REPOSITORY

Forum Sociale Mondiale

23 novembre 2001 Camera del Lavoro di Milano, Verso Porto Alegre 2002

Siamo sottoposti a una pressione di eventi densissimi in rapidissima successione che consentono a fatica al nostro ragionamento di posarsi sul concatenamento dei fatti, almeno cosè dovrebbe essere; un movimento come quello che sta nascendo è continuamente indotto a porsi non solo sull’offensiva ma in situazioni difensive.
La cosa straordinaria è il fatto politico di questa sera che accompagna ormai una serie di eventi tutti interessanti e positivi come le ultime manifestazioni e una presenza cosè attenta e cosè intenzionata ad ascoltare, una presenza che dice che la proposta e comunque la capacitè di avere una nostra narrazione è una realtè con cui ci si deve ormai misurare tutti.
Credo che sia la questione piè rilevante di questa sera; non credo fosse automatico aspettarci una attenzione e una presenza cosè intensa e un pluralismo di letture e di opinioni che perè convergono tutte precisamente in una direzione.
Devo dire che a me aveva fatto una enorme impressione a Genova (e moltissimi milanesi facevano parte di questo) il fatto che il corteo che era stato attaccato dalla polizia avesse avuto tale coscienza di sè da invertire la marcia e di tornare come corteo a riprendere i pullman. E’ il segno di una cosa grande che ormai è presente; una coscienza di sè che permette anche di guardare con una certa speranza dentro una situazione invece di estrema difficoltè.
Io provo a leggere adesso, partendo dal lavoro, gli elementi di antagonismo che questa situazione evidentemente porta alla luce.
Parto da una questione che credo ponga tutti in grave disagio, cioè l’Europa che è la culla dei diritti e il modello sociale di primo riferimento, ha espresso con i suoi parlamenti il consenso piè vasto della sua storia nel dopoguerra. Nemmeno le decisioni sull’Euro erano di questa portata.
Eppure, le popolazioni hanno mantenuto al riguardo un profondo scetticismo e le nuove generazioni chiaramente intendono il mondo come un’entitè unica e quindi non mi sembra si rendano disponibili a apprezzare una “Costituente globale” basata sulla guerra con il consenso di una generazione che invece sembra pensare a strade diverse.
Devo dire che da questo punto di vista noi riflettiamo poco ancora sul perchè di questa dicotomia. Ad esempio la guerra sembra molto professionale, punitiva e quindi sembra che non sia ancora un fatto popolare, almeno per chi la conduce.
Nessuno riflette, e la cosa è impressionante, che gli unici veri morti sono donne e bambini,èperè non sono nostri. E la politica sceglie una strada che non sembra la meno avventurosa, cioè, che il mondo sia sicuro da una parte sola con la prospettiva di essere sempre armato non è una grande scelta per la politica Eppure si fa.
Io comincio a lavorare adesso in una sede a Bruxelles, dove ho un confronto con gli altri sindacati, e devo dire che l’Europa non esprime piè una cultura critica. Solo la CGIL dopo grandi lotte ha assunto, per fortuna, oggi una posizione distante dalla guerra. Vince quella parte della CGIL, e questo è un buon segno.
E’ in campo la riduzione dei diritti democratici e le leggi che sono passate in Francia e in Inghilterra in questi giorni sono, a mio giudizio e per la conoscenza che ho di quelle realtè, impressionanti. Non è passata solo la legge in America, è passata una legge in Inghilterra, una legge in Francia. Non conosco bene le limitazioni anche in Italia ma sembrano anche queste abbastanza evidenti e credo ci si debba chiedere che nemesi stia venendo avanti.
Io penso che l’alleanza economica che diventa militare sta recuperando quel pezzo degli sconfitti anche della guerra mondiale (Italia, Germania, Giappone) che ad esempio avevano sul fascismo e sul ripudio della guerra fatto una riflessione che aveva capovolto attraverso le Costituzioni la loroèQuesto mi impressiona. Mi impressiona che l’alleanza economica sia a tal punto forte da vincere le culture anche giuridiche che erano nate dalle guerre di liberazione ed a spostare quindi un fronte che da sempre ha avuto nella politica dialogante i suoi fari; l’Italia anche coi democristiani pensava al Mediterraneo, ..oggi questa cosa è improvvisamente scatenata.
Allora bisogna chiedersi se non c’è un’onda lunga della storia, il declino in parte dell’Europa e l’emergere ancora della leadership degli Stati Uniti. Io penso qui un po’ differente rispetto alla crisi di senilitè del capitalismo. Temo che invece la forzaèuna guerra non è una cosa che si gioca cosè, si gioca in campo aperto e dopo la guerra non si è piè uguali a prima; per questo bisogna fare la battaglia contro la guerra mentre c’è altrimenti non rimangono le cose inalterate.
Dietro questa grande novitè, da un punto di vista proprio degli assetti politici, ci sono due elementi di antagonismo in formazione, in parte forse trascurati, uno sicuramente. C’è una nuova generazione che, per cultura o per sedimentazione propria, non crede a quello che la generazione precedente profila come via d’uscita. Cioè crede che la sicurezza possa condursi solo dentro un mondo unificato. Non è cosa da poco se lo pensano i giovani ma sembra cosè la questione.
Io sono andato a fare assemblee nelle universitè. La pensano cosè in Germania e in Francia. Non hanno voce sufficiente. Ce l’hanno quando “manifestano”. Come questa sera, non è una riunione normale.
Inoltre i lavoratori sono in campo perchè vogliono decidere della quotidianitè della loro vita cosè come i giovani vogliono decidere della quotidianitè della loro esistenza. E addirittura i metalmeccanici scioperano e manifestano a Roma non per una “pizza” ma per decidere il loro contratto.
C’è un problema di democrazia che, mentre a livello politico è ridotto in tutto il mondo, esplode in due ceti, in due grandi aggregati sociali vogliono parlare; difatti manifestano e vanno in piazza a Perugia, a Genova, a Roma.
Allora la guerra (e la CGIL fortunatamente arriva a fatica dopo una dura battaglia a questo approdo) è la sospensione di quei diritti che ormai si possono rivendicare solo a livello globale e non piè a livello nazionale.
E poichè nella guerra c’è una sospensione dei diritti anche del lavoro, i lavoratori si accorgono anche se non riescono a manifestarlo abbastanza bene, che i primi a “smenarci” sono loro. E qui c’è una questione forte: mentre viene avanti un’azione cosè violenta sul piano dei rapporti di forza, in Italia questo governo cancella il diritto giuridico non solo, come diceva giustamente prima Negri, per tutti i cittadini, ma cancella volutamente quello dei lavoratori. Maroni con il suo “libro bianco” vuole portare via i diritti ai lavoratori (lo Statuto, ecc.) Questo vuol dire che la democratizzazione delle istituzioni, che a livello generale questo movimento chiede, i lavoratori capiscono che va perseguito attraverso, ancora una volta, le lotte sul lavoro. Cosa spiacevole, cosa vecchia, ma cosa modernissima.
Io provo a fare una riflessione al riguardo. Prima noi eravamo, anche nel sindacato, di fronte al fatto che reggevano dei patti a livello nazionale dentro cui si scambiava per certi versi il lavoro salariato e le regole di welfare, diè e addirittura gli scambi commerciali che il WTO cercava di regolare, e adesso siamo a un passo completamente avanti. La produzione mette in linea, in catena successiva, contemporaneamente lavoratori che non stanno mai in un’unica nazione, che stanno sparsi per il mondo e che comunicano tra di loro e si chiedono: “ma perchè io in Kenya e tu in Italia, ma perchè io in Brasile e tu in Ruanda, perchè lo sciopero, perchè i diritti, perchè la malattia?” E, badate, il sud del mondo non ha istituzioni che lo regolano e non ha storia dei diritti. E quando esplode il terrorismo lè, noi dobbiamo capire che bisogna battere il terrorismo per dare forza ai movimenti democratici che lè possono crescere perchè la globalizzazione potrebbe dar luogo a questa crescita. Certo che se la globalizzazione è vista semplicemente come l’adattamento ai leader, ai capi, all’economia, questa cosa si perde e noi saremo davvero definitivamente sconfitti.
Io credo che i diritti universali siano la novitè che attraverso la produzione è messa in relazione con questo movimento. E’ difficile da analizzare. Bisogna ricondurci all’organizzazione del lavoro; sono aspetti molto piè complicati che non parlare soltanto della povertè che è decisiva, ma significa ripercorrere anche la nostra giornata, i conflitti di lavoro, i conflitti nel territorio, nelle cittè. Rifare, per certi versi, quella chiusura del cerchio tra consumo e produzione che nel fordismo s’era creata e nella globalizzazione invece si è infranta senza possibilitè di ritorno.
Io sono molto convinto che dal commercio equo e solidale ..per questo questa novitè, ad esempio, dei cristiani che non sono “riducibili” alla loro collocazione a priori in politica perchè di nuovo il rapporto tra persona e societè in questo sistema è messo in relazione. Allora è vero che c’è una “globalizzazione da impero”. E’ vero che noi rischiamo di essere sconfitti, perè se noi ripartiamo dal terreno del conflitto quotidiano, per questo il sindacato è di nuovo importante, noi facciamo una strada tortuosa ma leghiamo piè saldamente i nostri rapporti. Ad esempio la FIOM ci ha provato: i giovani li mette insieme come no-global e come lavoratori e parla anche del loro disagio.
E allora manca a mio giudizio verso Porto Alegre questo idea che una parte del mondo sia separata dal fondamentalismo. Cioè l’islam, ad esempio, è un problema enorme per andare a Porto Alegre anche con loro. Non credo si possa saltare ..ma nell’immediato, adesso, ..
Noi abbiamo rapporto con gli immigrati, ad esempio, dell’Africa . La loro esperienza sul lavoro li porta a battere concretamente il fondamentalismo ma non a essere antiamericani o filoamericani, ma a essere profondamente anticapitalisti Questa è una lezione importante, cioè l’islam, questa parte, la dovremmo costruire per andare a Porto Alegre e avere idea anche che c’è lo spazio europeo, di cui parlavate prima, molto a disposizione. C’è stata una manifestazione a Nizza che ci avevano fatto, se vi ricordate, percorrere deserta, non c’era nessuno, ci hanno fato girare per conto nostroè
Ci sarè il 13 dicembre una manifestazione a Laechen(?). Forse bisogna portare questa grande risorsa che abbiamo qui, dentro quei meccanismi e pensare che la rottura del meccanismo di globalizzazione che è in atto è possibile nonostante la guerra e contro la guerra.
C’è una bellissima poesia di Walter Braun(?) che mi hanno passato in rete e dice: “io mi sono reso conto che i bevitori di tè di Marrakech non sono ancora convertiti agli idoli globali”
Io credo che nemmeno noi lo siamo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: