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La sinistra in Lombardia dopo la sconfitta alle amministrative

Liberazione
Mario Agostinelli  Pino Vanacore. Unaltralombardia

Assistiamo ad un fenomeno imprevisto: l’astensione favorisce le destre che, spinte da un autentico movimento conservatore, vanno al voto non per voglia di partecipazione, ma per posizionarsi nelle istituzioni e da lì fare a pezzi il patto sociale su cui l’Europa ha fondato la sua diversità e offerto ancoraggio e speranze allo stesso movimento altermondialista. Un soggetto politico, quest’ultimo, ancora vivo, come attestano Rostock e Roma, ma in allontanamento dal momento elettorale quanto il mondo del lavoro, orfano perfino in Italia di piattaforme sindacali autonome nei confronti del Governo. Le destre sono riuscite a far passare l’idea che l’azione di governo riguardi esclusivamente il presente e la messa in saldo, secondo le regole di mercato e nell’interesse dei privati, della componente monetizzabile di un patrimonio accumulato da generazioni che hanno mutualizzato e reso pubblica una parte della ricchezza ereditata, prodotta e investita nella valorizzazione del territorio o nell’erogazione dei diritti sociali. Secondo questa vulgata, i problemi del clima, dell’energia, dei diritti, dei beni comuni, del lavoro e della giustizia sociale, diventano estranei a questa sfera minimale della politica e sono riservati ai summit dei G8, fronteggiati dai movimenti, ma inaccessibili alla sfera della democrazia rappresentativa. Intanto, sempre più sindaci diventano movimentatori di quote azionarie, ministri economici si occupano di scalate bancarie e di fusioni, “governatori” regionali si nutrono di grandi opere e di privatizzazioni.

A fatica il programma dell’Unione, con un ruolo distinguibile della sinistra, aveva spezzato un circuito ostile alla partecipazione e sottratto gli elettori alla prospettiva di spettatori, creando aspettative di cambiamento popolari ben oltre la sola rimozione di Berlusconi. Ma lo scarso potere contrattuale nella coalizione, la frammentazione alla sinistra dell’Ulivo, la nascita del progetto politico del PD, hanno impedito una traduzione del programma in azione premiante per la base sociale che vi si era riconosciuta. Qui in Lombardia, se si ricrea disaffezione e delusione a sinistra, che in uno schema bipolare si riflettono in astensione, allora l’antipolitica della Lega e il lobbismo di Formigoni sono in grado di dare la stura agli interessi forti e corporativi che non rinunciano affatto ad insediarsi nelle istituzioni territoriali per governarle (ad un anno dalle politiche, in Provincia di Varese 6 elettori su 10 dell’Unione non sono tornati al voto, contro 1 solo elettore ogni 3 per le destre).

Va detto che questa situazione di distacco dell’elettorato di sinistra e di “movimentismo governista” delle destre, nelle regioni del Nord Italia assume caratteri allarmanti per il cambio di alleanze ormai in gestazione e, di conseguenza, per i riflessi sul futuro nazionale dell’Unione e per la prospettiva dell’unità delle sinistre. Qui le elezioni amministrative sono andate malissimo. La cintura storica dei comuni attorno a Milano è crollata; la Brianza e il sud bresciano si sono saldati alla fascia pedemontana, dove, se siamo vicini all’estinzione della presenza elettorale dell’Unione, è perché si è persa – o non si è data – una battaglia anche culturale, con il futuro PD ad inseguire Forza Italia e la Lega e la sinistra a rimuginare sulle proprie differenze e sulla propria alterità.

Così non è bastata una linea di sostegno del Governo solo per scongiurare il ritorno di Berlusconi. Gli interessi che le destre hanno esibito sul territorio si sono saldati a quelli rivendicati dall’opposizione nazionale ed hanno pagato in voti, facendo premio addirittura sulla buona amministrazione. Non è stato così per il centro sinistra, che non ha presentato una visibile continuità tra le soluzioni invocate dagli amministratori locali e i provvedimenti adottati dal governo. Qui il Governo, al cosiddetto “tavolo di Milano”, ha accentuato i suoi tratti di ambiguità. Se si viene a parlare solo di infrastrutture e di federalismo fiscale in un territorio già saccheggiato e culturalmente dominato dall’impresa, allora si creano le condizioni perché le lotte contro le speculazioni immobiliari (Monza, Peschiera, Rho e Garbagnate) e le privatizzazioni dei beni comuni (ospedali, case di riposo e acqua), per l’ambiente (smog e centrali) e per il sostegno al reddito da lavoro e pensione (ticket, trasporti , buono scuola e diritto allo studio), pur vive sul territorio, diventino ininfluenti rispetto agli appuntamenti elettorali.

La questione sociale al Nord è esplosiva, anche se la scomparsa dai media del mondo del lavoro, la repulsione verso la politica delle nuove generazioni, il vuoto nel mondo della scuola  e – diciamolo – la capacità di relazioni interpersonali del modello conservatore e compassionevole di welfare di Formigoni – ne sottraggono alla vista i risvolti più inquietanti. Va indirizzata qui la necessità e l’urgenza di dare rappresentanza ad una Lombardia reale di cui non c’è narrazione perché non c’è più organizzazione della domanda sociale. Rappresentanza che richiede radicalità e unità a sinistra, sia dal basso, per riaggregare, sia dall’alto, per produrre controllo democratico in istituzioni e palazzi potentissimi e senza trasparenza.

Non va dimenticato che i retroscena dell’”affaire” Visco-Speciale pescano nei controlli fiscali in Lombardia, che le intercettazioni Telecom hanno avuto il loro cervello qui, che il potere politico del Pirellone e di Palazzo Marino dispone di un immenso patrimonio pubblico oggi messo sul mercato nella terza legislatura di un “governatore” che chiede al PD di rompere l’Unione a sinistra e di aprire ad alleanze con Forza Italia, sotto l’onda emotiva della secessione fiscale e sfondando contro il Governo nazionale sugli articoli 116 e 119, dopo il documento in 12 punti sul federalismo firmato con la stessa convinzione da Lega, Forza Italia, AN, Margherita.

Per questo bisogna scuotere, se si è ancora in tempo, l’Unione e mantenerla autonoma rispetto al modello con cui il centrodestra ambisce di influenzare l’intero paese. E’ urgente riavvicinare la società alla politica proprio ora , quando nuovo fango e nuove distanze si stanno rovesciando su di essa, ripartendo dai territori, da “case della sinistra” dove si prova a stare assieme ed a scegliere la questione sociale come antidoto e atto polemico nei confronti della costituzione del PD del Nord, che, nei fatti, resta legato a uno sviluppo tutto quantitativo: una volta si difendevano fabbriche di armi e industrie inquinanti in nome dell’occupazione e ora, senza soluzione di continuità, si difendono nuove autostrade e si accetta una nuova aggressione al territorio in nome della crescita e dell’accesso al potere economico.

Sappiamo di essere osteggiati da tutta la grande stampa. Ma non c’è spazio per la Sinistra Europea o per il “cantiere” che non attraversi un rapporto unitario e aperto con la società reale, prima che una mediazione tra le varie ricette precostituite.

In Brasile, poco prima delle ultime elezioni presidenziali Lula era dato politicamente per morto. Stampa e borghesia erano all’attacco, ma presto si resero conto, tuttavia, che nei sondaggi non emergeva la flessione sperata, anche se rincaravano l’azione di distruzione del Presidente. La popolarità di Lula non crollava semplicemente perché gli strati della popolazione più povera, gli operai e in genere i lavoratori avevano deciso che lui era il loro presidente.

Ci sembra una buona metafora per le prospettive di reinsediamento e di riperimetrazione  della sinistra dalle nostre parti.

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