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Unaltralombardia SE

LE PROSPETTIVE DELL’ASSOCIAZIONE PER LA SINISTRA

Unaltralombardia (Mario Agostinelli, Paolo Cagna Ninchi, Rocco Cordì, Bianca Daccomo Annoni, Franco Morabito, Massimo Tafi, Pino Vanacore)

Siamo interessati alla nascita dell’Associazione per la Sinistra. La intendiamo come motore di un processo di convergenza tra diverse esperienze politiche e culture programmatiche, tutte indispensabili alla ricostruzione della rappresentanza sociale della sinistra nei tempi scanditi da una crisi inedita e da una mobilitazione dal basso inaspettata, che non tollerano vuoti di iniziativa o rituali identitari. Ci preoccupa invece a tal punto la regressione degli apparati e, attraverso loro, dei militanti verso una contesa interna alle formazioni politiche originarie – nessuna esclusa – da voler subito indicare alcuni limiti che, se non superati, potrebbero ridurre la portata della stessa iniziativa di cui figuriamo tra i promotori.

Quando per un progetto partecipato si chiedono adesioni “pesanti”, pur a titolo personale, a rappresentanti delle associazioni, della cultura e della società civile, non si può depotenziarne la ricchezza e l’articolazione dei contributi con l’interpretazione che viene il giorno dopo consegnata ai giornali da parte dei presunti “capicorrente”. Altrimenti si ingenera il dubbio che si tratti di un episodio ancora interno e non aperto quanto occorre e si diffonde la sensazione che l’obiettivo dell’unità sia rivolto a un’area predefinita e non a tutta la sinistra. In secondo luogo, o la ripartenza dai territori è la cifra di una sforzo di ricomposizione a partire dallo scontro sociale in atto che mobilita forze nuove, oppure finiamo col mediare dalla scomposizione inarrestabile del quadro nazionale qualsiasi avanzamento nella direzione di un’unità plurale non solo a parole. Infine, i tempi di un’operazione politica ambiziosa, difficile e da ultimo appello come questa, si possono rapportare e condizionare solo alla costruzione realistica del suo successo, compresa la valutazione di quanto lo renda o meno conseguibile, caso per caso, territorio per territorio, l’allineamento e la precipitazione sulle scadenze elettorali. Insomma, l’Associazione deve superare gli schemi di cui siamo tutti prigionieri, perché, quando critichiamo la spocchia autoreferenziale di una parte della sinistra di alternativa, dobbiamo renderci conto che la cosa vale anche per noi e che, in assenza di una nuova capacità di lettura della realtà concreta, di una reinterpetrazione degli spazi politici offerti dall’ondata crescente d’ingiustizia, in particolare nella forma più grave e assoluta di negazione dei diritti del lavoro e del futuro sul pianeta, il pensiero che oggi è trasmesso dai partiti della sinistra – tutti – si ferma inevitabilmente sull’uscio di casa; al massimo si estende al vicinato, ma non assume più quel valore universale necessario per motivare adesioni di massa e popolari.

Il nostro interesse per l’Associazione ha radici in una pratica unitaria che per noi è tuttora indispensabile. Apparteniamo a “Unaltralombardia”, un’associazione nata volutamente strabica, con un occhio puntato sulla politica e con l’altro occhio puntato sulla società. Il nostro campo di osservazione e di impegno politico e sociale è la Lombardia. Una regione profondamente cambiata dalla azione, combinata e anche in competizione, di Formigoni e della Lega. Un territorio dove la destra ha saputo costruire un esperimento di governo organicamente e consapevolmente liberista, anticipatore della crisi in corso e allineato con i suoi responsabili a livello più vasto, e che ha creato, con la complicità gregaria del PD, le condizioni per una caduta delle difese del mondo del lavoro e delle classi popolari alla crisi, che qui per loro giunge perfino più acuta che altrove. Il terreno elettivo della vera e propria rivoluzione passiva che ha contribuito a cambiare i rapporti economico-sociali e, quindi, i rapporti di forza politici tra le destre e una sinistra isolata e sconfitta, in Lombardia ha assunto le forme della cosiddetta sussidiarietà orizzontale, intesa come progressivo svuotamento del ruolo e dell’intervento del pubblico, con il contestuale spostamento di risorse destinate al welfare universalistico in direzione di soggetti privati. Si è alimentato in questo modo un processo di crescita di imprenditorialità senza qualità nell’industria e nei servizi, di frammentazione del tessuto produttivo in catene di terzismo privo del controllo strategico, di abbattimento dei diritti del lavoro e di redistribuzione del reddito verso l’alto, saldando contemporaneamente, all’ombra del consenso politico di Formigoni, l’estensione della Compagnia delle Opere con la costituzione di un blocco “lavorista”, in cui operai e padroni ringhiano dalla stessa parte della barricata contro Roma, la globalizzazione, la vocazione nazionale e europea della regione. Così, all’atteggiamento compassionevole di Comunione e Liberazione, la Lega in modo complementare ha risposto deresponsabilizzandosi sulle cause della crisi e espellendo il conflitto dal mondo del lavoro con la promessa di garanzie solo per i residenti, consolidando così il suo insediamento territoriale, fino ad ergersi oramai come insostituibile elemento di collegamento al Nord tra politica, gestione delle risorse locali, realtà urbana e realtà rurale. Insieme CL e Lega, hanno offerto una risposta alla crisi del vecchio modello produttivo esauritosi con la fine del ciclo fordista, sostituendo alla formidabile presenza dei sindacati, delle tradizioni mutualistiche della sinistra, dell’associazionismo laico e del cattolicesimo sociale delle ACLI e di Martini una rete di attività di comunità centrate sulla famiglia, ostili alla multiculturalità, alla differenza e, soprattutto, ai compiti perequativi e egualitari dello stato. Oggi con il federalismo fiscale (i lombardi proprietari delle proprie tasse), l’obiettivo è di mantenere in vita confini e un’ideologia rassicuranti di fronte alla globalizzazione e di assicurare un nuovo ciclo espansivo, per consolidare in modo definitivo un blocco sociale che si separa irreversibilmente dalle vicende nazionali e che si propone per il governo Berlusconi come modello da esportare per colpire i diritti sociali della Costituzione. Un progetto la cui pericolosità non è sfuggita ad intellettuali e politici del calibro di Alberto Asor Rosa e Alfredo Raichlin, mentre viceversa avanza in assenza totale di opposizione da parte del PD, ormai attratto qui dai poteri forti e tentato dalla compartecipazione negli affari. Non a caso, nella regione dove la destra ha maggiormente sperimentato un progetto di egemonia fondato sul consenso, prima che altrove è andata in crisi l’Unione. E la nascita del PD è coincisa con la rottura delle alleanze di centro sinistra, consumata sui provvedimenti più dichiaratamente secessionisti della Lega e di Formigoni, come nel caso del progetto di federalismo fiscale varato in Lombardia.

Ci siamo di proposito soffermati sull’analisi del nostro territorio e sulla quotidianità delle relazioni entro le quali la sinistra ha perso rappresentanza, perché risulta da qui ancor più incredibile pensare che essa possa ripartire semplicemente dislocandosi da una parte o dall’altra di un simbolo. Eppure, consideriamo autocriticamente un errore l’aver superficialmente accantonato i simboli nelle ultime elezioni. Non avevamo capito che la nascita del Partito democratico già essa si basava sulla negazione di una storia, determinando con questo contemporaneamente una negazione e una regressione, incompatibile con la nascita del cartello elettorale della Sinistra l’Arcobaleno. In questo modo l’elettore di sinistra si è trovato improvvisamente a dover decidere da solo, senza riferimenti ideali alternativi, per l’eutanasia in una sola volta della storia del movimento operaio, comunista e socialista avendo di fronte, però, da una parte un nuovo partito che si batteva per il governo del paese, e dall’altra parte un cartello elettorale con un simbolo bello ma purtroppo evanescente come l’arcobaleno. Ora però entriamo in una fase in cui la moltiplicazione delle identità e simbologie a sinistra viene vissuta dalle nuove generazioni in movimento come un esito terminale, per cui il richiamo identitario funziona da alibi per non riconoscere la sconfitta e non risalire con una massa critica che occupi il campo anticapitalista dello scontro. La ricerca di nuovi simboli passa dall’unità e non può significare per alcuni il rifiuto della tradizione e per altri il tradimento della stessa.

Sempre in base alla percezione anche territoriale che abbiamo della politica, continuiamo a pensare indispensabile avere la società come orizzonte, e non il governo. Nella convinzione tuttavia che la crisi rappresenti anche una straordinaria opportunità per definire e praticare un progetto alternativo, superando i limiti di un conflitto solo redistributivo e provocando la rottura definitiva con il modello di sviluppo imposto dal pensiero liberista e accettato finora – senza significative variazioni – da tutti i paesi industrializzati. Una sfida e un terreno sui quali la sinistra non può definirsi solo come somma di opposizioni, ma deve misurarsi anche sul versante della rappresentanza istituzionale e dell’alternativa di governo del Paese. Una crisi da cui usciremo con ancora maggiori disuguaglianze, anticipata nei suoi effetti distruttivi nella ricca Lombardia dalla privatizzazione della sanità e dell’acqua, da milioni di metri quadri di aree ex industriali ricoperte di supermercati e offerte al consumo e alla speculazione immobiliare, rimossa oggi impudentemente nella speranza che il volano degli affari di EXPO 2015 allontani il ripensamento su un modello che da tempo non ha capacità di rigenerazione e sta raschiando il fondo del barile. Una crisi che per ora non tocca gli equilibri istituzionali, ma che percorre già una società in ricomposizione attorno a centinaia di comitati locali e nelle manifestazioni sindacali e studentesche più partecipate degli ultimi dieci anni. Una mobilitazione che vede in campo anche 142 comuni che chiedono il referendum per l’acqua pubblica, oltre trecento organizzazioni che si coordinano autoorganizzandosi contro il consumo di territorio e una rete nelle scuole e nelle università che sostiene la scuola pubblica e l’autonomia della ricerca nella patria del buono scuola e dei voucher per i brevetti. Già da ora, prima delle scadenze elettorali del 2009, può radicarsi un progetto alternativo che, in una regione che ha bruciato e sprecato le sue risorse, lega acqua, energia, cibo, suolo, lavoro, ovvero beni comuni, welfare e politiche industriali, alla speranza di uscire più uguali e solidali dalla crisi. Per questo la ricerca dell’unità di tutte le forze che si oppongono con un progetto alternativo, antiliberista e democratico alla destra di Berlusconi, di Formigoni e della Lega, pur partendo da culture non coincidenti, ha una sua efficacia se va oltre l’impulso identitario e approda alla nascita di una nuova forza politica, che si impregni della sfida del futuro, segni una netta discontinuità con la storia dei gruppi dirigenti, ma non con il patrimonio straordinario politico e sociale del comunismo, del socialismo, del movimento operaio.

Tenendo fermo un approccio “locale” riteniamo ovviamente indispensabile superarne i limiti in un quadro più generale, che tuttavia è meglio leggibile attraverso i conflitti reali a cui cerchiamo di dare rappresentanza. Se la vittoria di Obama ha segnato un punto importante a favore delle nostre ragioni, con ricadute impensabili nel sentire diffuso, è innegabile una piacevole sorpresa per le lotte che si stanno diffondendo in queste settimane nella società contro il tentativo di annientare la scuola pubblica e il contestuale tentativo di scaricare sul mondo del lavoro e sui giovani il costo della crisi. E’ in atto quasi inaspettatamente un’opposizione sociale robusta che riguarda di nuovo i rapporti di produzione e che si coagulerà attorno allo sciopero generale del 12 dicembre, con protagonisti diretti i giovani, le lavoratrici e i lavoratori, proprio nel momento in cui pareva sopito qualsiasi anelito di antagonismo e di conflitto democratico. Nulla di questo ci è estraneo, ma i protagonisti che si affacciano non vivono la loro esperienza in continuità con le nostre, se non in punti d’incontro qualificati dai contenuti e senza gerarchie riconosciute. A quale sinistra spetta il compito fondamentale, di indicare che i problemi di questi giovani sono i problemi del paese, che i problemi dei lavoratori e dei pensionati che non arrivano alla fine del mese sono i problemi del paese, che i problemi dei più deboli, degli esclusi e degli emarginati sono i problemi dell’Italia, se non ad una nuova forza politica che deve essere posta al servizio di tutto questo e non esclusivamente delle prossime scadenze elettorali? Anche se parteciperemo direttamente alla promozione di liste unitarie della sinistra riconoscibili per il loro programma e in un quadro unitario e plurale di alleanze, non sosterremo un’accelerazione per la costruzione di un cartello elettorale. Pensiamo invece ai tempi di un percorso che duri nel tempo, partecipato dal basso nel corso del quale chiamare a votare la carta costituente tutte le donne e gli uomini interessati ad un nuovo inizio della sinistra in Italia. Il metodo delle primarie, per i contenuti programmatici e per la scelta dei candidati e dei gruppi dirigenti, dovrebbe diventare la prassi ordinaria, in modo da escludere ogni residuo di pratica autoreferenziale

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