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Generale

L’eredità di Cipputi

cipputidi Mario Agostinelli

1 Dove è finito Cipputi?

Innanzitutto: chi è o chi era Cipputi e, se continuasse ad esistere, in pensione “coi 35 anni” che lui si è meritato, cosa direbbe oggi se lo si tirasse in ballo?

Attrezzista di riconosciuta capacità professionale e autorevolissimo consigliere dei suoi compagni di reparto, forte di una poderosa e tranquilla esperienza politica da operaio degli anni ’70, molto probabilmente non saprebbe portare a sintesi la drammaticità e la solitudine del lavoro contemporaneo e, quindi, non saprebbe trovare battute folgoranti, graffianti e concise come al solito, per descrivere la mutazione senza clamore del mondo del lavoro che abbiamo conosciuto fino a dieci anni fa’.

Il silenzio imbarazzato e, credo, melanconico di Cipputi mi preoccupa, così come la sua impotenza a irridere quel “ceto medio” rancoroso oggi al centro delle attenzioni, che si è dimenticato di lui, della sua fatica, della sua saggezza solidale e che mugugna sulla Finanziaria del momento senza senso civico nè un briciolo di solidarietà o uno sguardo al mondo fuori dalle proprie tasche.

Già, perché Cipputi avrebbe detto al volo a qualunque suo interlocutore in che fabbrica lavorava, da quanto tempo aveva la tessera della CGIL, come evitare trappole e ombrelli nel sedere, ma anche come strappare il Paese alla crisi senza eccessi corporativi. E, tra una risposta e uno scrollar di testa, avrebbe saputo aggiungere perché gli piaceva Pontecorvo, che cosa lui vedeva nei dipinti di Sironi e perché mai Pasolini ridisegnava il rapporto tra cultura borghese e cultura operaia con una sofferenza così lontana dalla sua olimpica temerarietà a rompere i confini della tradizionale cultura popolare. Quasi sicuramente aveva frequentato i corsi 150 ore ed aveva stupito i suoi insegnanti con quelle conoscenze profonde e quella sapienza interdisciplinare che gli erano venute dalla frequentazione delle assemblee e dei consigli di fabbrica e dalle discussioni nelle Case del Popolo.

Cipputi, secondo me, ha tuttora accento meneghino, gira dalle parti di Arese dove c’era l’Alfa, frequenta le sedi del sindacato pensionati e i circoli dell’AUSER, ma scuote la testa se gli si chiede di politica, anche se le sue corde hanno vibrato per la sconfitta seppur di misura di Berlusconi. Perché allora gli riesce così difficile di parlare di una possibile continuità tra la sua straordinaria esperienza umana e sociale e quella di chi oggi entra al lavoro e vi resta precarizzato, senza diritti, in competizione con i suoi compagni?

Per quanto ci riguarda, al di là della metafora di Cipputi, non è venuto il momento di chiederci perché si vada perdendo il valore del lavoro e se la vera questione di oggi non sia forse che il mondo del lavoro è senza parola e che, quando riesce a prender voce, nessuno si pone più in ascolto?

2 La trasformazione del lavoro

Si ripete, come se la constatazione riassumesse in sé le ragioni di un disagio, che il lavoro in profonda mutazione non appartiene più all’esistenza delle persone quanto apparteneva nel passato.

Forse, ci si dimentica che la scissione tra persona e lavoro è stata un’opera immane perseguita con disinvoltura e con sistematicità dal capitalismo più moderno e dalle sue esigenze di massimizzare il profitto nella società industriale in trasformazione. Scissione a cui si è opposto tenacemente in tutto il mondo il movimento operaio, anche il Cipputi italiano con la sua implacabile ironia, e rispetto alla quale hanno perfino riadattato i propri valori culture popolari e religioni, sorprese e spiazzate dal travolgente economicismo della crescita novecentesca e dei primi anni del nuovo secolo.

Oggi, forse, più che la manifestazione di una problematica acuta rispetto al lavoro, sono i conflitti ad entrare in un cono d’ombra, in assenza di soggetti collettivi riconducibili ad unità di aspirazioni, rivendicazioni, progetti. Ma il rapporto tra lavoro e vita è tutt’altro che sulla via della riconciliazione.

Anzi, due sono i meccanismi che ne lacerano i contorni: da una parte la frammentazione e la precarietà della prestazione di lavoro (quale moderno Cipputi come sua cifra identificativa saprebbe dire dove e per quanto tempo starà stabilmente al lavoro?), dall’altra la messa in produzione e a profitto dell’esistenza stessa, del proprio tempo libero, dei beni comuni vitali come l’acqua, l’aria, l’energia, la conoscenza, la salute, trasformati in entità commerciali e oggetto di puri rapporti economici. Così, chi è messo al lavoro vede totalmente compromesso da quella condizione il proprio spazio e tempo di vita ed è costretto a farsi assorbire dagli aspetti materiali della propria esistenza, come ad esempio l’assicurarsi a qualunque costo un reddito per campare, a scapito di quelli qualitativi, da cui dipende anche il grado di soddisfazione, di autorealizzazione, di relativa felicità.

Allora sarebbe bene, innanzitutto, riconsiderare una questione oggi spesso trascurata: il lavoro – così come il non lavoro – si colloca in una dimensione spazio temporale continua con quella dell’esistenza e ne fa dipendere come non mai la qualità.

In effetti, in uno sconvolgimento dei parametri spaziali e temporali imposti dalle nuove tecnologie, dalla comunicazione globale, dalla riorganizzazione su scala mondiale della produzione, come potrebbe cambiare tutto della nostra quotidianità lasciando pressoché immutata la “cifra” delle relazioni sociali intrinseca al lavoro, che noi continuiamo testardamente a trattare con le categorie e gli schemi dell’organizzazione fordista e della grande industria in cui lavorava Cipputi?

Oggi il dramma dell’impiego senza diritti, del non lavoro per gli inoccupati, del senso e del destino del lavoro, ha a che fare direttamente con l’ansia creata nelle nuove generazioni da una economia destinata necessariamente alla decrescita per evitare che l’eccesso di beni prodotti, anziché benessere, produca arretramenti sociali, catastrofi ambientali, pericolo alla vita. Nel lavoro che c’è, che manca, che cambia, a Varese come a Melfi o a Dakkar o a Manaus o a Mumbay , si riflettono e rifrangono come non mai nel senso più profondo economia, ambiente, politica, etica, conoscenza, psicologia, benessere e povertà. E, di conseguenza, l ‘alienazione o lo sfruttamento si manifestano come un problema innanzitutto di civiltà., che non si può più affrontare solo a partire dal lavoro.

Direi che il lavoro oggi non si libera più da sé ed occorre, contrariamente a tutta l’esperienza del Novecento, che una pluralità di soggetti sociali oltre ai lavoratori – donne, ambientalisti, popolazioni indigene, immigrati – si facciano simultaneamente carico della sua liberazione, restituendogli così quella potenza emancipatoria oggi perduta.

Così, sorprendentemente, nell’era “della fine del lavoro” tradizionalmente inteso, tornano in primo piano soggetti che sembravano destinati a scomparire o a farsi da parte di fronte al procedere sicuro del “pensiero unico”, ma che sono tutti al pari delle lavoratrici e dei lavoratori egualmente vittime di quella competitività che sembrava fino a ieri l’unica misura del grado di avanzamento nel mondo di un Paese.

3 Esisteva Cipputi?

La perdita di memoria è purtroppo un tratto comune alle analisi che la grande stampa e quasi tutta la pubblicistica odierna mettono in circolazione. Così, sembrerebbe che la cultura politico-sociale delle grandi organizzazioni di massa della seconda metà del Novecento non fosse molto di più che una derivata di modelli autoritari, imposti dall’ideologia, poco elaborati a livello personale e così scontati e privi di originalità da non meritare di essere ricordati e reindagati. In tal modo anche l’orgoglio operaio e il riscatto delle classi subalterne vengono messi in ombra e non si spiega più il possente ridisegno di simboli e relazioni che erano prima riservati solo alla borghesia e che si sono rimescolati e contaminati positivamente per almeno cinquantanni dopo la guerra sulla spinta del movimento operaio.

C’era un tempo in cui in fabbrica entrava il grande Eduardo De Filippo e c’era un tempo in cui il popolo operaio, con il vestito della festa, varcava insieme a tutta la famiglia la soglia del grande “capannone 6” per andare a teatro. È accaduto molti anni fa, all’inizio degli anni 80, all’Alfa di Arese. Undicimila persone, tra operai e loro famigliari, accorsero in massa per assistere alla rappresentazione della “Filumena Marturano”. Alla fine dello spettacolo c’era una processione infinita sul palco, perché ognuno voleva lasciare un ricordo al grande napoletano: una parola, una fotografia, un ricamo fatto a mano. «Io non ce la faccio più. E dove li metto tutti questi regali?», diceva l’artista al capo del consiglio di fabbrica. Si andò avanti così fino alle due di notte. Questa era l’Alfa Romeo di Arese. Lì erano arrivati molti lavoratori dal sud e da lì partivano orgogliosi a bordo della Giulietta, costruita con le loro mani per tornare al paese di origine, «perché quando i paesani sentivano il rombo si toglievano il cappello». Quasi ventimila lavoratori, nel periodo di massimo splendore, varcavano i cancelli di Arese e l’Alfa era protagonista dell’immaginario collettivo. Nello stabilimento c’era un ciclo produttivo completo: entrava il rottame grezzo e uscivano autovetture fiammanti. Il consiglio di fabbrica era composto da 400 persone e se salivi sul tetto della fabbrica potevi andare in qualsiasi reparto, senza toccare mai terra. L’operaio meridionale venuto nella grande fabbrica milanese in cerca di un nuovo futuro veniva immortalato dalla macchina da presa di Luchino Visconti in “Rocco e i suoi fratelli”. L’Anonima Lombarda Fabbrica Automobili aveva, dunque, nell’eccellenza del prodotto e dei lavoratori, la sua vera forza: l’auto era un bene di massa con il quale ci si identificava.
Ma lo stabilimento di Arese, in quei due milioni di metri quadrati, oltre ai bolidi della strada, produceva anche parlamentari. Almeno trentuno sono, infatti, gli operai strappati alla catena di montaggio e mandati sugli scranni di Montecitorio. Faticare insieme aveva un senso e il lavoro un valore riconosciuto. Qui e in migliaia di altre manifatture dell’Italia industriale parlava, ascoltava e si faceva ascoltare Cipputi.

Chi ha “ucciso” quella comunità dove si lavorava duramente, ma si cresceva civilmente, si parlava e si veniva ascoltati? Forse qualcosa che ha a che vedere con la durezza di una lotta per il comando sul lavoro e per la sconfitta della contrattazione e del sindacato in fabbrica. Se Cipputi non parla più, un’intera società ne ha condiviso o subito l’ammutolimento.

Quando ad Arese venne il tempo della gestione Fiat, simbolicamente annunciato il primo giorno con il sequestro a mensa dei mazzi di carte con cui i lavoratori costretti alla catena per otto ore socializzavano durante la pausa, era già sfilata la marcia dei quarantamila a Torino e si era già dato l’avvio alla più grande offensiva padronale del dopoguerra, resa forse meno cruenta dalla monetizzazione dei diritti perduti e dalla strenua difesa della generazione al lavoro a spese dei giovani in attesa. Nonostante 1600 miliardi di finanziamento pubblico per una produzione nuova mai effettivamente realizzata, la crisi del gruppo torinese e il ridimensionamento delle sue produzioni condurranno allo svuotamento dello stabilimento dopo un duro scontro con le maestranze, con la dismissione di aree ancora efficienti e modernamente attrezzate. Mentre una grande città come Milano rivolgeva lo sguardo altrove, alla soglia del 2000 una comunità di fabbrica irripetibile è stata spazzata via e i reparti sono stati sventrati completamente, al punto che catene nuove fiammanti per la Panda e la Multipla sono state fisicamente tranciate in due notti per non permettere il rientro al lavoro dei cassintegrati reintegrati da una sentenza del pretore! E’ evidente che una storia come questa e come centinaia di altre analoghe anche se minori, ha tra le sue vittime anche Cipputi e la sua voce. Una voce che, pensate un po’!, all’Alfa reclamava una continuità del lavoro in nome di una produzione più socialmente e ambientalmente desiderabile (L’auto a idrogeno e la” mobilità sostenibile”) e che è stata irrimediabilmente sovrastata sulla stampa da quella gradita al potere di Pietro Ichino, teorizzatore dello spostamento coatto dei posti di lavoro, dello svuotamento della fabbrica e, quindi, della messa in riga e al proprio posto dei suoi legittimi occupanti.


4 Lavoro e consumo: ricomporre le fratture

Quando è stato superata l’uniformità di un modello produttivo che avevamo per semplicità definito taylorista, si è realizzata, come abbiamo accennato prima, una drammatica discontinuità e una rottura rispetto al modello novecentesco e al suo rigido ordinamento dei rapporti tra tempi di vita e di lavoro, tra produzione e riproduzione. Nel lavoro odierno sono scomparsi le mura lavorative e i compagni di turno, è saltata la continuità dei reparti o degli uffici, e addirittura si è dissolto anche il territorio di insediamento, la città, il quartiere, la comunità di riferimento. Vita e lavoro si sono decisamente “desincronizzati”, con una solitudine nuova per chi lavora ( e non più solo per chi il lavoro l’ha perso). Si tratta di una solitudine accompagnata dalla distruttività della memoria , dalla perdita di consapevolezza delle fondamenta di un’identità costruita a prezzo di dure lotte, dal venir meno di una autostima fornita dallo stare al lavoro in imprese di notevoli dimensioni o con riconosciuta professionalità. Una condizione di frammentazione ed una carenza di esperienza organizzativa che insieme finiscono col travolgere consolidati equilibri tra capitale e lavoro e consentono di annullare garanzie contrattuali e normative un tempo formalizzate. L’accentuarsi di regimi flessibili sottoposti ad una disciplina individuale anziché collettiva ha così accentuato il sentimento di estraneità sociale della prestazione lavorativa.

Un lavoro che per certi versi potrebbe persino risultare più ricco di contenuti, più carico di responsabilità, si è invece caricato dell’angoscia dell’isolamento, della precarietà, della perdita di senso di cui parla compiutamente Richard Sennet nelle sue ricerche.

Accanto a questa frammentazione “verticale” a scala locale, si è provocata una dispersione “orizzontale” e una riallocazione del ciclo produttivo su scala mondiale. Non siamo più, come in passato, di fronte allo scambio su scala mondiale di merci e prodotti finiti, ciascuno appartenente ad un paese-nazione. Oggi le sequenze della produzione si articolano nello spazio di tutto il pianeta, senza discontinuità temporale da luogo a luogo.

Il modello economico che governa la produzione – l’economia di mercato nelle sue varianti liberiste- mette al lavoro contemporaneamente persone con diversi salari, diverse normative, diversi sindacati, che però finiscono col comunicare tra loro direttamente attraverso le reti e i nodi del processo produttivo e non più solo, come accadeva prima, attraverso le istituzioni che governano il commercio dei prodotti di loro pertinenza.

Così, i diritti dei lavoratori sono messi in relazione interna diretta e vengono portati, nella loro diversità, all’attenzione dei consumatori.

La saldatura fra produzione e consumo, fortunatamente, ricrea condizioni vantaggiose per la conquista e la generalizzazione dei diritti, almeno quanto aveva prodotto nel secolo scorso l’espansione industriale del primo dopoguerra secondo il modello fordista.

La novità odierna rispetto al passato risiede nella percezione del ruolo di consumatore da parte di chi tradizionalmente era considerato solo lavoratore e, viceversa, nella assunzione dei problemi del lavoro da parte di chi si batte per la qualità dello sviluppo e dell’ambiente.

E’ la novità che si è affacciata da Seattle in poi e che in vari passaggi – da Genova a Porto Alegre a Mumbay o a Bamako, sedi del Social Forum – avvicina in grandi manifestazioni mondi tra loro diversi all’interno di una battaglia comune per l’universalità e l’inscindibilità dei diritti civili e sociali e per la salvaguardia della natura.

In effetti, il “circolo virtuoso” del fordismo consisteva nella capacità dei lavoratori organizzati di contrattare salari e stato sociale per un livello di soddisfazione dei loro bisogni primari così da assicurare al consumo individuale residuo ed al risparmio una funzione anche socialmente condivisibile. Si pensi negli anni ‘60 e ‘70 alle politiche per la casa e per le attività ricreative, alle cooperative di consumo, alla diffusione in tutte le dimore dell’accesso all’elettricità, alle politiche tariffarie per i trasporti collettivi. A quel tempo erano i lavoratori organizzati nei loro sindacati a difendere un modello di consumo non orientato solo dal mercato e a riunificare le lotte salariali con quelle di difesa del potere di acquisto, mentre la diffusione dei beni manteneva un suo legame territoriale con il lavoro ed i prodotti del lavoro salariato venivano fruiti, anche da un punto di vista geografico, negli stessi luoghi su cui si ammodernavano le fabbriche, aumentavano i profitti, si espandeva l’innovazione, ma cresceva anche il tenore di vita. Insomma, tra lavoro e consumo correva un filo sottile che faceva da base progettuale per un rapporto da stringere tra riduzione progressiva del tempo di lavoro ed autonoma riappropriazione del tempo di vita.

Purtroppo il movimento sindacale europeo ha complessivamente ceduto negli anni ’90 sulla questione della riduzione dell’orario di lavoro e di un proprio progetto sul tempo di vita, esponendosi con scarse difese ad un formidabile attacco di saturazione e allungamento delle prestazioni di lavoro e, contemporaneamente, di vera e propria “taylorizzazione” del tempo di vita, programmato a livello politico-economico come scansione incessante di consumi individuali indotti ( basti pensare ai fast food come costrizione dell’alimentazione, alla funzione dei supermercati come luoghi di intrattenimento e di omologazione, all’enorme espansione dell’industria del tempo libero).

Il lavoratore dei Paesi ricchi e sviluppati in via di deindustrializzazione, divenuto sempre più un affannato consumatore individuale, sembrava irrimediabilmente perduto. Finchè la globalizzazione l’ha messo in contatto, come consumatore, con i lavoratori senza diritti dei Paesi poveri, i cui prodotti giungevano inopinatamente nei supermercati e nella sua casa, viaggiando a tutte le stagioni per migliaia di chilometri. Ed è successo che gli stessi consumatori dei paesi ricchi, a loro volta lavoratori impegnati a difendere il potere di acquisto dei loro salari, non potevano più separare la propria prospettiva dal destino dei lavoratori-produttori dei paesi poveri, senza essere coinvolti dalla politica delle imprese globali nel livellamento al ribasso dei diritti dell’intero mondo del lavoro.

Un Cipputi frastornato sta ora scoprendo che dietro i propri consumi e il proprio tenore di vita ci sono persone in altre parti del mondo alla ricerca degli stessi suoi diritti perduti, costretti spesso a emigrare, toccati dalla tragedia delle guerre e che stanno tutti dalla sua stessa parte, per rimettere al centro della società la dignità del lavoro, assieme alla giustizia sociale, al rispetto della natura, alla lotta alla povertà.

Finalmente, all’inizio di questo millennio, consumo consapevole, valorizzazione della natura, tutela dell’ambiente, diritto al lavoro e diritti del lavoro cominciano a ricomporsi addirittura in scala mondiale e ad apparire un tutt’uno da riconquistare, come era parso evidente ai più illuminati e purtroppo perdenti interpreti delle lotte operaie del primo Novecento.

5 Quando Cipputi tornerà a parlare

Gli operai e le loro organizzazioni hanno capito sempre le opportunità che la comunicazione e le tecnologie di cui potevano avvalersi offrivano al potenziamento della partecipazione ed all’efficacia della rappresentanza del mondo del lavoro. Le bandiere sindacali di fine Ottocento, i manifesti dei primi decenni del Novecento, i periodici degli anni 50 e 60, i volantini di fabbrica a cavallo degli anni 70, gli slogan e gli striscioni dei grandi cortei fino alla soglia del nuovo millennio, appartengono ad una generazione dei media imperniata sull’uso del testo stampato e sull’amplificazione del suono della parola, prima dell’avvento della digitalizzazione di frasi, suoni e immagini e della loro trasmissione alla velocità della luce.

Oggi, di fronte ad una rivoluzione tecnologica e ad una evoluzione dei media e della comunicazione su cui poggia la stessa globalizzazione, il mondo del lavoro ed il movimento sindacale sembrano tagliati fuori. Lavoratori invisibili e senza parola ed un sindacato rappresentato sostanzialmente attraverso i suoi leader vengono depotenziati sulla scena pubblica proprio quando il lavoro con i suoi diritti reclamerebbe un ruolo insostituibile nella società. Si tratta di una questione eminentemente politica e di prima grandezza, a cui si presta scarsa attenzione, come se fosse semplicemente una conseguenza inevitabile dei mutamenti tecnologici in atto nel mondo della produzione e della comunicazione

Eppure nel passato l’emancipazione del lavoro procedeva di pari passo con l’accesso agli strumenti della informazione e della comunicazione. E’ come se le scuole di alfabetizzazione del primo Novecento, la rapida acquisizione nel primo dopoguerra delle potenzialità del discorso e del testo attraverso le tecniche artigianali della stampa, la diffusione negli anni 70 dei volantini a ciclostile a sostegno delle assemblee e della conquista del voto che le legittimava, si fossero arrestati di fronte all’esplosione spettacolare delle tecniche dell’immagine ed alla estensione delle reti radiotelevisive ed, in tempi più recenti, di quelle informatiche.

Oggi, l’abbiamo sostenuto, è finita la stagione delle grandi fabbriche e, con esse, dei leader locali che in momenti particolari erano in grado perfino di assumere iniziativa autonoma di fronte all’opinione pubblica. La rete del processo produttivo e dei servizi, che si è fatta globale, ha infranto le mura delle aziende e degli uffici come le avevamo conosciute in passato, ma all’interno di questa esplosiva trasformazione non si è riusciti a traslocare il potere di comunicazione tra lavoratori conquistato nel modello precedente, fatto di catene, manovie, reparti in sequenza, uffici nelle stesse palazzine. I delegati che si spostavano fisicamente nei luoghi di lavoro e che diffondevano i volantini davanti agli ingressi, hanno visto indebolire la loro funzione sociale di comunicatori di conoscenze e di informazione, perché non si sono appropriati né delle forme di comunicazione lungo le quali si struttura oggi l’organizzazione del lavoro, né delle tecniche con cui si può combattere l’informazione monodirezionale incontenibile della televisione. Cipputi, lo dicevamo, ha sempre parlato ed ascoltato, la sua relazione con il mondo è sempre stata biunivoca, interattiva, multidirezionale. Affinchè riprenda la parola bisogna riconsegnargli mezzi paritari e strumenti adeguati nel contesto attuale.

Eppure i limiti spaziali alla partecipazione democratica nei luoghi di lavoro e quelli temporali alla capacità di informazione potrebbero essere oggi perfino minori che in passato, come insegna l’efficacia comunicativa di Internet per la crescita del “movimento dei movimenti” e le capacità tutte nuove di contro informazione affidate alle immagini auto-prodotte con cineprese e camere digitali.

Il movimento operaio e sindacale sembra ancora impacciato e soffre della competizione che questi nuovi circuiti di relazione democratica orizzontale aprono con la struttura verticale e articolata per vie burocratiche dei propri meccanismi decisionali. E’ colpa in parte anche del ritardo del sindacato nelle modalità e nelle forme di comunicazione se Cipputi fa fatica a parlare.

Di questo occorre rapidamente discutere e giungere consapevolmente a produrre e mantenere una presenza autonoma ed aggiornata dei lavoratori e della loro organizzazione anche nel nuovo contesto comunicativo che ci avvolge. In fondo, se il

mondo del lavoro vuole dare una “narrazione” di sé non puramente difensiva e tornare a contribuire autonomamente ad una trasformazione della società in senso equitativo e solidale, deve riprendere la parola nello spazio pubblico che si deve riconquistare: nelle piazze e nelle manifestazioni, ma anche nella rete di connessioni ramificate dove si sta strutturando una intelligenza collettiva solidale, attraverso forme innovative di libertà, partecipazione, democrazia.

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