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MARIO AGOSTINELLI: APPUNTI DI LAVORO PER LA COSTRUZIONE DELLE CASE DELLA SINISTRA SUL TERRITORIO LOMBARDO

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Introduzione in forma schematica all’incontro di Unaltralombardia-Unitiasinistra (UAL_UTS) a Milano 20/4/07

I. Tre questioni al fondo dell’analisi che segue:

a) irrompere della natura all’apice del processo di globalizzazione liberista e di      ristrutturazione capitalistica: vita ed economia   (v.punti 1) e 2) )

b) difficoltà del Governo dell’Unione e nascita del PD  (v. punto 3) )

c) crisi del modello Formigoni; ricostruzione dell’identità e reimpostazione dei valori del nascente PD lombardo; prospettiva della “grande coalizione” in Lombardia  (v.punto 4) )

1)  Siamo capaci di una interpretazione-narrazione di questa fase storico-sociale-politica? I cambiamenti sono certamente più profondi delle nostre radici e più veloci della diffusione della gran parte dei nostri  documenti di analisi. Una navigazione a vista provocherebbe solo distacco della società dalla politica e risposte burocratiche chiuse negli apparati.

Proviamo a mettere a fuoco schematicamente cinque questioni di portata innovativa, su cui concentrare analisi, approfondimenti, proposte:

* cambiamento climatico? percezione del tempo a ritroso, attenzione alla sopravvivenza della specie e affermazione del concetto di decrescita;
* multiculturalità ? laicità, anche come scelta di collocamento del conflitto democratico su un terreno pubblico e non violento, avvalendosi dei contributi di una creatività intrinseca al pluralismo;
* sconfitta e solitudine del lavoro? precarizzazione, distruzione del legame sociale: abbandono di welfare e diritti collettivi; passaggio e perdita di identità dalla funzione emancipatoria del lavoro a quella passiva e subalterna del consumo ( strettamente individuale, in rincorsa senza fine e in continua mutazione);
* abbandono della programmazione e crisi della regolazione del mercato ? uscita di campo della razionalità economica con l’esclusiva affermazione di una teoria economica che non prevede la salvaguardia dell’ecosistema e del legame sociale;
* autonomia e centralità del livello territoriale ? reti corte interconnesse e governate in forma partecipativa, riscoperta della comunità.

Il XXI secolo presenta un capitalismo rinnovato che si ripromette di immettere nel ciclo produttivo e di portare al mercato non solo risorse inerti, ma la vita stessa e le sue componenti più irriducibili, mettendone in discussione, se non violandone permanentemente, l’intrinseca indipendenza dai fattori economici e rivendicandone la proprietà, violando persino il terreno dell’autonomia individuale su cui si è fondata la cultura liberale.

Siamo quindi in una fase storica in cui i soggetti antagonisti non possono limitarsi a porre la pur fondamentale proprietà dei mezzi di produzione, dal momento che  il modo di produzione attuale è giunto a minacciare le condizioni di riproduzione della specie.

In questo contesto, stare ancorati solo al conflitto capitale-lavoro senza tenere conto che la natura non solo viene esaurita (Club di Roma), ma (novità ormai nella percezione politica sociale di massa) viene sempre più irreversibilmente degradata a discapito della vita e della salute  e con la messa in discussione della specie, che anziché migliorare e evolversi verso maggiore stabilità e benessere, volge al peggioramento e a deperire nel futuro.

Nella strategia odierna della globalizzazione, la fonte primaria del valore di scambio non sono più i lavoratori salariati con i loro diritti sociali e di cittadinanza conquistati e poi consolidati (quando non rimessi in discussione) a livello nazionale: occorre per lo meno prendere in considerazione anche l’ecosistema, il lavoro servile sempre più diffuso e il lavoro volontario non remunerato (la famiglia). E, di conseguenza, considerare una evoluzione del blocco sociale antagonista che si articola su una pluralità di soggetti da ricomprendere in una “narrazione” unitaria e organica, che ancora non possediamo esplicitamente e diffusamente. Dovremmo trarne immediate conseguenze e, ad esempio, una nuova sinistra dovrebbe innovare la propria politica economica per tener presente le risorse necessarie per la riproduzione della specie umana e dell’ambito naturale, conteggiando nel ciclo economico tutti i costi sociali e ecologici oggi esternalizzati.

Perciò dovrebbe impedire l’espropriazione (privatizzazione) di tutto quanto è “vitale” e favorire la produzione di beni e servizi che permettono la riproduzione della specie umana in armonia con la natura (beni comuni, pubblici, trasmissibili e per quanto possibile naturalmente rinnovabili).

Risulta allora chiara la centralità della questione energetica e l’urgenza del cambio di paradigma dalle fonti fossili, concentrate e militarizzate, alle energie rinnovabili con un contemporaneo decentramento della produzione nei territori per assicurare democrazia, controllo e rispetto della vita (sole/atomo sarà il conflitto centrale in campo energetico nel XXI secolo). In fondo, l’impresa ha attaccato il potere dei lavoratori e si è appropriata del lavoro e della sua anima anche per poter riportare sotto il suo comando e commercializzare proprio i beni comuni, compreso il sedimento culturale e conoscitivo che  è da sempre patrimonio delle comunità e dei popoli. E perché si è resa conto che, con gli ostacoli ad una eccessiva crescita quantitativa e con la limitatezza delle risorse naturali, si riducevano i margini tradizionali di accumulazione, si è impadronita dei settori della riproduzione,della cultura,della salute, per portarli al mercato e aumentare le occasioni di profitto.

Il nodo da affrontare culturalmente, oltre che politicamente, sta nel riconoscere una irriducibilità della natura e dei processi vitali rispetto a qualsiasi modo di produzione e nell’assumere l’occasione storica in cui il pianeta ci presenta il conto attraverso il cambiamento climatico come la possibilità per rilanciare l’imprescindibilità del lavoro se si vogliono governare da sinistra i processi di trasformazione. Bisogna ricostruire a fondo un nesso beni comuni – lavoro – diritti – prodotti socialmente e ambientalmente desiderabili – politiche industriali e provare a spostare selettivamente l’attenzione economico-politico-sociale da privato a pubblico, da promozione dell’offerta a programmazione della domanda, da una politica industriale per settori ad una sua riformulazione incentrata sul territorio.

Prodotti “socialmente e ambientalmente desiderabili” implicano più occupazione, qualità del lavoro, stabilità dell’impiego. Ed inoltre, tali prodotti richiedono democrazia rappresentativa e sindacale dialetticamente in relazione per poterli progettare e riduzione dell’orario di lavoro per la loro fruizione nel tempo di vita.

La constatazione di un conflitto radicale e irriducibile non emerge più, come avvenuto fino al recente passato, soltanto in fabbrica, ma molto più direttamente nel territorio e nella contraddizione tra cicli e reti a dimensione locale chiusi e governabili democraticamente e cicli aperti e reti globali, imposte e governate da poteri esterni.

E non permane alcuna contraddizione tra fabbrica e territorio o tra lavoro e natura, se queste presunte polarità vengono analizzate per come il liberismo e il sistema di impresa capitalista le sottomettono e sfruttano senza distinzione.

La dimensione territoriale, strettamente connessa ai processi vitali e esistenziali, risulta una scoperta per il rinnovamento della politica, perché ben si connette alla comprensione dell contesto di sopraffazione e spreco cui vengono sottoposte natura e società in questa fase dello sviluppo delle forze produttive. A partire dal territorio, è possibile ricostruire il valore sociale del lavoro, pur disperso e precarizzato, spazialmente e temporalmente eroso; promuovere la rivalutazione gratuita, “extracommerciale”, delle relazioni e delle culture; ridisegnare una produzione e un consumo sostenibili, che si possono meglio dimensionare e programmare  in luoghi democraticamente dominabili. Il lavoro che s’insedia nel territorio viene di regola stabilizzato. “L’attraversamento”dei territori, come metafora di un bisogno insensato di velocità delle persone e di movimentazione delle merci, risulta spesso un inutile spreco. La chiusura dei cicli naturali in loco produce autentico risparmio, verificabile e continuamente migliorabile. Il governo comunale promuove partecipazione e stimola autonomia.

La costruzione paziente e partecipata di una narrazione quale quella qui delineata richiede apporti di tutte le culture laiche e religiose. In ciò va collocato un fecondo rapporto multiculturale e qui va riscoperta, in un lavoro comune, la dimensione orizzontale e sociale – e non solo gerarchica e ecclesiale – della vicenda cattolica al sorgere del nuovo millennio.

2)  La crisi delle categorie interpretative ereditate dal Novecento è stata colta per primo dal movimento dei movimenti, che la gestisce sul piano globale con una coerenza ed una determinazione che hanno dato vita ad una conseguente capacità di narrazione, aprendo ancora di più il divario tra politica e società (almeno in Europa). Questo movimento promuove alleanze e cambiamenti e stimola quelle novità politiche dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina, che esprimono rotture con l’assunzione tipicamente occidentale e deterministica di uno sviluppo inteso come crescita quantitativa, più o meno redistribuita a valle tra le classi sociali (“una locomotiva che avrebbe trainato prima o poi tutti i vagoni” [Truman], “una modernizzazione estesa ai poveri”[ Brandt / Bandung] ), portando “provocatoriamente” al governo indigeni riconosciuti dalle popolazioni locali, leaders di movimenti, donne di straordinaria rilevanza simbolica e sviluppando sistemi democratici partecipativi e forme di democrazia diretta.

Se ci si riferisce all’ Europa – e a maggior ragione in una riflessione sulla Sinistra Europea  – ricordiamo che tra le ragioni della divaricazione tra società e politica c’è l’insistenza di tutti i governi (e anche delle loro opposizioni) a continuare a ragionare sul futuro in termini di crescita tradizionale. Al contrario, chi vive nel territorio ha netta la percezione dell’urgenza di modificare radicalmente  quel meccanismo di sviluppo che ha fornito sì la ricchezza materiale e monetaria per politiche redistributive e per la nascita del welfare, ma che oggi non assicura più una loro continuità e una loro estensione.Anzi, divide aspramente i popoli del pianeta. In definitiva, l’idea socialdemocratica, sostanzialmente di natura redistributiva, non basta più ad affrontare la crisi attuale e a fornirne le soluzioni.

C’è quindi nei fatti, in particolare nella politica corrente in Europa, una divaricazione tra chi “burocraticamente” si dà compiti di governo rimanendo nella tradizione socialdemocratica o addirittura sposando quella liberaldemocratica e chi partecipa dal basso all’organizzazione del cambiamento, con una conseguente rottura del circuito di rappresentanza ed una separazione del momento partecipativo da quello elettorale. Al punto che gli eletti, una volta al Governo, possono interpretare la delega ricevuta senza nemmeno i vincoli del programma su cui sono stati votati.

Tutta la sinistra politica non sta facendo abbastanza i conti col fatto di non avere un programma politico realistico, all’altezza delle richieste di un elettorato più radicale nel territorio di quanto lo rappresenti la stampa e la televisione a un livello extraterritoriale virtuale. Le occorrerebbe invece una impostazione di politica economica organicamente propositiva, che persegua il cambiamento a monte e non solo correzioni a valle degli effetti del pensiero unico. Questa sinistra ragiona ancora sulla crisi del rapporto con la biosfera e sulle responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti del futuro della specie umana con riferimenti culturali del tutto tradizionali, largamente continuisti e fiduciosi nelle capacità riparatorie della scienza e della tecnologia e nelle risorse miracolistiche di una geopolitica che sempre più spesso contempla la guerra.

Non ci dobbiamo pertanto meravigliare se in Europa ed anche in Italia oggi siamo frequentemente di fronte ad una dura rotta di collisione (non ad un conflitto formale) tra chi dovrebbe organizzare la domanda sociale (i partiti) e chi organizza il conflitto sociale (i movimenti). Partiti e movimenti che spesso non si capiscono o non si parlano, divaricando i loro comportamenti effettivi, con una scarsa possibilità di interazioni positive.

3)   La radicale determinazione per affrontare  una trasformazione democratica dell’esistente e per contrastare il definitivo radicamento del liberismo, richiede idee forti e coagulanti, che facciano da spartiacque su fronti  opposti.

E’del tutto impraticabile l’ illusione DS ( che sottosta alla nascita del PD) che sia possibile un governo “buono” degli effetti della globalizzazione in corso senza metterne in discussione i principi. L’idea poi che avvenga una scomposizione delle categorie di destra di centro e di sinistra sulla base della sola ingegneria elettorale o della conquista della maggioranza nel sistema bipolare non ha fondamento alcuno nei processi sociali in corso. In effetti, la assunzione di una cultura liberaldemocratica prefigura soltanto l’abbandono definitivo di una alternativa al liberismo e la scelta di una pratica del governo come orizzonte di una rappresentanza interclassista definitivamente slegata dal lavoro (il ministro Cesare Damiano: “non vogliamo lasciare il lavoro alla sinistra radicale”).

La rappresentanza è il nodo che dobbiamo portare in evidenza: una questione ineliminabile (chi rappresenta chi) finchè ci sono soggetti e classi sociali e, di conseguenza, partiti che li organizzano e si identificano, in programmi di emancipazione e di estensione di diritti.

Dopo le ultime elezioni RC ha scelto la strada di rappresentare i movimenti con un rapporto diretto tra questi e i propri eletti, impegnati a svolgere un ruolo contrattuale nella coalizione dell’Unione, non tanto in funzione oppositiva, quanto sulla base di obiettivi di trasformazione sociale contenuti nel programma di Governo, da rivendicare nella loro attuazione con la forza della mobilitazione. Una strategia sostanzialmente “sindacale”, perseguita con forme organizzative e metodi più “sindacali” che non rispondenti alla tradizionale forma partito. Ci si è adattati cioè ad uno schema bipolare, con l’obiettivo di non perdere il collegamento con un pluralismo sociale molto frammentato e di complessa riunificazione. Una strategia “sindacale”, come detto, ma senza un riconosciuto soggetto “confederale” di riferimento.

Per di più, con l’esito incerto delle elezioni, un Senato bloccato e una sensibilità popolare terrorizzata dal ritorno di Berlusconi, il potere contrattuale è andato in fumo, comprimendo la forza dei movimenti e scaricando sulla sinistra dell’Unione la responsabilità della tenuta del Governo. La proposta di Sinistra Europea in questo contesto non si è rivelata sufficiente, non ha allargato il suo campo di azione e ha finito col ripiegarsi sui soggetti e sulle culture più aperte, ma già interne a RC. Utile, quindi, per il rinnovamento di RC, ma, nella situazione contingente, non abbastanza innovativa per aprirsi a tutta la sinistra. Oggi la crisi di quella strategia si è fatta ancora più acuta, anche se è auspicabile e praticabile un suo aggiornamento coraggioso e realistico in concomitanza alla nascita del cosiddetto “Cantiere”.

Con la nascita del PD e con la flebilità della sua rappresentanza del lavoro, la sua collocazione politica interclassista,  il lento slittamento della sua attenzione verso la figura del consumatore, potrebbe prendere corpo più facilmente la volontà di un ampio arco politico-economico di rimuovere dallo scenario la sinistra e di renderla ininfluente, almeno nell’azione del Governo. Senza la creazione in tempi rapidi e certi di una massa critica a sinistra, plurale ma unitaria, la mutilazione di rappresentanza potrebbe diventare irreversibile, con il paradosso di movimenti sociali ancor forti mentre cresce l’abbandono della politica o il reflusso elettorale verso le sole formazioni con qualche chance di governo. Con la nascita del PD non controbilanciata da una riaggregazione di una sinistra rappresentativa e rappresentante, si acuirebbe definitivamente la crisi dell’Unione, la surroga di essa attraverso il PD, la dissolvenza dei vincoli di programma e di mandato assunti nel 2006. Di fatto, la deriva verso la “Grande Coalizione”. La coalizione espellerebbe la sinistra o mangerebbe inevitabilmente i movimenti e ne sarebbe la pietra tombale, con effetti devastanti per una crisi definitiva nel rapporto tra politica e società.

C’è quindi una relazione stretta  e biunivoca tra movimenti e formazioni politiche nascenti a sinistra. Ma così come il movimento si è convinto della necessità di essere plurale ma unitario e vede nella divisione il suo dissolvimento, così la sinistra deve costruire qui ed ora la sua unità, plurale, rappresentativa, democraticamente conquistata oltre le vecchie componenti. Da qui la necessità di un processo circolare basso-alto-basso in contemporanea col persistere di un autonomo movimento dal basso: “Cantiere”, quindi, ma anche attualizzazione di “SE”.

Rifondazione, per una scelta giusta ed una determinazione encomiabile, può incassare oggi uno straordinario risultato di accettazione da parte di tutti di un percorso aperto ai movimenti e non di stampo burocratico. Nello stesso tempo non può fermarsi solo a questo passaggio indispensabile ormai conquistato e deve contribuire all’accelerazione imposta da una fase nuova in cui le identità di partenza non vanno ulteriormente irrigidite.

Forse si potrebbe dire che la fase del Cantiere è fortemente e urgentemente correlata alla nascita del PD ed è quindi più interna ad una dinamica politica ai fini elettorali, mentre lo sviluppo territoriale della SE, con la fondazione delle “case della sinistra” rimane indispensabile per il rinnovamento del rapporto tra società e politica, soprattutto se si apre ad una dialettica paritaria sia con quanto proviene dalle culture della sinistra dei DS sia con tutto quanto si rimescola e riaggiorna nella sinistra complessivamente, non perdendo di vista le trasformazioni economico-politico-sociali della globalizzazione e tenendo il baricentro nell’anima antiliberista, ambientalista e pacifista che la combatte.

Il processo a due gambe – Cantiere e Sinistra Europea – è necessario, inevitabile, purchè esse si sincronizzino, si riconoscano, convergano, rispettando una certa autonomia reciproca negli sviluppi per tutto il tempo che occorre a dar vita ad una forza unitaria stabile a tutti i livelli.

Anche noi dobbiamo evitare fusioni a freddo. Ma guai a sottovalutare l’urgenza dei processi che incombono sui referenti sociali della sinistra e dimenticare che i tempi stringono assai più delle cadenze imposte dagli apparati e dalle titubanze suggerite dalle appartenenze. Il cantiere non va tenuto a lungo aperto e va organizzato su vertenze e rivendicazioni politiche comuni, riconoscendo nella partecipazione popolare e di massa l’elemento discriminante e ricordando che una radicalità oppositiva e propositiva sfonda anche al centro, oltre il patrimonio “elettorale” solo della sinistra di alternativa.

Contenitore e contenuti, quindi, vanno fatti procedere con urgenza di pari passo.

4) Il modello istituzionale di Formigoni ( v. Libro Bianco di Unaltralombardia e numero speciale di Carta di Marzo) ha cancellato il territorio e l’autonomia dei comuni; ha raschiato il fondo del barile; oggi va in crisi e deve concedere spazio alla Lega.

In “pillole”: la Lombardia è’ un punto alto di accumulazione capitalistica con un ruolo decisivo del potere politico nella allocazione di risorse e nella produzione e redistribuzione della ricchezza; consumo del territorio e privatizzazione dei beni comuni sono un tratto caratteristico del sistema; la regione più ricca d’Italia si sta mangiando il futuro.

Qui, in Lombardia, si dà un caso esemplare di concomitanza e precipitazione di tutti i punti considerati al paragrafo 1). Eppure in Lombardia il centrodestra governa stabilmente da 12 anni e non sono nate nessuna no-TAV o no-Dalmolin. L’aggregazione tra DS e Margherita ad egemonia Margherita – CISL, che qui ha preceduto quella del PD nazionale, influisce profondamente negli assetti e negli equilibri di una politica poco partecipata e invece molto sensibile alle grandi opere e contigua agli affari. Questa aggregazione esercita una forza di trascinamento, soprattutto sul piano economico e per le classi medio-alte e nel tessuto dell’imprenditoria diffusa, perché agisce in istituzioni poco democratiche, ma efficienti sul piano operativo, in un territorio molto ricco, scarso di coinvolgimento politico diretto, in cui spesso il pubblico, anche dopo Tangentopoli, continua ad identificarsi con l’economia e con il sistema d’impresa.

Ancor troppo pochi, a nostro giudizio,  riflettono sul declino di luoghi una volta trainanti come la Lombardia e oggi dal futuro incerto, dopo che il loro patrimonio naturale, territoriale, sociale è stato dilapidato e portato al mercato dai governi di centrodestra. Tanto stabili quanto continuisti  nel sostenere un modello distruttivo del proprio ambiente e determinati a trasferire dal pubblico al privato i lasciti di un welfare molto efficiente, perché conquistato con le lotte di un sindacato unitario allora molto influente anche sul versante istituzionale.  Oggi, purtroppo, risulta invece possibile al centrodestra picconare nell’indifferenza una solidissima tradizione di amministrazioni, che erano aperte al mondo del lavoro e attente al sociale e  all’universalità dei diritti.

La nascita di un “PD del Nord”, come si deduce dai documenti in circolo, comporta il farsi carico di una “questione settentrionale” a rimorchio di chi l’ha fatta marcire ripagando elettoralmente tutti gli interessi più immediati con la dilapidazione del territorio, delle conquiste sociali e dei beni comuni. L’Unione, se non si smarca da Formigoni, finirebbe nella scia di un percorso che ormai ha raschiato il fondo del barile ed ha pochissimo da ridistribuire.

Al contrario, la sinistra che nasce “oltre” il PD potrebbe rispondere alla crisi di queste regioni ormai multiculturali e globalizzate, coinvolgendo una società vivacissima, consapevole e  preoccupata di un futuro precario sotto ogni punto di vista, con approcci e programmi alternativi alla cultura lobbista e ammiccante al leghismo e all’integralismo  dei governi di turno. In questo senso avrebbe una funzione generale di rilancio e di rinnovamento di tutta la politica e di superamento della crisi a cui va incontro inesorabilmente l’Unione con una svolta moderata e subalterna.

Nell’antiformigonismo e nella costruzione di una Lombardia “altra” c’è, quindi, un terreno di lotta politica immediato in cui ridislocare nella nostra regione la sinistra in formazione e l’attività del Cantiere. Siamo in una fase in cui il Partito Democratico del Nord tende a ridefinirsi su base liberale e scegliendo di abbandonare l’Unione e il suo programma elettorale, come a più riprese affermano sui giornali locali molti dirigenti ulivisti della Lombardia. Qui l’Ulivo si era già reso operante come PD in fieri, in fin dei conti per assicurare continuità al modello liberista fin qui vincente, con pesanti implicazioni istituzionali che hanno provato a surrogare l’intera Unione nello spazio dell’Ulivo. Perchè allora di fronte agli elettori dell’Unione si dovrebbe fornire al centrodestra lombardo oggi in difficoltà l’alibi di far ritenere i propri insuccessi frutto delle resistenze romane ad una devolution salvifica? Perché non dare alla sinistra da subito un compito ed un ruolo specifico qui e di valore nazionale a Roma? Vale allora la pena di fare anche in Lombardia la prova di una strategia nazionale e di articolare nei suoi territori interventi di riaggregazione della sinistra, anche a partire dall’esperienza che Unaltralombardia e altre organizzazioni della SE – come Socialismo XXI – hanno prodotto nella prospettiva di un più stretto legame tra lotte e soggetti sociali, contenuti e contenitore.

II Considerazioni sull’esperienza di Unaltralombardia

Qui vogliamo accennare ad aspetti “organizzativi” e alle forme di rappresentanza completamente nuovi, che potrebbero far parte del nostro cammino sperimentale, e che in parte sono stati collaudati  nella costruzione di una esperienza territoriale:quella di Unaltralombardia che ha temporalmente anticipato (anche nel rapporto con RC) alcuni nodi e sperimentato anche alcune difficoltà.

Unaltralombardia si è misurata con un obiettivo dichiarato: in una regione dove si svolge uno scontro politico di rilevanza nazionale, rompere una dimensione elitaria della reazione alla crisi della politica e cercare una base di massa popolare al tentativo di dare rappresentanza diretta all’azione dei nuovi movimenti e alla ripresa di interesse per il lavoro/non lavoro, tenendo conto che i processi   del “dopo Genova” non hanno ancora trovato, almeno nella nostra regione, soluzione politica alla novità prodotta.

Prova che ha già fatto una “immersione” elettorale e che ha prodotto qualche novità nella rappresentanza, se è vero che qui c’è l’esperienza unica di un capogruppo Regionale indipendente di RC, mentre nessuna altra forza politica ha attivato finora aperture così decise nei confronti della società civile.

Tre questioni sono evidenti nell’esperienza di Unaltralombardia:

* La ricaduta di un approccio innovativo nel partito di RC (nel suo corpo esteso) è ancora poco rilevante. A parte significative eccezioni e atteggiamenti di notevole dinamismo locale, la pratica del confronto interno nei Circoli è spesso per gran parte risalente alle idee e alle ricette residuate dalle culture politiche di provenienza (PCI e DP) e legata alla cultura sviluppista e all’orizzonte redistributivo su cui anche l’esperienza socialdemocratica europea si è attardata (e in parte immolata). Permangono una certa diffidenza e atteggiamenti difensivi.
* Assai maggiore invece è l’attenzione che è nata nell’elettorato, nelle associazioni, nel mondo sindacale. Ad oggi quella di Unaltralombardia è l’unica esperienza elettorale (si pensi alla lista Ferrante o Fo a Milano e all’esperienza di Sarfatti in Regione) che si è radicata in un movimento e tiene aperti rapporti tra rappresentanti e rappresentati.
* Si è effettivamente contribuito (in un rapporto movimenti / istituzioni) a strutturare un legame efficace tra organizzazione di alcune lotte su base territoriale, la costituzione del programma, i rappresentanti nelle istituzioni ai diversi livelli. I rappresentanti hanno mantenuto un vincolo   con i loro rappresentati non mediabile solo dalla coalizione politica o dal partito cui vengono riferiti. La sfera della democrazia delegata (con le sue regole) e quella della democrazia diretta (con le varie forme di partecipazione) si sono avvicinate . (Es. acqua, sanità, energia, immigrazione, pace e riconversione militare).

Per consolidare un radicamento già in corso si sta pensando di svolgere assemblee sul “libro bianco” contro il modello Formigoni in tutti i territori e di lanciare da Unaltralombardia un progetto di legge popolare su cui registrare convergenze e ulteriori forme e motivi di identificazione. (Es. legge toscana sulla partecipazione).

III    Alcune proposte sui nodi territoriali per l’unità della sinistra

Il territorio diventa il centro dello sviluppo politico organizzativo dell’esperienza che proponiamo. Qui bisogna affrontare adesso e con urgenza la trasformazione – contenuti, organizzazione della domanda sociale e rappresentanza – e fare di questo impegno un obiettivo  “popolare”. Non è facile fare politica partendo dal territorio. Già nell’esperienza del PCI si era rinunciato al radicamento territoriale proprio quando più forti erano le istanze di rinnovamento (questione morale, collocazione internazionale, rapporti con l’URSS, proposta dell’”austerità”, difesa dei salari) e la svolta che ne è seguita per stare al passo della modernità è stata di tipo moderato. La stessa esperienza sindacale di controllo contrattuale dell’organizzazione del lavoro non aveva avuto successo nella proiezione territoriale del potere dei Consigli di Fabbrica nei Consigli di Zona.

Se si vuole orientare in modo radicale e partecipato una riorganizzazione così innovativa come quella ispirata al modello globale-locale, occorre non attardarsi in estenuanti confronti tra immutabili provenienze politico-culturali. Crediamo che sia inevitabile e necessario pensare ad una forma organizzativa il più libera possibile, una forma di federazione a rete, ad esempio, che consenta la più ampia libertà di partecipazione. Essa verrebbe facilitata dalle possibilità offerte oggi dalla tecnologia, così da consentire ad ogni nodo di dialogare con tutti gli altri, riducendo da subito al minimo le forme di dipendenza gerarchica e con l’intento di annullarle del tutto il prima possibile: qualcosa quindi di assolutamente diverso dall’emanazione dei partiti attuali, dominati dalle segreterie politiche e funzionanti verso il basso attraverso i loro apparati.

I nodi territoriali dovranno acquisire nella pratica il diritto di orientare il processo, cedendo sovranità alla rete man mano che essa funziona.

Una forma a rete che deve sostenersi sulla capacità di organizzare lotte e vertenze e fornire risposte anche con una preparazione culturale e tecnica specifica sui temi del lavoro, dell’ambiente e del sociale, costantemente aggiornata sulla base delle lotte in corso e in grado di stimolarne di nuove, così da rispondere alle esigenze di un rinnovamento anche del sindacato, dell’ecologia più vera, del welfare locale, pur concependo una visione della società complessiva e globale. Si tratta di ipotesi avanzate molte volte da più forze politiche nella fase più acuta della loro crisi, per essere però poi presto abbandonate.

La rete non dovrebbe porsi immediatamente il problema dell’eventuale rappresentanza politica istituzionale, ma operare innanzi tutto sulla base di principi condivisi ed, eventualmente, verificare solo in una fase successiva se esistono le condizioni per un percorso istituzionale, anteponendo per ora i percorsi di crescita della rete e quelli della rappresentanza diretta a quelli della rappresentanza delegata. Con questo, non ci si vuole estraniare dalla formazione di un’organizzazione politica, che anzi è auspicata da tutta l’argomentazione fin qui svolta, ma ci si vuole concentrare sull’inevitabile opera di ricostruzione affinchè nasca rinnovata e adeguata alla sfida.

Ci si preparerebbe così a dare solidità e stabilità a quell’intuizione del “Cantiere” che, al di là dell’urgenza con cui viene giustamente indicata, possa creare nel tempo un rapporto con il territorio e la realtà “dal basso” e, contemporaneamente, faccia da permanente coagulo unitario di culture e posizioni politiche anche “dall’alto”. Si colloca qui il compito di riprendere il contatto anche con i compagni e i militanti che hanno lasciato e lasciano delusi la militanza politica, evitando che anche su loro funzioni l’appeal puramente elettorale del PD. Un appeal non trascurabile per quel che rimane del “popolo della sinistra”, in presenza di una sinistra solo velleitaria.

Mentre costruiamo i nodi della rete, che richiedono tempi non trascurabili, dobbiamo saperci immergere contemporaneamente e per davvero nella fase straordinaria in corso, segnata dalla fine di una eredità automatica del PCI e dalla crisi di un partito di massa in rappresentanza del lavoro. Anche se Sinistra Europea rimane un indispensabile soggetto politico confederale, plurale e policentrico, da costruire con funzioni di coagulo, di rafforzamento e rinnovamento identitario, in questo momento delicatissimo bisogna promuovere l’aggregazione con una visione autenticamente unitaria e pluralista e non dare per scontata la ricostruzione di un’area organica a sinistra del PD. Troppi a sinistra, invece, sembrano impegnati solo a fissare le bandierine di arrivo del processo di eventuale riunificazione e a prenotare già ora un posto in paradiso con le proprie ricette predefinite.

Insomma, occorre essere nei fatti alternativi al metodo con cui nasce il PD.

Schematicamente, si potrebbe pensare che le strutture di base sono le Case della Sinistra. Esse, che sono case della democrazia, adottano come metodo di funzionamento quello del consenso: quindi operano fattivamente per l’unità di soggetti di diversa provenienza. Quando vanno in rete, incrociano i nodi verticali delle organizzazioni politiche che fondano il Cantiere a livello Regionale e Nazionale e, quindi, spingono dal basso il processo di unità politica anche ai livelli superiori e a quelli istituzionali.

Unaltralombardia, che non è una rete nazionale, ma che partecipa a quella dimensione attraverso il patto federativo con Unitiasinistra, parteciperà a costituire in Lombardia nodi territoriali unitari e pluralisti, che si doteranno di forme di rappresentanza diretta e diverranno parte di una rete estensibile e senza confini predefiniti.

In buona sostanza, estendendo la metafora sindacale, il modello che tendiamo a prefigurare nel rapporto tra Cantiere e Case della Sinistra, tra organizzazioni politiche e nodi territoriali, è simile a quello che ha definito la strategia politico-programmatica e sostenuto la democrazia sindacale nel complesso rapporto tra Confederazione e RSU.

A conclusione, vogliamo richiamare qui gli apetti di mitezza e di convivialità che vanno introdotti in un nuovo modo di concepire la partecipazione alla politica. E la opportunità anche di dotarsi di strumenti propri di comunicazione interna ed esterna e di rifuggire definitivamente da una “democrazia dell’opinione pubblica” in cui sono i media a disegnare le aspettative della società e sono i rappresentanti politici a rincorrere quelle costruzioni sollecitate per via virtuale.

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