REPOSITORY

Decrescita e sviluppo

Il senso del luogo: una nuova prospettiva?

Mario Agostinelli, Luglio 2006

Conversazione al Convegno di Rivoli della Rete sulla Decrescita

(Bozza non definitiva)

1. La formazione di un nuovo immaginario: resistenze e segnali

Penso che una generazione intera, la mia, quella che ha vissuto l’esperienza del ’68 e che ha espresso lotte generose, mentre scopriva nuovi orizzonti e si alimentava di aspettative, non ha saputo mettere a frutto una occasione storica irripetibile di correzione del modello di sviluppo. Anzi, ha sprecato un tempo forse irrecuperabile, al punto che i leader di governo degli ultimi trent’anni, che in Occidente provenivano quasi sempre da quel particolare contesto politico-culturale, hanno saputo continuare soltanto ad assecondare un modello di crescita distruttivo.

Condivido la convinzione di Riccardo Petrella che molta dell’efficacia nell’introdurre discontinuità e radicali cambiamenti dipenda dalla capacità di dar vita contemporaneamente ad un diverso immaginario, a cui ispirare le iniziative e le nuove lotte. Una “narrazione” del possibile futuro che, a mio giudizio, poteva cominciare a strutturarsi già dalla seconda metà del ‘900 e che invece si delinea e diventa a portata di mano solo ora. Fortunatamente non ci siamo ancora infilati irreversibilmente nel tunnel senza ritorno che ci conduce alla rovina, ma il tempo è quasi scaduto e molti ancora non si rendono conto della pericolosità e della distruttività della direzione di marcia intrapresa.

E’ salutare che anche nei nostri territori più provati emergano fatti sorprendenti e novità illuminanti che si caricano di valenze impreviste. NO TAV, ad esempio, come sintesi di valori e di cultura territoriale, è diventato un simbolo di formidabile compendio comunicativo. Di fatto, si è arrivati in questo caso già a un così alto punto di maturazione della svolta concettuale e di narrazione del nuovo, da rimettere in discussione concetti scontati per il senso comune ed indiscutibili per l’establishment come quello della crescita; o da riconsiderare la priorità dell’abitare di una intera comunità rispetto alle esigenze di velocità e di consumo di chi ritiene di dover vivere senza luogo e in ogni luogo, e di aver diritto perciò di attraversare e consumare impunemente territori per lui senza nome, al di sopra o al di sotto di essi. Territori e luoghi dove le popolazioni hanno riscoperto una loro identità, nonostante negli ultimi due secoli l’abitudine di trapassarli abbia contraddistinto uno sviluppo vorace e omologatore, che oggi divide e non è più concordemente desiderato.

Di conseguenza, è in atto uno scontro feroce tra gli attraversanti e gli attraversati e spesso tra i governanti e i governati. Lo dimostra anche il fatto che Luca Cordero di Montezemolo, un potente decisore dei nostri giorni, all’apertura dell’Assemblea di Confindustria del 2006, non si sia limitato a parlare di declino della manifattura o di innovazione dei cicli produttivi, come gli dovrebbe competere, ma si sia spinto ad assicurare ai padroni e padroncini italiani una sua personale attivazione presso il nuovo Governo per la realizzazione del tunnel in Val di Susa e per il mantenimento di tutte le deleghe ambientali che il Governo Berlusconi aveva approvato per superare le resistenze democratiche dei livelli locali alle grandi opere messe centralmente in cantiere.

Perché mai allora, nonostante constatazioni drammatiche sul presente e segnali nuovi per il futuro, il cambiamento è così lento e la resistenza permane così insistente?

Non bastano le vecchie categorie applicabili allo scontro tra capitale e lavoro a spiegare l’inerzia suicida delle classi dirigenti. Pur venendo dalla cultura delle lotte sindacali (il che dovrebbe eliminare il timore che io non sia “sufficientemente anticapitalista”), ho a volte la sensazione che per molti a sinistra tutto si possa risolvere senza ripensamenti entro lo schema del conflitto storico per la redistribuzione del reddito. Invece, bisogna convincersi che è successo qualcosa di più profondo che ci è sfuggito, se addirittura i più grandi protagonisti del cambiamento sulla scena sociale del ‘900 non hanno saputo cogliere il fatto che, mentre il lavoro li faceva più liberi, il prodotto del loro lavoro li rendeva man mano più prigionieri. In effetti per la classe operaia un prodotto emblematico come l’auto, come pure tutti i beni di consumo individuali portati all’eccesso in discontinuità con la tradizione mutualistica e in sostituzione della socialità e della vita di relazione, ha portato con sé questa terribile contraddizione: salari, benessere e diritti più estesi, ma anche distruzione di comunità, degrado del territorio, qualità della vita e autonomia dal capitale sempre più ridotti. Una contraddizione che senz’altro era presente al mondo del lavoro e alla cultura marxista e cristiano-solidale più avveduta; ma forse era impossibile imporre un diverso corso alla crescita industriale e, nello stesso tempo, lottare efficacemente per la redistribuzione di una ricchezza che allora sembrava illimitata e senza “danni collaterali”, buona o cattiva a seconda di chi ne fosse il destinatario finale.

Ora invece, a seguito degli eventi sconvolgenti che scandiscono il nostro tempo, siamo parte di una trasformazione così profonda della cultura, da mettere in discussione anche la bontà dell’immaginario che ci ha fin qui accompagnati e che ci impediva di prendere strade nuove, fatto di benessere a ruota dell’espansione dei consumi e della produzione e del dominio di risorse naturali inestinguibili. Oggi finalmente siamo in grado di capire che la sostituibilità vale tra lavoro e capitale, ma non con la natura e che il conflitto è a tre e che lavoro e natura stanno dalla stessa parte. Si tratta di una constatazione che porta ad un salto di prospettiva anche lo stesso conflitto sociale che ha attraversato gli ultimi due secoli del ’900. Sembrerebbe incredibile in base all’ottica di allora, ma oggi il mondo e la società implodono più per la loro ricchezza che per la loro povertà e la prosperità, la tecnica, la potenza del genere umano rendono paradossalmente insicuri. Mi colpisce come i film di successo maggiore oggi – e questo fatto ha sempre un valore più che indicativo – riguardino non più un passato da celebrare, ma un futuro da rendere meno ostile: un futuro problematico, oscuro, spesso drammatico, con cui riconciliarsi non si sa come. Non più film mitologici o elogiativi del passato più recente: Ben Hur, La grande guerra, Alexander Nevskji, Aurora, C’era una volta il West. I nuovi cult, che si scolpiscono nell’immaginazione delle nuove generazioni, come Blad Runner o Matrix o Odissea 2001, finiscono nell’oscurità di uno spazio imprecisato, in una notte piena di rovine e di richiami medioevali, mentre i titoli di coda non scorrono su paesaggi radiosi, ma si imprimono su simboli inquietanti. Sarà perché il mondo nuovo è già adesso, ma Al Gore, lo sfidante di Bush, si è giocato la sua immagine di politico lungimirante non con una ricostruzione-testimonianza di una vittoria rubata, ma con un film sulla possibile morte della Terra, convinto che nell’immaginario della generazione che verrà questo aspetto sarà fondamentale per occuparsi di politica e per riscoprire valori, oltre che per ridimensionare i fatti della storia più recente.

Ogni immaginario alla fine volge comunque al positivo e noi ne stiamo costruendo le basi, pur partendo per ora dalla paura e dalle inquietudini. Cercherò di dimostrare come il “luogo” sia tra le chiavi di volta di questo passaggio, anche nell’immaginario, dalla negazione e dal rifiuto alla proposta e al progetto.

Ma, c’è da chiedersi: come potrebbe cambiare l’immaginario, se si opera quotidianamente dentro una società ricca che si sta isolando dal resto del mondo, che deve aumentare l’attività di produzione, che non paga pegno e difende i suoi privilegi fino alla guerra permanente? Se si studia dentro istituzioni culturali completamente funzionali a quello schema, mentre l’opinione pubblica è sempre più influenzata da giornalisti che vengono gratificati solo se assecondano acriticamente i poteri dominanti, le loro scelte discutibili, i loro orizzonti a breve?

Agire localmente pensando globalmente sembrerebbe davvero il segreto per il necessario cambio di passo.

2. Il luogo e l’abbandono del concetto di crescita

A me è stata affidata – non ho scelto io un titolo così difficile – una riflessione sul “luogo”. Comunque sia, provo a argomentare quanto una indagine sul concetto di luogo possa indicare risposte alla crisi attuale.

Partiamo dal fatto che tutta la cultura sviluppista prescinde dal voler acquisire un senso approfondito di luogo, anzi, spesso ne nega l’esistenza. In effetti la mia stessa formazione è fortemente intrisa di questa negazione tuttora diffusissima: ricercatore chimico-fisico, poi segretario di un sindacato industriale e della CGIL, sono corso spesso in difesa di un’idea dello sviluppo continuo e alimentato per settori; un’idea legata alle filiere, a grandi piani impostati sull’offerta, pochissimo attenta alla qualità della domanda e alla tipologia e durata dei prodotti.

D’altra parte, nella società industrialista come in quella della finanziarizzazione, si diventa ingegnere o analista finanziario per organizzare e realizzare tecnicamente e “in vitro” un disegno di crescita, tenendolo ben separato dalla riflessione sui suoi effetti sociali, umani, ambientali che si scontano altresì in luoghi concreti. E si diventa economista allo stesso modo, senza slanci e proiezioni interdisciplinari. Proprio perciò l’economista è inseparabile dalla crescita globale e, per definizione, disattento all’ambiente, alla povertà, alla scarsità. E non è un caso che il danno maggiore in questo momento sul piano politico-culturale sia provocato proprio dagli economisti e dalla loro cultura continuista, impenetrabile alle grandi novità.

Io stesso riconosco che nella mia formazione scolastica ed universitaria non c’è mai stato spazio per il territorio. La produzione, la scienza o le tecniche impiegate non richiedono di essere adattate o rese specifiche di un certo territorio, se non per calcoli di contabilità a posteriori e non risulta decisivo per la loro pianificazione dove possano trovare spazio effettivo per realizzarsi. Si definiscono a tavolino e poi si mettono in opera e basta. Gli stessi prodotti consumati sul mercato mondiale stanno ad indicare una matrice unica, processi standardizzati e facilmente replicabili ovunque. Chi aggiungerebbe ad un prodotto di massa qualcosa di meno vago di Made in Italy, o in China o in USA, a meno che non ne debba elogiare la qualità con una caratterizzazione territoriale, come nel caso di prodotti DOC o biologici? O, per quanto riguarda lo sviluppo scientifico, c’è qualcuno che si domanda dove e perché siano nati il concetto di logaritmo o di potenza o di elemento chimico e in quale secolo? Questa avversione al luogo, questa anonimia territoriale, questa autoespulsione dal tempo è propria di una cultura che domina la natura incessantemente senza preoccuparsi delle conseguenze e senza sensi di colpa.

Per quale ragione allora c’è bisogno di una astrazione totale per costruire l’impianto della crescita infinita e dell’immortalità della natura? Perchè il luogo non è mai uno spazio vuoto, astratto. Il luogo è laddove si realizza la presa d’atto di un essere vivente di stare in relazione responsabile con altri simili e dove si prende coscienza che esiste uno spazio in cui si vive, si abita. Quindi il luogo è qualcosa che nasce assieme alla presa di coscienza ed è inscindibile da essa: esiste in quanto c’è un osservatore, un segno registrabile di vita, una persona. (Quando ero piccolo, mi facevano ripetere le parole del catechismo, dove si diceva “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo”. Diciamo la verità: quello che ci spaventava era quel “in ogni luogo”: cioè dove stai tu, dove potresti nasconderti, dove ti si può trovare e comunque identificare e, semmai, com’era il caso del catechismo, perdonare o punire).

Il luogo quindi è in rapporto con la specificità del vivente. Nella storia della produzione, invece – e quindi nella storia della scienza e della tecnica occidentale – questo rapporto con il vivente non è mai stato oggetto di autentica riflessione, dato che tutta la scienza dopo il ‘600 si è sviluppata per la crescita e secondo modalità prevalentemente settoriali e poco o nulla interdisciplinari. Per questo l’ingegnere non si doveva occupare degli esseri viventi, perché se ne occupava a parte un altro professionista: un medico per curarli, uno studioso di agricoltura per nutrirli, un drammaturgo o un cantante per divertirli etc.

Io penso che il “luogo” così come lo stiamo analizzando, è fortemente connesso con il concetto di decrescita, che diventa così un concetto non univoco e precluso ad interpretazione unilaterale. La decrescita, in effetti, quando viene presentata solo come concetto in negativo perde la sua capacità evocativa di un cambiamento desiderabile: sembrerebbe poco duttile e negato ad un ragionamento complesso, come quello di rispondere alla salvezza e al futuro della specie. Non dobbiamo da ora in avanti ripetere l’errore di separare mondo vitale e mondo artificiale, come è avvenuto nella storia dell’Occidente da Cartesio in poi e di misurare solo una parte del tutto – quella edificata dall’uomo – senza renderla organicamente dipendente dall’altra. Di fatto, per decrescere con beneficio, ci sono delle parti dell’attività umana che devono crescere. Ad esempio, la consapevolezza di una responsabilità collettiva deve crescere. La democrazia e la partecipazione devono crescere. I beni comuni in genere devono crescere. E la misura di questa sinergia tra crescita immateriale e decrescita materiale si ha in particolare nel “luogo” o nel territorio intesi come spazio vitale e sociale scelto, abitato, progettato responsabilmente, autodeterminato.

3. L’unicità della vita e l’inadeguatezza del modello dell’orologio

Proviamo allora a ragionare in un modo più aderente alla gravità di quello che potrà accadere e ad assecondare il cambio di immaginario in corso.

Sembrerebbe un’ovvietà affermare che viviamo nel tempo e nello spazio. Ma c’è da intendersi quale tempo e quale spazio siano quelli che hanno consentito l’apparizione della vita sulla Terra e la rendano possibile tuttora. Innanzitutto, viviamo a distanza di oltre 13 miliardi dalla nascita dell’Universo. Quindi, dal punto di vista dei luoghi che abitiamo, l’unica possibilità di osservarli e conoscerli è che in essi si rendesse possibile la vita di un osservatore. Ciò non è potuto accadere fino a qualche milione di anni fa, nonostante l’Universo fosse già “anziano”. Per occuparci con successo della nostra sopravvivenza dobbiamo innanzitutto capire che per circa 13 miliardi di anni nessuno di noi era nemmeno immaginabile, semplicemente perché non c’era vita al mondo e non avrebbe potuto sopravvivere nelle condizioni energetiche e ambientali di allora: quindi lo spazio dell’Universo per tutto quel tempo non era né osservabile né abitabile, almeno per la specie umana. Non era un luogo. Ad esempio, le viscere in cui si stavano formando in epoca già recente il petrolio e il carbone o il gas naturale diventeranno solo molto più tardi un luogo che Bush e gli USA potranno invadere.

Gli scienziati hanno solo recentemente capito che se le costanti gravitazionali, le costanti di Planck o la massa dell’elettrone fossero state diverse da quel che sono ora, non sarebbe apparsa la vita e se l’universo non si fosse raffreddato ed espanso parecchio non si sarebbe potuta formare la biosfera. Siamo quindi il prodotto speciale di condizioni speciali irripetibili che non dureranno per sempre. Da quando ci sono luoghi tra loro diversi e per noi riconoscibili e in cui potersi identificare come individui e come esseri sociali, la specie umana gode di una finestra temporale relativamente molto stretta dentro cui relazionarsi, vivere, convivere con il resto della biosfera: una finestra che si protrarrà più a lungo se sapremo essere saggi e previdenti e non insopportabilmente distruttivi. Se compiamo errori di comportamento e distruggiamo, come stiamo facendo, il nostro ambiente, la finestra si chiude prima, anche se la Terra continuerà a girare inesorabilmente intorno al Sole, semplicemente non portandosi più appresso la nostra specie. Ma quando ragioniamo tenendo conto di essere immersi nei luoghi della biosfera, in una finestra di tempo che possiamo prolungare o accorciare a seconda del nostro comportamento, allora cambia anche l’immaginario, dato che tra noi viventi e la natura che ci ospita e la possibilità di descriverla e di pensarla c’è un legame inscindibile, che andrà recepito nel nostro modo di pensare.

Ma come si è creato un immaginario a sostegno della crescita illimitata?

Le grandi conquiste della tecnica sono figlie di una scienza che, dopo Galileo e Newton ha trattato il tempo e lo spazio, compresi quelli vitali, senza discontinuità, sia per tutti quei miliardi di anni prima che comparissero forme animate sia per la fase successiva in cui gli stessi osservatori sono diventati attori protagonisti, senza tenere conto che dalla presenza della vita in poi tutto cambiava, lo spazio si convertiva in “luoghi”, il tempo si scandiva con l’età di popoli e individui che non sarebbero durati indefinitamente. Mentre il moto dei pianeti, il percorso dei proiettili, la combustione rimangono sostanzialmente immutabili da quando esiste l’Universo, la vita, in quanto essenza stessa del mutamento, ha un suo corso particolare, sue leggi, sue relazioni con la natura circostante che portano alla morte differenziata degli individui e al disordine dell’ambiente.

La fisica classica non si è mai domandata: da quando è nato l’uomo cosa è successo di nuovo? Ha continuamente osservato relazioni ed eventi e compilato e verificato le leggi immutabili dell’Universo, non cercando spiegazione all’irrepetibilità, allla singolarità, all’unicità del vivente. Fino a raggiungere la stupefacente e spettacolare capacità di regolare come un orologio – e uso la metafora giusta – tutto quello che ci accadeva intorno, comprendendo e utilizzando tutte le forze concorrenti, misurando tutte le temperature e gli indici dei sistemi inanimati, creando ex-novo attraverso la tecnica il mondo artificiale che ci circonda. Tutte le leggi della meccanica, come il meccanismo dell’orologio, possono funzionare nel futuro come nel passato, rimanendo sempre uguali in qualsiasi tempo. Invece, tutto quanto riguarda la vita non sottosta alle straordinarie conquiste del mondo artificiale perennemente in espansione, “in crescita”, perché la tendenza inesorabile della materia organica è alla morte e la sua evoluzione è collegata al trascorrere irreversibile del tempo e alla creazione di ordine interno a discapito di disordine esterno. L’immaginario che ci portiamo dietro dai secoli dell’Illuminismo e della Rivoluzione Industriale è quello della conquista di un ambiente artificiale, prodotto e consumato, che dovrebbe avere risorse infinite ed essere disposto ad una crescita potenzialmente infinita.

Da quanto tempo invece ci accorgiamo che non è effettivamente così? Forse solo trenta o quarant’anni. La termodinamica nella seconda metà del ‘900 aveva perfino teorizzato l’impossibilità di una crescita illimitata e avvertito dell’inevitabile degrado naturale, ma gli economisti non ne hanno voluto sapere. Gli economisti ancora adesso fanno finta che siamo fuori del tempo e in uno spazio astratto e sovraterritoriale e che del tempo si possa tener conto solo quantitativamente nelle operazioni contabili, come ad esempio nel calcolo dell’interesse sul capitale. In effetti, solo la moneta va avanti e indietro senza deteriorarsi per definizione e, quindi, gli economisti hanno scelto di “monetizzare” il tempo che passa, non tenendo conto del fatto che la natura e la vita non escono intatte dalle trasformazioni che le coinvolgono al trascorrere del tempo e che, banalmente, nessuno potrebbe nel serbatoio del suo motorino mettere il gas uscito dal tubo di scappamento per riprendere la corsa.

4. Luogo, vita, coscienza di sé e dei propri comportamenti

Queste lunghe digressioni mi sono servite a dare ai concetti di spazio e tempo collegati allo svolgersi di atti vitali un carattere più attinente all’argomento da trattare. Con alle spalle queste considerazioni, il “luogo” conquista quel “senso” che il titolo della relazione chiedeva di illustrare. In termini più sintetici, potrei dire che il luogo è innanzitutto quello spazio riconoscibile e per noi identificabile dove si consumano i processi vitali, come ad esempio la riproduzione, l’alimentazione, l’eiezione e l’abbandono dei rifiuti, la conservazione della memoria, l’ordinamento delle relazioni tra individui, la formazione di cultura. Per vivere e adottare un comportamento scelto, noi consumiamo più o meno energia libera: quella rinnovabile che ci circonda nel luogo dove siamo in un preciso istante e quella che abbiamo imparato a trasformare con la tecnologia prelevandola in forma fossile da luoghi lontani. Ma un conto è utilizzare fonti rinnovabili che si integrano nel luogo dove siamo, mentre altra cosa è consumare in loco petrolio per bucare con 53 Km di galleria una montagna, come in Val Susa, sottraendo sicuramente una possibilità di produrre e consumare a popolazioni che vivono in altri luoghi o che verranno dopo di noi.

Sotto un altro profilo, più curioso ma non meno pertinente e sempre da un punto di vista energetico, la mia chiacchierata di oggi consentirebbe a me di sollevare di 1,4 metri un’autovettura, ma ho scelto di chiacchierare con voi e di ascoltare, cioè di conservare al nostro interno l’energia consumata.

Sempre sotto il profilo energetico, vivere e ordinare una società corrisponde a assumere energia in loco a spese del disordine che si crea nell’ambiente intorno. Qualsiasi società ha bisogno di molta energia per organizzarsi ed ogni civiltà si caratterizza per un maggior o minor consumo e, negli ultimi secoli, per un ricorso sempre più spinto a fonti fossili. (Ma non dimentichiamo, quando guardiamo al progresso privilegiando il suo volto quantitativo, che tutte le grandi civiltà che ammiriamo dall’antichità fino al ‘700 sono civiltà solari!)

Più in specifico, nell’organizzare la società e la propria esistenza, noi produciamo e consumiamo grandi quantità di beni prodotti all’esterno della nostra sfera biologica. Si buon ben dire che nel caso dell’uomo non esiste solo una evoluzione biologica, come nel caso di ogni altro animale sul pianeta. Ne esiste una “esosomatica”, corrispondente all’uso e all’incorporamento nella attività sociale di tutte quelle “protesi” artificiali che l’uomo ha prodotto (quasi sempre ricorrendo a fonti di energia fossili) per essere più veloce, per sollevare pesi più gravosi, per udire voci da sempre più lontano, per vedere istantaneamente all’altro capo del mondo (macchine, auto, radio, TV etc.). Questa evoluzione è esposta all’assuefazione dell’umanità alle comodità industriali come al conflitto sociale, alla conservazione come al bisogno di innovare, alla difesa del privilegio come al bisogno di giustizia. Ma mentre l’evoluzione endosomatica dipende dal sole, quella esosomatica dipende dal possesso di fonti immagazzinate nelle viscere del pianeta, che provocano inquinamento, che giungono degradate ai nostri nipoti, che sono all’origine delle guerre. Le “protesi” che prolungano i nostri sensi oltre i confini dei luoghi dove abitiamo sono all’origine di grandi contraddizioni, tensioni e scelte difficili.

Se fossimo solidali e previdenti dovremmo scegliere di vivere con uno stile di vita “compatibile”, secondo un bilancio energetico locale condivisibile dal resto della comunità, con una “impronta ecologica” ragionevole. Per esempio, compatibile col sistema democratico: se per garantirci di vivere secondo un certo standard di comodità si prospetta di fare la guerra e si uccidono altri esseri umani, si sceglie evidentemente un modo di vivere di per sé escludente la democrazia e insensatamente dispendioso di energia: infatti, bisogna mantenere un esercito, bisogna bombardare l’ Iraq o il Libano e organizzare un enorme apparato di propaganda per oscurare la verità.

La comprensione di questi fatti tra loro concatenati e il riferimento continuo alla definizione di questo nuovo immaginario sono all’origine della cultura dei movimenti di Porto Alegre e spiega perché pace e non violenza siano il cemento di questo pensiero nuovo.

Insomma, con un po’ di esagerazione ma con efficacia, potremmo dire che per “evadere” dal nostro territorio – cosa peraltro insita nella nostra indole – e per infrangere il contesto di tempo e di spazio caratteristici del luogo dove si è creata la nostra identità biologica e sociale, occorre ricorrere a quelle “protesi” artificiali cui ho accennato sopra e che generano conflitti e contraddizioni, oltre che produrre due effetti spesso trascurati: la creazione dell’inquinamento della biosfera; la sottrazione di fonti non rinnovabili alle future generazioni. Per passare da luogo a non luogo, come sta avvenendo nei processi di globalizzazione in corso, occorre prendersi delle responsabilità, fare, si direbbe, scelte politiche.

Questo insieme di passaggi appena descritto fornisce il contesto reale – biofisico – da cui può partire questa nostra riflessione sul “luogo” e a cui si associa il concetto di decrescita. Pensando alla vita e lasciando da parte il modello meccanico dell’orologio, avete mai visto degli esseri viventi indefinitamente grandi? Noi donne e uomini potremmo arrivare ad essere alti fino a due metri e venti, ma non diventeremo mai alti 6, 7, 9, 21, 54 metri. La vita ha come principio ordinatore quello di mantenersi in equilibrio con l’ambiente esterno, un equilibrio locale, circoscritto e di mantenere dimensioni compatibili con la capacità di rifornirsi di energia libera nel territorio. Abbiamo invece organizzato una società con dimensioni e caratteristiche esorbitanti, incapace di coesistenza al proprio interno e col proprio ambiente: troppo vasta, troppo indifferenziata, troppo densa di energia, troppo veloce.

Questa idea del luogo come presa di coscienza di sé e degli altri, come metro della compatibilità ambientale dei comportamenti e misura della capacità di partecipazione democratica e autoorganizzazione sociale, presuppone una concezione diversa della scienza e della tecnologia: molto più attente alla natura e assai più evocative di un sistema neurologico che non di uno di tipo meccanico. Il modello dell’orologio, insomma, che pure ha prodotto risultati straordinari nel darci strumenti di controllo della natura e di previsione degli eventi, adesso non serve più a interpretare il futuro e va sostituito anche nell’immaginario.

È già successo nella storia della fisica: si è andati ben oltre la meccanica razionale quando ci si è dovuti occupare dell’infinitamente piccolo o dell’infinitamente distante: la relatività, la quantistica, i principi di indeterminazione e di complementarietà hanno introdotto una nuova interpretazione e comprensione della realtà. Ora tocca anche alla politica e all’economia. Finora gli economisti invece si rifiutano di cogliere le insufficienze delle loro teorie e di cercare nuove vie. Sempre uguali a se stessi non rinunciano alla crescita, all’inevitabilità delle guerre e alla credenza che la tecnologia risolva problemi che il principio dell’entropia ha dimostrato assolutamente ineludibili. Ma qualcosa di diverso comincia a trasparire…

5. Capitalismo, profitto, soppressione e rinascita dei luoghi

L’acclarata subalternità della politica all’economia ha fatto il resto per imporre il pensiero unico e per dare oggettività al sistema capitalistico, dato che capitalismo e crescita si sono identificati l’uno nell’altra.

Ma, vorrei precisare, è tutta la catena capitalismo-liberismo-crescita che va analizzata per ricercare un modello di sviluppo diverso da quello che oggi si va inceppando fino alla sua autodistruzione. Forse qui sta la prospettiva di un nuovo socialismo e di un umanesimo rinnovato.

Prima della nascita del capitalismo l’individuo non veniva assimilato a un numero e gli abitanti di una regione ad una media aritmetica senza volto. Le statistiche su cui si basa l’economia capitalista provengono da una potente astrazione. Ma quali volti di persone e quali culture o diverse identità ci sono dietro le statistiche esibite da politici ed economisti? Quanti e quali sono i poveri? Come sono gli emigranti che si spostano nel mondo? In che lingua chiedono aiuto quelli che muoiono di sete? Li avete mai visti in faccia? Noi continuiamo a ragionare algebricamente con questi numeri come se fossero privi di qualità e di territorialità: vengono appiccicati a “non luoghi”. È un modo formidabile per sostenere la globalizzazione liberista e per giustificare decisioni non democratiche e, contemporaneamente, eliminare la vita, le vite, dando la sensazione che le soluzioni siano semplicemente di natura tecnica e perciò obbligate.

Invece, nella realtà gli spazi diventano luoghi: spazi della produzione e del consumo, del lavoro, della socialità, degli affetti, della morte. Se invece, anziché di numeri in spazi indifferenziati, ci si occupasse di persone che abitano luoghi, sono nate, possiedono cultura, valori, conoscenze e sistemi di vita diversi, le politiche economiche e sociali acquisterebbero qualità, ridiventando di destra o di sinistra.

Nei Forum mondiali a cui ho avuto la fortuna di partecipare, la nascita di leadership indigene nei luoghi più sperduti è ampiamente indicativo di una filosofia nuova. In Amazzonia, in India e Africa i dirigenti di movimento riconosciuti da intere comunità sono soprattutto donne. E i luoghi si fondono con loro e con le risorse caratterizzanti: acqua, sole, foreste comuni. Cochabamba è Morales e acqua pubblica, Narmada è Medha Paktar e un fiume amatissimo che viene imprigionato, Xapurì è Chico Mendes e la conservazione della foresta incendiata, come Mancia era Don Chisciotte e vento ed Assisi era stato San Francesco e il bosco della Verna. La rinascita di un protagonismo dei luoghi ha tutto il sapore dell’antico accanto al fascino delle sfide tecnologiche più moderne: politica, comportamenti, legami naturali e territoriali si intrecciano e si avvalgono della diversità delle culture autoctone per riconciliarsi con un orizzonte globale di sviluppo, scienza, tecnologia, diritti.

Luoghi anche di donne, finalmente, perché la riproduzione è uno dei beni comuni oggi più trascurati, in ragione anche del fatto che la fertilità è una vittima della crescita che si è affermata nel mondo “avanzato”. La comparsa e il protagonismo di genere sono salutari e riguardano il cuore dello scontro. Il capitalismo nella sua nuova frontiera tende risolutamente – e qui c’è un nodo decisivo della sfida della modernità – a privatizzare e commercializzare la vita in tutti i suoi aspetti. Oggi il capitale, oltre a volersi prendere anche l’anima del lavoro, ha bisogno di entrare nella sfera delle libertà, della privacy, della salute, del benessere. Non si ferma a rivendicare per sé la proprietà intellettuale, ma si spinge a brevettare il genoma umano e a requisire le sementi per espropriarne le comunità agricole e farne risorse private. Il profitto ha ormai gettato lo sguardo ben al di là della produzione dell’acciaio, dei giacimenti di uranio e di petrolio, delle materie inerti alla cui crescita e trasformazione poteva applicare rigorosamente le leggi dell’orologio. Ora si misura con qualcosa di irriducibile e di essenziale non solo per la sua sopravvivenza, ma per quella della stessa nostra specie.

Ci dovremmo preoccupare di più: non abbiamo ancora idea di che cos’è e cosa può diventare l’intera vita messa al servizio del commercio e del profitto. Ancora ci scherziamo alla vista del Grande Fratello che invade le reti delle TV di tutto il globo, ma abbiamo assoluta urgenza di andare oltre gli episodi più clamorosi e irritanti per far scattare un nuovo immaginario adeguato alla posta in gioco. Non possiamo saper ragionare con cognizione di causa solo delle temperature di un forno, della velocità di un aereo a reazione, della potenza di un reattore nucleare, ma non renderci conto, ad esempio, che la temperatura del corpo umano non sopporta variazioni superiori a 5-6 °C; che la velocità di una conversazione e i tempi di una decisione consapevole e democratica non possono essere accelerati oltre misura, perché riguardano tempi biologici incomprimibili con qualsiasi tecnica o qualsiasi software; che anche una sola particella radioattiva fuori controllo può modificare irreversibilmente il futuro genetico di un organismo.

Ebbene, l’immaginario di cui dobbiamo impossessarci per difendere la vita dalla distruzione cui può essere sottoposta mette le sue radici nel luogo.

6. Locale, democratico e solidale: le reti.

Alcune riflessioni ulteriori possono avvalorare la centralità della dimensione territoriale nella ricerca di una alternativa al modello della crescita. Ad esempio:

* A livello del luogo l’informazione passa prevalentemente e direttamente attraverso i nostri sensi, senza la mediazione di apparecchiature o “protesi” che la possono distorcere o manipolare. Quindi quel che accade in un luogo è, per quanto riguarda le percezioni, l’informazione e la comunicazione, totalmente verificabile dalla persona, che sottopone gli eventi alla verifica critica del proprio giudizio e li interpreta secondo gli schemi culturali della comunità di cui fa parte. In un luogo si danno le condizioni per un pieno dispiegamento della democrazia e per un rapporto diretto tra controllo, responsabilità, rappresentanza. La lezione della democrazia ateniese e del ruolo pubblico e politico del teatro greco aiuta a riscoprire la dimensione che anche Platone riteneva insuperabile per il governo di una società.
* Sul luogo la quantità di lavoro necessaria per organizzare un livello minimo di vita gradevole è inferiore a quello basato su una organizzazione di produzione e scambio a reti lunghe, sulla delocalizzazione e sul decentramento produttivo, sul metodo just in time. Questo significa che la minore richiesta di lavoro produttivo, poichè si producono e movimentano meno merci con conseguente risparmio di energia e materia, rende possibile più tempo libero per attività sia di organizzazione e relazione sia di cooperazione e dono, con spostamento dal lavoro di produzione a quello riproduttivo e rafforzamento del ruolo dei servizi e delle attività di manutenzione e conservazione. Meno lavoro, più ozio e socialità e piena occupazione.
* In un luogo si può più facilmente decidere della destinazione del proprio lavoro, passare con beneficio dalla mera opposizione al progetto. Su base locale una consapevole politica redistributiva può finalmente tenere insieme gli aspetti monetari e reddituali con la conservazione delle ricchezze naturali e la valorizzazione dei diritti sociali e dei beni comuni. Su base locale una riflessione sulla decrescita è praticabile e gradevole, perché si può efficacemente organizzare il territorio, lavorare di meno, avere più spazio pubblico, più relazioni, più servizi, più democrazia.
* Il luogo è la dimensione e lo schema entro cui organizzare al meglio efficienza e risparmio energetico. Uno stile di vita sobrio, un ragionevole rallentamento di cicli e processi, una sostituzione progressiva di prodotti individuali e di consumi superflui, un incremento di attività relazionali a basso impatto ambientale, si realizzano democraticamente ai livelli in cui una comunità può realmente progettare, partecipare, scegliere le sue rappresentanze in forma diretta, oltre che delegata. Boris Diop, un esponente africano del movimento altermondialista, sostiene che occorre pochissima energia per far funzionare la più formidabile delle centrali: l’intelligenza ed i cervelli che si applicano al risparmio. Un programma di risparmio energetico è anche un sistema organizzativo, la traduzione di un modello di società e di benessere condiviso, un controllo democratico e solidale sulle scelte di produzione e consumo che si interessa anche dei nostri posteri, un formidabile motore di scienza e tecnologia e di integrazione tra esse e la società. Le reti corte, che i Nuovi Municipi sostengono e valorizzano, sono una intuizione molto proficua – la traduzione operativa del “luogo” in termini di autogoverno – che va estesa per ridurre i consumi e gli sprechi e per integrare saldamente territorio, biosfera e sistema artificiale e per ridisegnare e riconnettere i territori, così impunemente attraversati e omologati dal pensiero unico di matrice liberista.
* In un luogo è possibile chiudere i flussi e i cicli di materia e di energia. Le energie rinnovabili, ad esempio, non hanno bisogno di essere trasportate e distribuite, si integrano facilmente al territorio, perché il loro impiego si può facilmente combinare con i cicli vitali, con l’agricoltura, con la produttività del lavoro, con la mobilità a corto raggio. E’ per questo insieme di ragioni che nel “luogo” le fonti e i sistemi energetici non dovrebbero essere imposti né importati, ma scelti in adattamento alla più alta integrazione tra risorse naturali e bisogni della popolazione. Oggi invece, che ne sappiamo dei sistemi energetici importati e imposti al territorio dove abitiamo? Attacchiamo una spina elettrica, ma conosciamo forse cosa c’è dietro ad essa? Quale enorme traffico di fonti primarie via mare e via terra, quale immenso apparato industriale, quante linee di distribuzione, quale distruzione di interi territori lontani e quale rilascio di inquinanti in atmosfera?

Queste sono alcune delle caratteristiche innovative che fanno del “luogo” il motore di cambiamento. C’è tuttavia un problema irrisolto anche in questo modello non esaustivo di nodi autosufficienti e autoorganizzati, messi in rete con finalità convergenti e in alternativa alla globalizzazione liberista.

Effettivamente dentro il nodo, dentro i confini del “luogo”, si possono risolvere molti dei problemi incontrati, attraverso soluzioni a valenza territoriale e con approcci alternativi rispetto agli attuali. Poi, però, occorre prendere in considerazione i collegamenti necessari tra i “luoghi”, a cui nessuno vorrebbe rinunciare senza ragione: ad esempio le comunicazioni, i trasporti, le reti energetiche. Problemi serissimi, dato che sono sì riprogettabili e riorganizzabili, ma non eliminabili, dato che oggi richiedono spreco di risorse, molti mezzi materiali e un significativo consumo di ambiente.

Provo a delineare sommariamente un approccio al problema esposto.

Se le modalità di connessione tra i luoghi venissero decise democraticamente associando alle decisioni i nodi della rete intesi come luoghi democraticamente governati ed eliminando la gerarchia esterna e superiore che abitualmente viene imposta, allora lo sviluppo dell’intero sistema nodi-connessioni, reti corte-reti lunghe, potrebbe dar luogo a decrescita complessiva, a uno sviluppo alternativo e a scelte innovative anche per le connessioni stesse.

Occorre di conseguenza, contemporaneamente allo sviluppo delle esperienze territoriali di reti corte, concentrare iniziative, lotte e progetti di grande valore simbolico (come sta avvenendo per NO TAV) sulle reti lunghe e non lasciarle totalmente a disposizione dei poteri attuali. Quindi, ad esempio, oltre che utilizzare prioritariamente le risorse locali e puntare a chiudere i cicli sul territorio, bisogna, per esempio, riuscire ad imporre una riduzione del traffico di auto individuali e diffondere sistemi collettivi di trasporto a impatto ambientale bassissimo; scoraggiare e abbandonare sistemi di delocalizzazione industriale e di produzione just in time; ridurre la distribuzione e trasmissione di energia a distanza, passando dalle grandi centrali fossili e nucleari all’autoproduzione diffusa utilizzando fonti rinnovabili.

A mio giudizio, dal punto di vista democratico-istituzionale c’è una doppia misura per poter regolare questo modello a rete di nodi interconnessi e ne sta discutendo da tempo e con contributi preziosi la rete dei Nuovi Municipi. Innanzitutto, le reti corte si possono progettare e governare con uno sviluppo sempre più coraggioso di democrazia partecipativa. E, quindi, con un grado di democrazia diretta molto alto. Se poi si dotassero le reti corte, i “luoghi” di cui abbiamo a lungo trattato, di strumenti efficaci di democrazia delegata che li abilitano a partecipare al governo delle reti lunghe che li connettono, gran parte di un problema inedito di democrazia extraterritoriale potrebbe a mio avviso trovare soluzione.

Infine, vorrei far notare che la preminenza del locale evidenziato nell’approccio fin qui descritto non è ancora estendibile in modo generalizzato a tutte le situazioni e richiede articolazioni e approfondimenti tutte ancora da approfondire. Ad esempio, il problema delle grandi metropoli o delle immense riserve naturali concentrate in alcune parti del pianeta va raccordato sì alle riflessioni avanzate, ma richiede soluzioni complesse ben oltre quelle qui contemplate.

In definitiva, ho provato soltanto a delineare un percorso di proposte per una ricomposizione dal basso dei processi di globalizzazione, sottolineando come il locale può contribuire a capovolgere la direzione intrapresa e diffusa dallo sviluppo capitalista, rimettendo al centro vita e partecipazione contro crescita materiale e dominio dall’alto. Anche per le ragioni qui esposte mi sembra più che opportuno ribaltare al più presto quella riduzione del locale a difesa antisolidale dei privilegi dei ricchi, che la Lega ha saputo imporre per decenni al nostro Paese e alle regioni del Nord in particolare.

Mario Agostinelli

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