio mondiale delle armi, la crescente ingiustizia dell’ordine mondiale sarebbe inevitabilmente aggravata. Da tempo ormai c’è coscienza che la pace è il fondamento che rende possibili i diritti e che una guerra permanente li ridurrebbe e li subordinerebbe per un tempo indefinito all’obiettivo principale della sconfitta del nemico: li eliminerebbe cioè come priorità dalla dialettica sociale e dalla pratica politica. Se l’umanità investe il meglio delle sue risorse intellettuali, scientifiche, economiche nella distruzione di vite e di risorse in campo ‘avverso’, allora l’universalità dei diritti è impensabile e impraticabile, e così l’unità del mondo, la solidarietà di tutto il mondo del lavoro.

In effetti, di fronte alla sequenza della catena produttiva che si è fatta globale e che connette direttamente postazioni di lavoro in paesi diversi, risulta visibile la rottura che la guerra produce tra lavoratori impegnati per il riconoscimento di diritti comuni, che derivano dall’essere al lavoro, e che sono invece collocati come “nemici” su fronti opposti dalle posizioni dei rispettivi governi. In questo quadro modificato rispetto al passato proprio dalle caratteristiche strutturali della globalizzazione in atto, assume un senso nuovo lo stesso sciopero generale contro la guerra, che, esteso a livello sovranazionale, ricompone il fronte del lavoro nella sfera di un interesse sociale comune, che non ha bisogno di essere mediato necessariamente dalla politica.   

Siamo sulla strada della elaborazione di una percezione nuova dei lavoratori a livello planetario: una maturazione faticosa, ma importante, che rimargina sul piano internazionale la rottura tra i movimenti operai arruolati sotto opposte bandiere nazionali alla soglia della Prima Guerra mondiale, divisi lungo i confini e le ideologie dei blocchi contrapposti lungo tutta la guerra fredda e che, purtroppo non era ancora giunta al compimento durante la vicenda della guerra del Kosovo.

La rivalutazione della propria autonomia come produttori e del valore sociale del lavoro si è fatta strada nel dibattito di questi mesi. La soggettività dei lavoratori ha preso corpo di nuovo come ‘classe’, anche se con modalità diverse dal passato. Anche per questa ragione e della dinamica dei processi in corso sarebbe bene che la sinistra intera e la Cgil si spendessero per il sì al referendum sull’Articolo 18, muovendosi a considerazioni che stabiliscono una gerarchia indiscutibile fra la persona e le compatibilità macro- e microeconomiche.

Ma anche nel mondo del lavoro ci troviamo di fronte alla riscoperta di una dimensione locale, oltre che di quella più generale. Qui in Italia, ma non solo, si è ricominciato a valutare la funzione sociale nello specifico della propria prestazione, andando anche oltre la questione dello scambio salariale attraverso cui è stata pattuita. Si è così ricominciato a discutere la finalizzazione del lavoro per uno sviluppo alternativo e pacifico, a cominciare dalla riconversione di settori e dalla crisi di fabbriche. L’accordo sul futuro dell’Alfa Romeo, firmato il mese scorso dai sindacati metalmeccanici milanesi, merita molta attenzione in quanto cerca di andare realisticamente oltre l’auto e il petrolio come priorità del modo di vita che stiamo subendo.

Più in particolare, in queste ultime settimane è ricomparso a livello diffuso quel diritto all’obiezione di coscienza – che i più coraggiosi avevano professato con grandi drammi personali nelle fabbriche d’armi in tempo di pace – e che non è stato mai ammesso nei recinti della produzione, per essere  riservato solo ai casi che riguardano la sfera etica (i medici contrari all’aborto, ad esempio).

Lo sciopero dei portuali di Livorno, il rifiuto dei macchinisti dei treni che trasportavano armi, la riapparizione degli ‘scienziati contro la guerra’, il documento dei 100 sindacalisti Usa, sono tutti segnali che si va diffondendo la consapevolezza che la posta in palio è cruciale e che la centralità dei diritti del lavoro è pensabile, è esigibile, solo nel pieno contesto di una Costituzione che ripudia la guerra. La continuità tra le azioni di lotta del mondo del lavoro e le iniziative di disobbedienza civile della società mostrano la trama di una legalità più ricca e più attiva: quella che nella scelta dei metodi non violenti fonda il diritto di sciopero e il diritto di impedire infrazioni del patto costituzionale, e unisce la Repubblica «fondata sul lavoro» alla Repubblica che «ripudia la guerra» in uno ‘spirito repubblicano’ che ha imposto rispetto e moderazione a quegli stessi apparati repressivi che avevano dato a Genova prova di una vocazione violenta ed eversiva.

 

 

4. L’ambiente in cui vivremo

 

Il carico di distruzione ambientale delle guerre moderne è stato considerato appieno solo nel caso delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. In seguito, l’effetto delle nuove armi è stato volutamente circoscritto solo alla loro precisione, all’uso specifico o specialistico cui erano destinate, al terrore che il loro possesso avrebbe potuto procurare al nemico. Eppure le guerre del Kosovo e nell’Afghanistan hanno comportato effetti ambientali di lunghissimo periodo, di cui si parla raramente, proporzionali all’intensità energetica concentrata nelle azioni di bombardamento attuate con proiettili a uranio impoverito, se non addirittura con piccole bombe nucleari tattiche. Se, come non è stato escluso, in Iraq, verranno usati ordigni nucleari, i territori saranno resi inagibili alla vita per un lungo periodo, assai superiore a quello che si prende in considerazione dal punto di vista politico e militare, cosicché ad esempio in Iraq l’equilibrio ambientale non sarà certo recuperato nel tempo in cui si pretenderebbe di ottenere l’eliminazione di Saddam e del suo regime. Per una semplice considerazione legata all’entropia dei processi energetici connessi con le armi moderne, gli effetti mortali e distruttivi ricadranno proprio su quei soggetti che si dice di voler liberare: quindi, incredibilmente ed a dispetto della loro conclamata intangibilità, i diritti delle future generazioni sono travolti dai progetti odierni di potenza militare e predati dagli interessi che oggi stringono il loro controllo sulle risorse di quel territorio e se ne impadroniscono in nome della libertà. Il bilancio territoriale delle guerre dal 1991 in poi si continua a calcolare senza considerare questa sfasatura temporale e questo livello di estensione spaziale ed i potenti preferiscono (come hanno fatto i grandi bancarottieri delle corporations) confonderli e farli svanire nelle pretese di ridisegno della geopolitica a livello mondiale e nelle previsioni di abbattimento dei prezzi delle risorse per cui tali guerre sono combattute. Al contrario, c’è una crescente sensibilità delle popolazioni attaccate a mettere a valore l’ambiente di cui vengono deprivate ed a non considerare come risarcimento accettabile una artificiale oltre che ipocrita  ricostruzione, al punto di voler rimanere ostinatamente a vivere negli stessi territori violati dalle armi.

Sul territorio è la biosfera il metro di giudizio, non la geopolitica. Spacciare la ‘missione’ della ‘democratizzazione’ dell’Iraq per una restituzione del paese al popolo che ne è il legittimo sovrano è il trasparente velo propagandistico di un progetto di interdizione di un eventuale processo di autonomia sociale, politica e, direi, ambientale, che – in Iraq come in tutto il Medio Oriente – potrebbe dar vita ad una realtà alternativa tanto alla dittatura che a un’élite fantoccia o compradora.

Nel cuore dell’impero, allo scoccare dell’ora delle armi, purtroppo, né locale e globale e nemmeno il mondo del lavoro hanno ancora prodotto quella fusione e quella autonomia che si sono espanse in tutto il mondo fino a lambire le soglie del potere degli Stati. Ed il fondamentalismo moralistico di cui si ammanta la retorica di Bush è anche volto a impedire la formazione a livello territoriale o nei sindacati di quella autonomia sociale che può essere il laboratorio di una visione alternativa e di una pratica vincente per la pace.

Eppure, proprio nel momento più difficile, si guardi con attenzione a quello che nel vecchio lessico dei conflitti chiamavamo il ‘fronte interno’: qualcosa è in movimento anche negli Stati Uniti, oltre che, da tempo, nella stessa Inghilterra. Ci sono più segnali che anche là un nuovo immaginario, nuove pratiche nuovi linguaggi comunichino in spazi non più separati, eliminando gli steccati e i confini di una divisione permanente del mondo segnata dalle armi.

 

Un’ultima considerazione: la speranza di evitare la guerra di Bush contro l’Iraq stava anche nel ritenere senza futuro la dottrina della guerra preventiva e permanente in un mondo interconnesso dove la sicurezza di ciascuno dipende da quella di tutti gli altri. L’irragionevolezza, fino alla natura criminale delle decisioni che avrebbe dovuto adottare il Governo degli USA, facevano sperare che le ragioni del movimento della pace mettessero a nudo la contraddizione spaventosa di lanciare guerre per la libertà solo nei territori ricchi di petrolio. La guerra non è stata evitata; ma chi la conduce deve chiarire come l’ampliamento delle opportunità commerciali e del proprio dominio militare siano compatibili con l’idea ormai prevalente che la terra funzioni come un organismo vivente entro i cui confini vivere individualmente e nelle rispettive comunità è possibile solo se si promuove il benessere generale della più ampia biosfera in cui prosperiamo.  Il movimento è cresciuto e sta individuando anche un nuovo modo di informare che è in grado di narrare gli eventi della guerra, così come le tappe del confronto aspro che si è aperto tra diverse visioni del mondo, con occhi propri, immagini dirette, tecniche di comunicazione interattive che depotenziano l’unidirezionalità autoritaria delle televisioni militarizzate. In questo contesto agire localmente e pensare globalmente corrisponde al nuovo concetto di sicurezza che va oltre il sistema fondato sul carbone e sul petrolio su cui si sono sviluppati il modello industriale e lo stato nazionale che Bush porta alle estreme conseguenze non firmando il protocollo di Kyoto, combattendo la Corte Penale Internazionale, Affossando l’ONU.

Per di più, il movimento per la pace ha forse ormai già individuato il percorso futuro per mettere fuori gioco la guerra, non solo sulla base di diritti affermati e formalmente riconosciuti, ma anche con comportamenti individuali e collettivi e pratiche che, mentre producono nell’immediato sul territorio più solidarietà e più giustizia sociale, impongono al conflitto per il cambiamento a dimensione globale una  sua autentica dimensione democratica.

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