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La Carta Europea dei Diritti – Uno spazio pubblico per l’Europa sociale

La Carta Europea dei Diritti – Uno spazio pubblico per l’Europa sociale

di Mario Agostinelli

“Un paese con le pile scariche”. Così Giuseppe De Rita ha descritto l’Italia, compiendo un errore di prospettiva che ormai coinvolge quasi per intero la sua classe dirigente, adusa a parlarsi addosso, a progettare riforme senza respiro, a commentare nella cerchia ristretta dei politici professionali un futuro prossimo che non va al di là dei confini nazionali e degli interessi elettorali a breve scadenza.
È sorprendente come nessuno abbia ricordato ad un sociologo molto acuto come una generazione vivacissima, che pensa da cittadina del mondo e prova un brivido di fronte alla “devolution” o disgusto quando cerca di spiegare ad un coetaneo d’oltralpe cosa sia la legge Cirami, vada in piazza da Genova a Roma a Perugia a Firenze, riempia assemblee in ascolto attentissimo, cerchi concretamente una alternativa alla guerra anche nei suoi comportamenti. De Rita non si è accorto del Forum Sociale Europeo, delle manifestazioni della CGIL, della reattività di un ceto medio e intellettuale che non solo fa riuscitissimi girotondi, ma ritesse rapporti con il mondo del lavoro, riscoprendo l’attualità e i valori del patto costituzionale.
Allora non desta meraviglia se un autentico processo costituente in Europa è seguito con disattenzione dall’opinione pubblica italiana, convinta forse da un Governo poco responsabile e senza una visione lungimirante a fare solo da spettatrice in una fase storica di grande rilievo, ma nella quale il nostro Paese sembra destinato a fare da comprimario o a reggere la battuta, come succede ai generici in commedia. Al centro del dibattito sul futuro dell’Europa e dell’Unione Europea sono stati finora il mercato, la finanza, la moneta. Le conferenze dei governi degli stati membri del 1996 e del giugno 1997 si occuparono in primo luogo di questi temi e la Conferenza di Nizza del dicembre 2000 è riuscita a malapena ad aprire uno spiraglio verso un assetto istituzionale più partecipato e una Carta dei diritti fondamentali. Fin dall’inizio e fino al 2000 la Comunità è esistita sostanzialmente come unità economica e con l’Unione monetaria questa tendenza sembrava doversi rafforzare.
Il 2000 segna una svolta: da allora grandi manifestazioni sindacali e del movimento nato a Seattle accompagnano ogni summit europeo e indicano uno spazio pubblico per l’Europa sociale. È la tradizione europea che emerge e si affranca dall’economia come orizzonte totalizzante: l’idea di ridurre tutto a merce confligge con il sedimento di solidarietà e di giustizia che la secolare esperienza del welfare ha lasciato nei futuri cittadini europei. La disoccupazione di massa, le “due velocità” e le disparità regionali, le crisi ambientali, l’integrazione dell’Est, la questione dei migranti hanno rimesso in circolo idee, movimenti e lotte che prefigurano un livello pianificato di politica sociale. Lo spazio pubblico che in Europa ancora non è dato, quello che Jürgen Habermas indica come la premessa per una società civile sovranazionale e per un popolo europeo che si dia una Costituzione, è in formazione a livello diffuso e popolare, anche se i Governi non se ne danno pena alcuna. Anzi.
È proprio a causa dell’entrata in scena di un sentimento popolare, come si è chiaramente manifestato al Forum Sociale Europeo di Firenze e dell’attenzione che il mondo del lavoro mostra verso l’Europa, che forze conservatrici molto potenti tendono a caricare ogni incontro dei capi di stato di aspettative relative alla sicurezza, mettendo così in sottordine le stesse decisioni da prendere e declassando le manifestazioni democratiche a problema di ordine pubblico. Bisognerebbe che rapidamente, soprattutto a sinistra, ci si accorgesse che sta nascendo una dimensione temporale e sociale dell’Europa che riunisce il meglio delle esperienze nazionali e le proietta in uno spazio di partecipazione, e a queste nuove esigenze i vertici del potere istituzionale non sanno dare risposte né di contenuto né di forma, dato che le azioni dei governi divergono paurosamente dalle priorità e dalle aspirazioni dei cittadini. Sarebbe altamente desiderabile, per ragioni storiche giunte a maturazione in questa fase particolare del processo di globalizzazione liberista, realizzare, per una certa parte sociale e per le generazioni che vogliono un futuro diverso da questo presente, un’Europa politica rafforzata, che metta a risorsa il pensiero e il patrimonio culturale critico che accomuna le sue popolazioni, oltre le religioni, le etnie, le lingue esistenti. In un mondo apertissimo ad una lotta feroce per l’egemonia economica e culturale, che prevede la guerra permanente, un mondo basato sulla libertà personale e politica e sul riconoscimento dei diritti degli altri rappresenta una alternativa di civiltà. I fondamenti politici, sociali e intellettuali per questa alternativa sono disponibili in Europa e qui sta l’asprezza della crescente divaricazione tra l’America imperiale e l’Europa sociale.

Recentemente i rappresentanti degli Stati della UE hanno presentato la traccia di una possibile Costituzione della Comunità Europea. Il dibattito sulla struttura istituzionale durerà a lungo. Ciò che tuttavia sembra completamente trascurato è un chiarimento delle ragioni storiche di questo processo di unificazione apparentemente irreversibile. Le lezioni della storia dovrebbero essere decisive per definire una identità politica.
La Grecia classica aveva scoperto la politica quale via per superare il circolo vizioso della vendetta e della violenza, come ricorda Eschilo nel mito della fondazione di Atene. Il ritorno continuo, tragico, asfissiante alla barbarie della guerra ha accompagnato la storia d’Europa fino alle Costituzioni del secondo dopoguerra. Da allora l’Europa è di fronte ad una sua legittimazione storica se “fa la pace con mezzi pacifici” e se fa di questo obiettivo la sua missione globale.
In effetti, dopo l’11 settembre, è venuta alla luce una definizione dell’Europa per contrasto al progetto di Bush di esercitare un governo mondiale attraverso le armi, con il ricorso alla “guerra permanente”, sostenuta da una visione “morale” del compito planetario degli USA. L’unità del mondo, invece, l’universalità dei diritti, la democrazia e la partecipazione sono antitetiche al ricorso impositivo della forza ed hanno in sé un’idea embrionale di sovranità, che evoca un popolo con una identità in costruzione, ben diversa da quegli interessi corporativi che sono alla base dell’unione monetaria. Si può affermare che in Europa, più che altrove, si sta assistendo alla liberazione di forze oltre lo Stato Nazione e alla ricerca di una dimensione politica sovranazionale in relazione ai processi di globalizzazione. Una dimensione posta dal basso, come è avvenuto a Firenze o come avverte sempre più spesso il mondo del lavoro. Si ha la sensazione che stia nascendo un’opinione sociale con orientamenti veramente globali e tali da superare i timori che l’eurocentrismo e la concezione di una “fortezza Europa” schiaccino l’intero Occidente e il Nord del Mondo in una unica costellazione dominante. Si potrebbe pertanto puntare al superamento di una pura contrapposizione tra movimenti sociali e governi, avvicinando la prospettiva di un modello di democrazia sociale che si innesti sulle costituzioni democratiche e antifasciste del dopoguerra. Affinché ciò accada è necessaria una lotta politica per recuperare e attualizzare una realtà sociale e culturale che rimetta in gioco la partecipazione: l’esatto contrario di quanto fatto dai balbettanti centrosinistra e da quanto imposto dalle destre sempre più autoritarie. Ci si trova di fronte ad un fermento sociale contrastato dai poteri dominanti. Non basta più un’Europa tecnocratica dove la presunta efficienza delle decisioni ha sostituito la democrazia anche nelle questioni politiche. C’è, al contrario, la ricerca e il bisogno di una fonte di autorità che legittimi i processi in corso.

In questa prospettiva va considerata l’attenzione da prestare ai lavori della Convenzione e occorre riflettere sul ruolo che ricopre in essa la Carta Europea dei Diritti Fondamentali. Si tratta di un insieme di 52 articoli che, se fosse recepito con una procedura democratica come corpus giuridico nella futura carta costituzionale, consentirebbe ai diritti dell’Unione di sgorgare da un patto tra cittadini, anziché da un accordo tra Stati, con un indubbio avanzamento della dimensione europea della cittadinanza e con il superamento delle posizioni attuali, che fanno derivare gli obiettivi sociali dal libero mercato.
È estremamente positivo che siano sostenuti dalla Carta principi comuni; sono soluzioni originali per affermare l’indivisibilità dei diritti civili, sociali e politici e la loro applicazione universale su tutto il territorio dell’Unione. Un capovolgimento certo rispetto all’individualismo della costituzione degli Stati Uniti e un punto di aggancio importante per le lotte dei migranti. Nonostante che le formulazioni degli articoli dei sei capitoli della Carta siano frequentemente cariche di ambiguità, l’impianto è sicuramente degno di grande attenzione, soprattutto per l’introduzione del capitolo dei diritti sociali. Il passaggio è notevole e, ad esempio per quanto riguarda i diritti sindacali, afferma il diritto di contrattazione collettiva a livello europeo e di attuazione di azioni collettive compreso lo sciopero; fa rientrare nel diritto all’integrità fisica e psichica il diritto alla salute nei luoghi di lavoro; prefigura la costituzione di sindacati europei riconosciuti; comporta una parità di diritti per gli immigrati attraverso l’equivalenza delle condizioni di lavoro.
Eppure, manca un diritto all’equa retribuzione, ed il diritto al lavoro è sostituito da quello a lavorare. L’iniziativa economica è considerata tra le libertà fondamentali e l’uguaglianza formale che viene affermata a più riprese non si accompagna a quella sostanziale.
In questo quadro a luci e ombre occorre dire che per le libertà economiche continua a prevalere il paradigma liberista che è stato alla base dell’Europa economica e monetaria e che da qui derivano le cautele verso un pieno sostegno dei diritti sociali. In effetti, gli Stati Nazionali hanno mantenuto le potestà regolative in materia di diritti sociali, ma hanno perso il dominio delle risorse destinabili al loro soddisfacimento, che sono passate alla Banca Europea, alla Banca Mondiale, al FMI. Se il trasferimento all’Europa delle risorse finanziarie è un fenomeno irreversibile, una lotta per un governo comunitario dei diritti sociali e per il loro avanzamento diventa dunque una scelta di drammatica urgenza.
È interesse dei democratici e del mondo del lavoro una discussione vasta dei principi della Carta, un loro miglioramento ed una loro assunzione come fondamento del patto sociale costituente.

Ci sono, infine, due questioni attualissime che accelerano il processo europeo sul versante politico-sociale: la crisi del modello industriale e la questione dei migranti. È diffusa la consapevolezza che il sistema di regolazione dei paesi industriali non funzioni più e che un ridisegno del futuro parta da questa drammatica considerazione. Cresce quindi la prassi di una economia a ridotto impatto ambientale, che viene sperimentata localmente e entra in comunicazione diretta con altre esperienze attraverso reti di municipi e talvolta di regioni molto attive in ambito continentale: le Università, gli istituti scientifici, le comunità stabiliscono relazioni che orientano comportamenti e costruiscono cooperazione al posto di competizione, inclusione in luogo di esclusione. La minaccia di cambiamenti climatici e la frequenza di eventi meteorologici estremi hanno creato uno spazio fisico europeo che impegna risorse tecniche, scientifiche, finanziarie già messe in comune e stimola comportamenti interdipendenti. Anche in Europa la base naturale non è più in grado di sostenere lo sviluppo: così la politica agricola comunitaria o la politica della pesca dell’Unione o le sovvenzioni per le energie fossili vanno sostituite da criteri meno corporativi, non più di competizione nazionale, con una base geografica ben diversa dai confini tracciati dall’economia e dalle guerre. Per questa via si potrebbe offrire un futuro creativo alle nuove generazioni, altrimenti impegnate solo a riparare i guasti e le ferite naturali e sociali inferte dall’attuale modello di sviluppo.
Per quanto riguarda la questione dei migranti, va rilevato che è sul passato coloniale dell’Europa e sul crollo, più recente, del Muro di Berlino che si sono innestate le grandi ondate migratorie che varcano e ridefiniscono quelli che Dal Lago chiama i “confini impensati d’Europa”, diversificati anche secondo la mobilitazione più o meno ostile dell’opinione pubblica verso i migranti. La futura identità dell’Europa sarà definita anche dalla capacità di “allargare” i suoi confini e di disporsi a contemplare la possibilità dei migranti di vivere a pieno diritto dove la ricchezza viene consumata e non solo come produttori a basso costo in casa propria. Se ci si riferisce alla futura “Costituzione europea” come processo capace di includere programmaticamente i conflitti non si può non tenere conto della dimensione universalistica che traspare nei nuovi movimenti globali dal basso, di cui quello dei migranti è tra i più attivi.

In definitiva, si è aperta una nuova prospettiva di Europa democratica e sociale con cui dovrà fare i conti la Convenzione europea che nel 2004 si dovrà pronunciare sulla natura costituzionale dell’Unione sia sotto il profilo dei processi di legittimazione democratica, sia da quello delle garanzie individuali e collettive. È possibile un’Europa basata sulla pace, sulla libertà personale e politica e sul riconoscimento dei diritti universali. È possibile se i suoi cittadini, i suoi soggetti sociali, i movimenti ed i partiti che ne determinano il pluralismo sociale e politico sottraggono il processo di costituzionalizzazione in corso al sequestro di una élite professionale distante dalla società. Questo non piacerà ai Governi nazionali, avviati, come quello di Berlusconi e Bossi, verso la negazione dello spazio pubblico europeo. Sarà difficile da cogliere per chi continua a confondere la salute dell’economia, irrimediabilmente malata, dello sviluppo liberista con la speranza e i fermenti di un cambiamento profondo che la società comincia a delineare, pur tra conflitti durissimi e sotto lo spettro della guerra. Ai sociologi che sono impressionati dalla involuzione e dalla mancanza di futuro di una classe dirigente che allo specchio della TV si domanda chi sia “il più ricco del reame”, bisogna suggerire di guardare a spazi meno angusti e a processi che richiedono anche immaginazione culturale per “ricaricare le pile scariche”.
C’è un insieme di popoli europei – Italia compresa -, in formazione, pur nella diversità di ciascuno e senza una ricerca tradizionale di identità, che, nei secoli recenti della modernità, è stato capace di neutralizzare una serie di conflitti (comprese le guerre civili di religione) per approntare gli spazi politici imperfetti della libertà della cittadinanza e dell’uguaglianza e che può quindi rivendicare un potere costituente di un’Europa a venire, come un soggetto politico che con modalità inedite comincia a organizzare lo spazio istituzionale e sociale e non solo economico dell’età globale.