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Entropia del sistema d’impresa

Entropia del sistema d’impresa

Queste note, pubblicate sulla rivista Capitalismo Natura Socialismo nel Luglio 1991 risultano complementari alla riflessione contenuta nel saggio precedente. Esse aiutano ad illustrare come la descrizione scientifica del comportamento naturale di oggetti ed esseri viventi possa essere trasferita per analogia al sistema economico produttivo.

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Premessa

Un padre della fisica moderna, Erwin Schrodinger, avvertiva che gli esseri viventi sono in grado di muoversi in direzione opposta a quella del processo entropico, perché assorbono dall’ambiente circostante energia libera. Bertrand Russel ricorda che ogni essere vivente è una specie di imperialista, che cerca di trasformare la maggior parte possibile del suo ambiente in se stesso e nel suo seme. E che la politica corrisponde al tentativo di riequilibrare questo impulso egoistico sulla base di criteri redistributivi e di solidarietà sociale verso i propri simili o i posteri, più o meno ampi a seconda dei valori di riferimento adottati.

Circondato com’è da una miriade di oggetti naturali o artificiali che metabolizza rinnovandoli continuamente, l’uomo della civiltà dei consumi costituisce un sistema altamente complesso denso di informazio­ne e altamente organizzato, che vive, per usare un concetto termodinami­co, ad un livello entropico estremamente basso. Questo livello può essere mantenuto tale solo grazie ad un aumento del disordine dell’ambiente e ad un intenso apporto di energia pregiata dall’esterno, che viene ricavata per lo più da fonti non rinnovabili e il cui degrado accelerato comporta forse l’attentato più grave al futuro di questa civiltà.

Sulla base di queste riflessioni si è sviluppato un approfondimento attorno alla «sostenibilità» e quindi ai mutamenti da apportare al modello di sviluppo delle società industriali avanzate.

Non mi sembra tuttavia che l’attenzione sia sufficientemente focalizzata sul motore dello sviluppo del capitalismo industriale: il sistema d’impresa, definito nei suoi confini e nelle sue attività dal controllo diretto e proprietario delle forze produttive, e dal suo organizzarsi ormai a livello globale.

Non è indifferente che l’impresa innovata venga sottratta ad una critica di merito, spesso radicale, che invece si applica coerentemente agli effetti di un sistema di crescita e consumo in cui essa occupa una posizione centrale.

Ciò che si consuma deve essere prima prodotto. Sembra una ovvietà. Eppure liberando i luoghi ed i modi di produzione da un’analisi diretta degli effetti sociali e ambientali che lì si generano, si trasferiscono conflitti, lotte e loro eventuali composizioni sempre a valle, con l’effetto di indicare solo interventi correttivi e mai alternativi, di separare lavoro e natura, di finire con l’auspicare un diverso sviluppo solo in termini astratti. Come se si trattasse di un imperativo morale che, quando non si misura a fondo con i modi di produzione, assume un’impronta antindustrialista o pauperista.

In fondo sta anche qui, nella zona franca concessa al ruolo dell’impresa capitalista rispetto alle scelte di crescita sconsiderata e ineguale, lo spazio per il trasferimento delle funzioni regolatrici della sfera della volontà politica a quella «automatica» del mercato o l’enfasi attribuita alle soluzioni tecnologiche dei problemi ambientali, che trova qualche ascolto ormai anche tra gli ecologisti. O ancora la debolezza con cui, anche a sinistra, si contrasta la mistificazione di identificare l’interesse dei lavoratori con l’efficienza dell’impresa.

 

1. La «neutralità» dell’impresa

Nella cultura occidentale c’è una radice profonda a cui si può legare l’approvazione dello sviluppo straordinario e incontrastato dell’impresa moderna, inteso come punto di coordinamento di un insieme di risorse e di organizzazioni produttive che esistono ed operano anche al suo esterno e che vengono coinvolte ed utilizzate ai fini della produzione senza che si attui alcun controllo sociale.

Questa radice risale ad una concezione meccanicistica, che intende il progresso come un processo mediante il quale gli interessi materiali vengono soddisfatti e il mondo naturale «meno ordinato» viene imbrigliato dall’uomo per creare un ambiente artificiale più ordinato. Quanto maggiore è la ricchezza materiale accumulata, tanto più ordinato dovrebbe diventare il mondo. La scienza e la tecnologia rappresenterebbe­ro gli strumenti per portare a termine questo compito. Tutti questi progetti e questi ingredienti sembrerebbero realizzarsi e convivere con l’impresa moderna. Essa apparirebbe così un elemento ordinatore e progressivo: tanto efficace da porsi al di sopra del conflitto sociale ed ambientale che finirebbero col comporsi sul piano della cogestione.

La ricchezza e la razionalità prodotte andrebbero così semplicemente ridistribuite e governate, naturalmente a valle . Destra o sinistra potrebbero avere al più diverse idee su redistribuzione e sistemi di governo, ma il cuore dell’economia industriale, l’impresa capitalistica, risulterebbe intatto, preservato dal conflitto.

Ecco così operata una formidabile scissione tra modo di produzione, assetto proprietario, finalità della produzione.

Sennonché è proprio il meccanicismo che sta tuttora alla base della concezione dominante dello sviluppo che è entrato in crisi, sulla base della critica dei limiti avanzata da più parti. Il concetto di entropia sembra interpretare al meglio questa svolta.

Una critica siffatta non si è però quasi mai spinta fino all’organizzazione materiale della produzione, limitandosi agli obiettivi generali o, al più, alle riflessioni su alcuni settori particolarmente esposti (la chimica, l’agricoltu­ra, la produzione di energia).

Ma come reggerebbe ad un confronto «senza sconti» il sistema d’impresa, in quanto si struttura e si afferma a livello globale regolando la propria crescita su modelli matematici di calcolo economico che rappresentano i valori sociali e ambientali secondo il criterio capitalistico?

Se si assumesse un sistema di calcolo economico a valori marginali crescenti delle risorse non rinnovabili si potrebbe ancora adottare il criterio fondato sulla dimensione di scala, per cui quanto più si produce e si consuma, tanto più si contiene il valore economico dell’oggetto prodotto?

Reggerebbe cioè questo sistema ad una analisi che per quanto riguarda l’utilizzo di risorse – lavoro, materie prime, energia – ricorra ai concetti di entropia, bilancio energetico, sviluppo sostenibile, intrinseci alla tutela dell’ambiente sociale e naturale?

Nei paragrafi che seguono si intende delineare in prima approssimazio­ne uno schema di ragionamento.

 

2. L‘aumento di entropia e la dissipazione di energia dovuto al sistema di impresa

Scrive Ronchey 1 che «il fattore che distingue il capitalismo è l’organizzazione del lavoro finalizzato alla massima redditività economica, che implica la tendenza costante ad innovare strumenti e processi di produzione». E Schumpeter 2 ammonisce che l’impulso che aziona e tiene in moto la macchina capitalistica può essere esaminato se ci si preoccupa non di come essa amministri le strutture esistenti, ma di come essa le crei e le distrugga. L’impresa innovata, con le sue caratteristiche di sviluppo tecnologico e di dilatazione del grado di globalizzazione dei mercati, esalta le caratteristiche di velocità e di creazione di ordine-disordine contenute nelle descrizioni di Ronchey e Schumpeter caratteristiche proprie di processi ad alta entropia complessiva, cioè a forte dissipazione e ad alto assorbimento di energia.

Ma la legge dell’entropia attribuisce una direzione irreversibile ai processi che si compiono sul Pianeta. Pertanto la tendenza inesorabile è al disordine, al passaggio a minore informazione complessiva quando si crea ordine locale, al consumo di energia pregiata, alla produzione di scorie.

Nel nostro caso basta esaminare le tendenze in corso: contrazione spazio-temporale delle azioni e delle reazioni degli operatori economici; necessità di impiego di trasporti collegata a nuove forme di decentramento e di integrazione produttiva basate sul calcolo dei costi aziendali; allargamento del confronto competitivo; diminuzione del ciclo di vita delle innovazioni; ampliamento a dismisura della gamma dei prodotti e dei servizi; accrescimento della velocità di produzione nei sistemi «just in time»; ricorso a consumi rapidi di fonti energetiche concentrate; produzione, trasporto, trasformazione di rifiuti di difficile smaltimento.

L’ordine interno necessario ad un sistema di impresa così congegnato, che deve essere efficiente e continuamente regolato (la sua bassa entropia), è costruito evidentemente a spese di un grande consumo di energia non rinnovabile e dall’aumento rapidissimo di disordine a livello planetario.

Non a caso il piano Bush di politica energetica (N.E.S.), varato dopo la conclusione della Guerra del Golfo, dichiara che per mantenere agli Stati Uniti anche nel 2000 il ruolo di prima potenza mondiale occorre: a) il mantenimento della centralità dell’impresa e della libertà del mercato; b) la perpetrazione e l’incremento di un sistema di produzione di energia basato sul carbone e sul nucleare; c) un ricorso spinto all’uso di nuove tecnologie per l’eliminazione delle scorie e per il risanamento ambientale.

L’opposto quindi della strategia per uno sviluppo sostenibile, sollecitata dalla Commissione ONU 3, uno sviluppo in grado di assicurare all’attuale generazione il soddisfacimento dei propri bisogni e di lasciare alle generazioni future di tutto il pianeta condizioni e risorse per soddisfare i loro bisogni fondamentali.

C’è quindi una consapevole inconciliabilità tra i processi di estensione dell’attuale organizzazione della produzione, basata sul sistema dell’impre­sa

  capitalistica, e il futuro delle risorse naturali e ambientali.

Ma c’è un’altra palese inconciliabilità, connessa alla precedente, ed anch’essa riconducibile alle caratteristiche entropiche del sistema: quella che riguarda il disordine e lo spreco introdotto a livello sociale..

Finché si esaminano solo capitale e lavoro come fattori di produzione, le considerazioni si limitano ai rapporti interni alle società umane, prescindendo dal rapporto con la natura ed assimilando le sue leggi a quelle dell’ordine sociale.

Se si incontrano limiti nelle risorse naturali, questo schema confida nel fatto che prima o poi scienza e tecnologia li rimuoveranno espandendo le potenzialità e correggendo gli effetti indesiderati.

Se invece consideriamo le risorse prelevate dall’ambiente come fattore di produzione collocato in un rapporto complesso con il fattore lavoro, è possibile spingere l’analisi verso approdi più complessi, ma più esaurienti.

È infatti chiaro come le risorse prelevate dall’ambiente sostituiscano le risorse umane e facciano sì che il lavoro venga elevato a potenza trasformando una quantità di materia assai maggiore e più velocemente di quanto concesso alla mano dell’uomo.

Ma questo processo non ha carattere di reversibilità. Quanto prelevato dalla natura – materie prime, energia – viene restituito all’ambiente inutilizzabile, «sprecato» se il suo rendimento è stato inadeguato.

E in un processo produttivo che chiama in causa il lavoro il «rendimento» richiede una attenta valutazione sociale e chiama in causa punti di vista in conflitto.

L’inglobamento dei valori naturali e ambientali nel processo produttivo ed il loro conseguente consumo rimette in gioco la questione della proprietà, quella delle finalità della produzione e del diritto alla fruibilità dei beni compromessi. Inoltre non si può più eludere la questione della loro appartenenza anche alle generazioni future.

L’aumento della produttività del lavoro a scapito della produttività della natura è un tipico conflitto generale, modernissimo, che non riguarda un certo luogo di lavoro o una certa economia, ma il modo di produzione connaturato all’impresa capitalistica.

Ad essa infatti viene demandato il compito di produrre beni e ricchezze secondo parametri propri (il profitto). A1 mercato ed ai suoi meccanismi (la concorrenza) viene a sua volta affidato il compito di selezionare le risposte più valide secondo un punto di vista economico (l’accumulazione) ignorando, o comunque sottovalutando, sia le esigenze di natura sociale (l’occupazione, i diritti, la qualità del lavoro e della vita) che quelli naturali (i limiti delle risorse, l’inquinamento, il clima).

Quando i vincoli sono le logiche d’impresa ed il mercato, si instaura un meccanismo la cui “velocità” e “sproporzione di carico termodinamico” (aumento di entropia) sono evidenti e palesemente “non sostenibili” – e comportano una insufficiente valorizzazione e conservazione sia della risorsa natura che della risorsa lavoro.

Pertanto quella cultura così diffusa e ben rappresentata da Mandelli quando afferma che il sistema d’impresa potrebbe spiegare tutto il suo potenziale politico “anche nelle più complesse strategie di tutela ambientale” (4) prescinde dalle considerazioni qui svolte ed appare fortemente ideologica, oltre che poco realistica.

 

3. Al di là della questione redistributiva

Una analisi dei modi di produzione che connette lavoro e natura, mette in luce la necessità di interventi ambiziosi di ridisengo, o meglio di riconversione dell’attività produttiva. Essi superano le questioni che riguardano la sola sfera redistributiva entro cui sembrerebbe confinata orma l’attività prevalente della sinistra e del sindacato in Italia.

Con una forzatura, che tuttavia introduce ad uno schema innovativo, si potrebbe affermare che la valutazione dell’attività economica nell’impostazione del capitalismo industriale non si debba più ricondurre solo ai parametri tradizionali su cui si è incentrata la contrattazione del movimento operaio in Europa e che riguardano il reddito e l’organizzazione del lavoro. bisogna prendere in considerazione almeno anche il costo di un bene naturale come l’energia non rinnovabile e l’aumento dei costi di tutti i beni nella linea di flusso energetico, compresi quelli legati all’eliminazione degli scarti e ai “disordini” da riparare o risarcire, mai fin qui attribuiti ai proprietari dei mezzi di produzione.

Bisogna cominciare ad affrontare dentro questo schema il peso per la collettività della politica delle tariffe, della struttura della contribuzione, delle spese di Cassa integrazione o di sostegno al reddito. Ed inoltre il significato di aspetti strutturali come la crescente terziarizzazione o l’incorporazione di tecnologia e scienza nelle merci in funzione solo di un loro consumo individuale. E prendere le distanze dal bisogno spasmodico di misurare la civiltà di un paese solo sulla base degli indici di produttività e competitività del suo sistema industriale.

Siamo ormai all’evidenza di uno sviluppo della società che, per far crescere un sistema produttivo in modo efficiente, assorbe un eccesso di energia naturale e sociale: aumenta il disordine e peggiora la qualità della vita, riduce la disponibilità di risorse per lo stato sociale, non tollera una politica di tutti i redditi, degrada l’ambiente, elimina la centralità del lavoro.

Occorre riflettere su come alcuni beni generali vengano ormai privatizzati o sottoutilizzati, altri degradati, altri ancora pregiudicati. Non siamo quindi di fronte ad un possibile risarcimento ottenibile nella sfera redistributiva, anche perché le questioni in gioco riguardano addirittura generazioni successive alla nostra.

Qui si pone un problema di democrazia politica prima ancora che di democrazia economica, che riguarda la sfera delle scelte e dei diritti e non solo la sfera della produzione.

Questo è il contesto a cui sinistra e sindacato dovrebbero riportare le loro proposte perché acquistino in autonomia e in nettezza alternativa. Su questo percorso in Europa ha cominciato a muoversi con nettezza la SPD.

“Riconoscere e tutelare il contesto dei cicli naturali, spaziare dall’idea del prodotto e della programmazione produttiva fino al consumo e al riciclaggio passando attraverso il processo produttivo, democratizzare l’economia, riorientare lo sviluppo tecnologico” sono affermazioni del suo programma fondamentale (5).

Potrebbero essere le prime enucleazioni di un programma di ricomposizione fra lavoro e natura, che l’organizzazione capitalistica della produzione tiene su versanti non comunicanti.

 

4. Prime conclusioni

Molta parte del dibattito sull’impresa viene assorbita dalla coppia nominale mercato-democrazia. La sinistra che si chiude in questo contesto salto un confronto con le modalità di organizzazione dei cicli produttivi e l’influenza di essi sulla società e sull’ambiente naturale.

Si dà così per scontato un adattamento della società all’assetto produttivo.

Il ribaltamento di questo punto di vista passa dalla sconfitta di un approccio che assume per immodificabili le regole della produzione.

Se si considera la quantità e qualità della produzione in relazione di bisogni della società intesa come complesso di relazioni e valori entro cui anche l’ambiente ha parte ineliminabile, si fa preminente l’obiettivo di una riconversione fondata su parametri che coniugano lavoro e natura senza contraddizione.

Salute, equità, piena occupazione, sviluppo territorialmente equilibrato, pace, trasferimento alle generazioni future del patrimonio naturale e delle risorse disponibili appaiono in stretta connessione.

Questi obbiettivi passano da una «creazione di potere sociale» 5 e da una critica serrata all’attuale organizzazione della produzione rispetto cui l’impresa rappresenta elemento centrale e di cui si è cercato di evidenziare l’aspetto dissipativo e non sostenibile.

Si sono create analogie derivate dalla termodinamica, spingendo la loro forza evocativa e d’analisi ai rapporti di produzione e all’esame non solo delle risorse naturali (energia, materie prime, ambiente), ma anche di quelle umane (lavoro, occupazione, democrazia).

Potrebbe essere utile un approfondimento che forzi ulteriormente il modello interpretativo, ad esempio stabilendo una più stretta analogia fra lavoro e fonti rinnovabili di energia o fra tecnologia e formazione o fra informazione e democrazia, fra reti connettive e decentramento territoria­le, o addirittura fra uniformazione dei modelli di sviluppo e centralizzazione della contrattazione e delle relazioni sindacali.

Al livello del presente articolo importa però provare e proporre un modello interpretativo entro cui lavoro e natura appaiono cooperanti e che contrasti quello corrente di crescita incontrollata.

Lavoro e natura collocati dalla stessa parte del conflitto che li oppone al capitale dentro un concretissimo modo di produzione, che sembra valorizzare al massimo i loro valori di scambio, ma distruggerne l’identità, la centralità, l’autonomia.

Non si è parlato di politica industriale, di intervento pubblico, di autogestione e umanizzazione del lavoro: questi sono tutti obbiettivi più facilmente impostabili una volta affrontato il nodo del ruolo dell’impresa capitalistica e della sua estraneità al controllo sociale.

La portata di questa riflessione mi sembra grandissima e può costituire il punto di attacco ad una cultura molto diffusa, nei fatti ostile alla centralità del lavoro e dell’ambiente.

 

1 Alberto Ronchey, I limiti del capitalismo, Rizzoli, 1991

2 Schumpeter, Capitalismo Socialismo Democrazia, Einaudi, 1976

3 Il futuro di tutti, Bompiani, 1988

4 Walter Mandelli, Impresa ed ambiente,  1989

5 Programma fondamentale della SPD, Datanews, 1990

 

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