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Forum Sociale Mondiale, Generale

CRONACHE DAL SOCIAL FORUM DI BAMAKO – 2

CRONACHE DAL SOCIAL FORUM DI BAMAKO – 2
Mario Agostinelli Gennaio 2006

Il Forum di Bamako si è svolto dal 19 al 23 Gennaio ed ha registrato, dicono gli organizzatori, oltre venticinquemila iscritti: Si tratterebbe di un numero enorme per un paese africano: la nostra impressione è che lo sforzo organizzativo dei maliani voglia ingenuamente essere premiato con numeri perfino eccessivi. La ricchezza di associazioni soprattutto dellèAfrica Centrale, lèincredibile protagonismo delle donne, il coinvolgimento popolare di contadini e la formidabile testimonianza dei migranti in cammino e in fuga verso Ceuta e Melilla e verso lèavventura spesso fatale degli scafi tunisini e libici, bastano a segnare il successo e la svolta impressa da questo avvenimento. Potremmo valutare a quindicimila reali i partecipanti nei seicento seminari sotto le tende allestite allèultimo minuto con le tecniche Tuareg, Bozo o Songhi in sette aree della cittè, tra i quartieri piè popolari. Tredici sono state le plenarie tenute nella grande sala del Palazzo dei Convegni, di architettura e arredamento sovietici:. Entusiasmante la sezione dei giovani allo stadio Modico Keita, che si è relazionata con gli anziani dei villaggi e con i saggi, cosè apprezzati dalla societè africana, che rimanevano a discutere con i ragazzi di disoccupazione, immigrazione e istruzione. Dappertutto traduzioni in francese, inglese e bambara, con lèemozione, al mio seminario sulle fonti rinnovabili e sul diritto allèaccesso allèenergia, di sentirsi rivolgere in una lingua incomprensibile domande puntuali da interlocutori che, a loro volta, venivano reinterpretati dal loro dialetto locale. Una marcia iniziale per le vie della capitale e manifestazioni musicali, culturali e artistiche ovunque, con il folclore piè antico e il reggae e il blues nativi piè moderni, intensi e apprezzati in tutto il mondo. Ma forse la parte piè significativa, il sale di questa cinque giorni maliana, si è svolta nei piccoli spazi affollati degli incontri minori autogestiti, dove i delegati di paesi africani, europei e americani si potevano incontrare su temi specifici.
Eè qui che, ad esempio, abbiamo appreso delle conseguenze sulle popolazioni locali della commercializzazione dellèacqua, come nel caso del villaggio di Tibiri sul Niger, presentato con un documentario struggente da Manane Sani, una splendida donna dal portamento regale. Lèacqua di Tibiri è stata privatizzata da una societè francese che ha immesso nellèacquedotto una quantitè di fluoro eccessiva, provocando malformazioni allo scheletro e deformazioni dellèapparato dentario negli adulti e la morte di molti bambini indifesi. Oggi lèazienda si rifiuta di risarcire le vittime secondo un copione diffuso (si pensi a Bophal) e lo stato del Niger non ha nè lèautoritè politica nè la forza economica per imporre una riparazione. Nel Niger solo il 42% della popolazione ha accesso allèacqua potabile e solo il 6% dispone di un rubinetto privato e chi si abbevera al fiume o alle riserve pluviali si espone a gravi malattie. Ma lèinnovazione dellèacquedotto privato a Tibiri si è rivelato un affare per gli occidentali ed una tragedia per gli indigeni:
NellèAfrica subsahariana sono le donne con il loro cammino incessante con pesanti secchi sul capo a costituire gli èacquedottiè umani che alimentano la sopravvivenza. Si calcola che nel Mali ogni donna fuori dalla cittè trasporti lèacqua mediamente per 17 chilometri al giorno. Da qui si capisce bene lèimportanza del documento conclusivo del Forum che si dè come obiettivo comune di mobilitazione lèaccesso gratuito allèacqua nella misura di 40 litri al giorno per persona e si apprezza lèinsistenza condivisa affinchè questo bene comune non venga privatizzato e messo in commercio.
A dispetto del blackout dei media internazionali, a Bamako è stato facile cogliere un’occasione imperdibile di mostrare il volto nuovo di quelle donne e quegli uomini africani che, giorno dopo giorno, resistono e lottano contro politiche governative che attentano alla loro sovranitè e li vogliono ancora una volta schiavi. Schiavi del debito, delle Borse di Londra o New York, delle fabbriche con zero regole,di una retorica senza fine sulle libertè essenziali.
Per Aminata Traorè, ex ministra della Cultura del Mali e oggi membro del comitato organizzatore del Forum, l’obiettivo è quello di èrileggere e ridisegnare l’Africa per sottrarla al discorso pietistico, bugiardo e demotivante di chi detiene l’egemonia delle idee, come della finanza e dei politici africani, che ne sono l’ecoè..
L’Africa è la parte piè vulnerabile del pianeta e giè oggi offre l’immagine di ciè che potrebbe essere il mondo dominato da un affarismo senza regole, dal saccheggio delle risorse naturali e dalla distruzione del legame sociale che sono generati dalle politiche economiche imposte dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale negli ultimi venticinque anni.
Qui noi europei abbiamo toccato con mano la distanza dei nostri privilegi e dei nostri consumi dalla possibilitè di una vita dignitosa per gli abitanti di tutta la terra. Ci è sembrato possibile superare lèatteggiamento paternalista o politicista con cui le ideologie occidentali si sono misurate con una storia ed una cultura che chiedono solo di essere riconosciute e poste su un piano di paritè per riprendere a camminare. Siamo cioè diventati piè consapevoli del policentrismo del pianeta e, come il Pasolini della èTerra vista dalla Lunaè, abbiamo scoperto le radici e le contraddizioni del continente nero come parte di noi, di una ricchezza indispensabile che una crescita affannosa e irrispettosa della natura ci ha fatto dimenticare.

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