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Forum Sociale Mondiale

NUOVO INTERNAZIONALISMO E MOVIMENTI PER LA PACE: DA SEATTLE A PORTO ALEGRE AL G8 DI GENOVA. Mario Agostinelli- ex segretario generale CGIL Lombardia

PREMESSA

Meno cariche di allusioni drammatiche e piè aperte a sviluppi controversi, tuttavia le grandi manifestazioni, colorate e creative, che hanno accompagnato le riunioni di organismi istituzionali potentissimi, ma ignoti ai cittadini, hanno confermato in quella occasione come dietro lo scambio astratto delle merci ci fossero i processi produttivi che le mettono a disposizione.
Per la prima volta in modo cosè percepibile si è chiuso il cerchio tra produzione e consumo, che il fordismo nei paesi industrializzati aveva saldato in un circuito di relativo benessere e che la globalizzazione invece aveva fino a Seattle tenuto separati.
Consumatori atomizzati, stimolati da valori imposti su scala industriale dal sistema economico nei paesi ricchi e produttori senza diritti e sfruttati nellèindifferenza piè colpevole nei paesi poveri si sono èmanifestatiè.
Consumo consapevole, valorizzazione della natura e tutela dellèambiente, diritto al lavoro e diritti nel lavoro sono apparsi un tuttuno da conquistare in un percorso difficilissimo e fortemente conflittuale nella bruma di un orizzonte che si veniva inaspettatamente formando e che poi si è materializzato a Porto Alegre e nella preparazione del Genoa Social Forum.
Perchè Seattle ha trovato impreparato il movimento sindacale e ci ha posto il problema di un aggiornamento urgente di analisi. Solo dopo di allora Cgil-Cisl-Uil hanno avviato rapporti autentici con il mondo dellèassociazionismo, traendone indicazioni nuove, comportamenti e proposte, fino a alla condivisione della Tobin Tax.

SEATTLE

A Seattle si è cominciato a capire che le trasformazioni in atto erano forse piè profonde delle nostre stesse radici e che i valori di cui eravamo portatori, la memoria, la nostra stessa capacitè e prospettiva di rappresentanza, dovevano inserirsi in una riflessione coraggiosa.
Hosbawn parlava di una instabilitè del capitalismo di fine secolo e di èidelologie sotterraneeè di nuovo in formazione: Seattle ha contribuito alla loro emersione dando speranza ad un approccio nuovo, dietro la protervia del liberismo e lèadattivitè diffusa del pensiero unico.
Seattle perè è stato anche altro: il segnale del riemergere dei diritti sociali, della utilitè di libere associazioni come componente insostituibile del percorso dei diritti e delle libertè individuali e come ricchezza straordinaria della dialettica democratica.
In sostanza, la riflessione ha cominciato a strutturarsi attorno alla questione chiave dellèuniversalitè dei diritti, centrale per la futura strategia del movimento. Mentre con il ‘68 e il ‘69 si era saldata la generazione degli studenti con quella degli operai e si erano legati indissolubilmente diritto allo studio e diritto al lavoro, con la fine del millennio prorompe la grande questione dei diritti universali – tutti i diritti, politici sociali – dellèuomo come della natura. E ciè accade proprio perchè da una parte il Sud del mondo viene inserito a pieno titolo nel circuito della produzione mondiale e perchè dallèaltra la questione ambientale impone una cultura nuova al consumo dei paesi industrializzati.
La ragione di fondo per spiegare la centralitè dei diritti come autentica alternativa realizzabile al progetto della globalizzazione liberista, sta nel ruolo centrale e irriducibile che il lavoro assume all’interno della nuova organizzazione su scala planetaria dei processi produttivi.
Non siamo piè, come in passato, di fronte allo scambio su scala mondiale di merci e prodotti finiti ciascuno appartenente ad un paese produttore; oggi le sequenze della produzione e la prestazione dei servizi si articolano sullo spazio di tutto il pianeta, senza discontinuitè temporale da luogo a luogo, da paese a paese, dato che le tecnologie informatiche e le telecomunicazioni ne consentono l’organizzazione simultanea anche in punti tra loro separati e distanti.
Cosè, la creazione di prodotti – merci o servizi è vendibili, segue sè una sua razionalitè economica (il minimo di costi), ma deve necessariamente passare dal coinvolgimento contemporaneo di persone al lavoro con diversi salari, diritti normati da leggi diverse, dipendenze da datori di lavoro cui si oppongono sindacati differenti. Queste persone, come i loro padroni sono resi capaci di comunicare tra loro direttamente attraverso il processo produttivo e non piè attraverso soltanto la mediazione delle istituzioni che scambiavano le loro merci secondo le regole pattuite nel mercato. Sono lèimpresa e la connessione interna del suo sistema che vengono alla ribalta dellèiniziativa rivendicativa prima ancora della mancanza di regole del mercato.
E’, cioè, il circuito dei diritti dei lavoratori nel nuovo sistema che viene messo in relazione interna, non soltanto la convenienza degli attori del commercio internazionale.
Ed inoltre, i consumatori ricchi, se sono a loro volta lavoratori, non possono piè separare la propria convenienza da quella dei produttori poveri, dato che la mancanza di diritti di questi ultimi pregiudica direttamente attraverso la politica delle imprese globali il mantenimento di quelli conquistati dai primi. Eè oggettiva allora la contrapposizione allèorganizzazione del WTO, dei G8 ed ai loro interessi da parte di nuove aggregazioni internazionali che hanno nel lavoro, nel consumo, nella distribuzione e nella preservazione delle risorse e nella solidarietè con i poveri o le future generazioni, nel diritto della proprietè pubblica e sociale la loro ragione identitaria. Ed è evidente la necessitè come in tutte le societè democratiche, che questo interesse risulti visibile, sia èmanifestatoè.
Tutto ciè ha cominciato ad essere patrimonio di un movimento che, a partire da Seattle, Porto Alegre e Genova, ha provato ad unire ambiente, lavoro, consumo equo e solidale e socialitè ad uno sviluppo alternativo che porta con sè democrazia, pace ed istituzioni sovranazionali a loro garanzia.
Forse, agli osservatori meno attenti, ha destato una certa sorpresa in questa fase la ripresa di centralitè del lavoro, non come regalo delle imprese o come frutto spontaneo di una crescita stimolata dal mercato, ma come piena relazione tra la persona e la societè.
Un lavoro che riconnette fatica e creativitè, dipendenza contrattata di una prestazione ed autostima, salario e relazioni e, quindi, diritti.
Un lavoro che non sopporta piè “l’anima” dell’ideologia liberista: la sua riduzione a puro fattore economico, a dato monetario, incurante di quel patto di civiltè che lega cittadinanza e lavoro e che legittima e veicola i diritti individuali oltre gli ingressi delle fabbriche e degli uffici ed i diritti sociali nella vita quotidiana.
Il ècambio di passoè avvenuto un anno dopo, prima della FIOM e poi piè tardi della CGIL, è dovuto allèemersione di questa realtè politico-sociale oggettivamente epocale.
Purtroppo il ritorno del lavoro come ineliminabile valore della attivitè sociale, oltre che come aspetto economico e produttivo, ha seguito successivamente tappe piè lente dell’estensione della produzione e del consumo a livello planetario. Tuttavia questo ritorno cèè stato ed ha creato iniziative e speranza, con una ripresa di lotte sullo stato sociale in Europa ed una crescente attenzione ed integrazione dei lavoratori immigrati nel sindacato americano, oltre ad una crescita del sindacalismo libero in tutti i paesi in via di industrializzazione.
La “Global Marche” nella primavera dellèanno successivo a Seattle, ha portato alla ribalta un movimento mondiale per i diritti dei minori.
Porto Alegre poi ha visto tra gli organizzatori la CUT, il piè grande sindacato del sud del Mondo e la lotta contro la precarizzazione al centro dell’ordine del giorno conclusivo.
In definitiva, il mondo come arena della competizione senza volti, senza identitè, senza soggetti sociali, ha cominciato a sfaldarsi di fronte alla determinazione ed alla imprevista capacitè delle persone di entrare, con la loro soggettivitè e con la loro libertè di associarsi, nel vivo del tessuto di relazioni che regge qualsiasi rapporto economico-produttivo non virtuale.
E chi ha reso “virtuale” la produzione, il linguaggio del consumo e persino la guerra, ha dovuto fare i conti con la concretezza dei processi sociali accantonati e con il bisogno di giustizia reclamato ormai in dimensione globale.

PORTO ALEGRE

Con la fine del secolo si sono forse rotti due piani separati – Nord-Sud; produttori-consumatori – resi possibili anche dalla stessa frattura tra paesi ricchi e paesi poveri a cui hanno dato per lungo tempo copertura – occorre dirlo – anche gli atteggiamenti protezionistici dei sindacati, che a Seattle erano ancora prevalenti, ma che a Porto Alegre sono stati decisamente superati.
A Porto Alegre si è ritrovato l’interesse e il volto del lavoro anche quando ci si è adoperati per far tacere le armi e ci si è opposti alla violenza ed al terrorismo.
Chi è lavoratrice o lavoratore, sa bene che la pace è il primo dei diritti sociali, anzi è il fondamento che li rende possibili.
Il carattere intrinseco di universalitè che appartiene ai diritti non contempla nè guerre “umanitarie”, nè guerre èdi civiltè. E quella stessa lavoratrice o lavoratore sa che accettare come normalitè la guerra da una parte e non respingere con una reazione di massa la violenza ed il terrorismo dall’altra, comporterebbe un terribile colpo per lo stesso sindacato e la sua funzione in una societè solidale e democratica.
La guerra è estranea all’orizzonte del sindacato, anche quando fosse proclamata in nome di ritorsioni o punizioni esemplari o addirittura dei diritti civili, dato che è la sospensione effettiva di ogni diritto sociale e la distruzione della ricchezza comune, che non è patrimonio del regime di turno, ma del popolo, dei lavoratori, dei sostenitori del potere democratico.
C’è un nesso stretto tra pace e soluzione del debito, diritti del lavoro e della natura, fino alla determinazione delle modalitè di consumo ed alla creazione di uno spazio pubblico della socialitè, della conoscenza, dell’istruzione, della convivenza.
Anche dal sindacato qualcuno aveva colto come la distruzione dei luoghi di lavoro e delle infrastrutture economiche nella Ex Jugoslavia – Zastava e Petrol chimico di Pancevo, ad esempio – portasse a fare tabula rasa anche delle forze del lavoro che sono portatrici di valori democratici e solidali e che sono oggettivamente altra cosa dai regimi e dalle organizzazioni con questi compromesse.
Per la veritè, gli effetti devastanti sulle popolazioni come perdita di sostentamento e come rischio di sopravvivenza anche dal punto di vista della salute, hanno reso piè flebile la voce delle opposizioni democratiche nellèarea balcanica e la dimensione di una solidarietè trasversale tra diverse etnie.
Ci possiamo allora chiedere se sia dovuto anche a Porto Alegre e a Genova il ripensamento dell’opinione pubblica su alcuni aspetti della guerra tecnologica del Golfo o della ex Jugoslavia e se non si sia preparata lè la grande crescita del movimento della pace esploso piè avanti contro la guerra preventiva di Bush.
Per arrivare a affermazioni piè documentate e per capire meglio le grandi trasformazioni che hanno forgiato la cultura del movimento e profondamente mutato lo stesso atteggiamento del sindacato e della CGIL in particolare, provo ad introdurre riflessioni sulla concatenazione dei fatti che hanno riguardato luoghi simbolo dellèinizio del millennio: Genova, Manhattan, Kabul, Perugia.

UNA NUOVA NARRAZIONE

Ci si dovrebbe chiedere a quale nuovo mondo ci si appresti e quale ruolo abbia in esso la lotta democratica per cambiarne la qualitè ed eliminarne l’ingiustizia, se il mondo stesso ci si presenta per eventi successivi densissimi di significato, di enorme impatto emotivo, che dovrebbero essere inquadrati ciascuno nelle coordinate della discussione e del ragionamento ed invece vengono sbalzati dagli schermi televisivi e dagli articoli dei giornali soltanto come punti di transito accelerato verso una globalizzazione inarrestabile e a senso unico.
Una omogeneizzazione del pianeta che non tollera che la societè e la politica si pongano in dissenso con gli indirizzi che il capitalismo vincente vuole imporre.
Tutti devono riflettere su come, pur nella drammaticitè di fatti che hanno inciso nelle coscienze, come i fatti di Genova o il crollo delle due Torri Gemelle, alcune evocazioni interessate hanno puntato a serrare le fila attorno a èprincipi e valoriè che in definitiva si ripromettevano semplicemente l’unificazione autoritaria del pianeta.
Interpretazioni che evitavano ogni richiamo al pluralismo sociale e culturale che sono l’essenza stessa del mondo e, di conseguenza, trattenevano piè a lungo nelle nostre menti le immagini interpretative di alcuni eventi rispetto ad altri.
I disordini di Genova anzichè l’enorme e pacifico corteo che l’ha attraversata; il crollo delle Torri stipate di vita , di commercio, di relazioni e di benessere anzichè l’attacco al simulacro della potenza militare del Pentagono; le immagini arroganti e demoniache, prese dagli archivi, di Bin Laden e di Mohamman Omar anzichè le riprese in diretta di Al Jazeera dei derelitti civili morti a Kabul; il farfugliamento interpretativo di Rutelli, Fassino e Fini, anzichè le trecentomila persone che a Perugia hanno “fatto” una delle marce piè grandi del popolo della pace.
Risulta decisivo come la cultura abbia intrecciato le sue risorse alle potenzialitè enormi della moderna comunicazione e come questa macchina abbia scandito gli accadimenti in maniera tutt’altro che neutra, al punto che la loro interpretazione mediatica ha cercato di marginalizzare e criminalizzare il movimento “per un altro mondo possibile”.
La virtualitè infranta con successo dall’irruzione di grandi masse e dal coagularsi di emozioni in consapevoli speranze è stata proposta come veritè, perchè i padroni del mondo volevano a tutti i costi rimanere soli sul proscenio di un’arena dove al massimo si applaude o si fischia, mentre le regole ed i numeri della democrazia perdono di efficacia.
Che si potesse andare rapidamente nella direzione di un autoritarismo presidiato dalla violenza delle istituzioni l’avevano previsto in Europa ed in America i De Lillo, i Truffault, i Savater, i Rafael Alberti, i Grass, i Kubrick, ma nessuno di loro poteva immaginare che ci si potesse arrivare cosè presto. Sospinti certamente dalla criminalitè del terrorismo piè efferrato, ma anche sguarniti di grandi idee dopo che una parte decisiva dell’ “Occidente” era giè stata calamitata dentro l’imbuto del pensiero che oscilla tra Fukuyama e Huntington.
Raramente quanto in questo periodo sono tornati in campo gli intellettuali e si sono mobilitati gli apparati dell’educazione e della cultura e gli uomini e le donne dello spettacolo.
Proprio per questo voglio provare ad esercitare quella capacitè di “narrazione” – come indica Petrella – che deve rappresentare e ricordare un movimento straordinario come quello che ha attraversato Seattle, Porto Alegre, Genova e Perugia.
In effetti le testimonianze di eventi di quelle realtè sono state arricchite dalle immagini e dai suoni non solo dei tradizionali osservatori, ma degli stessi protagonisti che adottavano strumenti di registrazione e produzione (fotocamere, cineprese, audioriproduttori) che, socializzati, preludevano ad una specifica forma di produzione culturale, indipendente dalla versione degli apparati della comunicazione e confluente in una inedita “memoria attiva”.
Proverè allora anch’io a far emergere testimonianze, ragioni e dubbi, ambiguitè, “idee sotterranee che stanno venendo alla luce” – come si augura Habsbawn – e che solo un lavoro collettivo puè e potrè rendere produttive e stabilizzare in una direzione democraticamente scelta come diversa, alternativa.
Mi ha spinto a ciè l’appello di Giulietto Chiesa nel suo instant book “G8/ Genova” che, essendosi trovato nello stesso punto mio del corteo attaccato a freddo dalla polizia, ne ha colto l’impressionante carica repressiva ed ha chiesto ai presenti di partecipare alla ricostruzione di quei fatti sottraendoli alle lenti di regime che Vespa, Scialoja, Panebianco e Ferrara hanno fornito ai cittadini diventati solo spettatori.

GENOVA

Avevo sfilato con il corteo promosso dai sindacati di tutta Europa a Nizza, nel dicembre 2000. Mi aveva allora colpito l’assenza degli abitanti e l’incredibile scelta delle autoritè francesi di farci marciare dentro quartieri svuotati in anticipo, cosè da rendere impossibile alcun contatto tra “specialisti” delle manifestazioni e cittadini “incidentalmente” ospitanti.
A Genova non mi ha quindi sorpreso che Berlusconi avesse deciso da par suo il passo successivo: non piè una cittè indifferente, ma una cittè in stato d’assedio, probabilmente deserta dei suoi abitanti perchè impaurita.
La logica di rendere fisicamente inagibile il diritto di parola laddove lo prendono i potenti del mondo ha a che fare con la messa in campo conseguente di un formidabile apparato di polizia e di persuasione.E magari con l’accettazione, non solo metaforica, dello scontro da parte di frange di movimento che non hanno ancora capito che la cosa piè inquietante da sostenere per il potere è che sia costretto ad alzare barriere, non a respingere assalti.
Nel conto di un disegno autoritario e di restringimento della democrazia, c’è evidentemente anche l’uso piè sapiente e raffinato dell’immagine: prima, durante e dopo l’evento.
E’ quanto è puntualmente avvenuto.
E’ bene allora ritornare, dopo l’evento, su quanto è stato e su quanto, invece, hanno cercato di far credere, ristabilendo un minimo di equilibrio tra l’informazione di chi ha costruito la violenza e l’informazione di chi l’ha subita soltanto.
Solo cosè si possono riportare al centro le motivazioni che hanno mosso oltre trecentomila persone – almeno cinquemila della quali consapevolmente organizzate dalla Fiom e dalla Cgil lombarda, di cui io ero Segretario Generale – prima del corteo, cioè prima del suo depotenziamento attraverso le immagini delle violenze ripescate ossessivamente dalla periferia della manifestazione o dagli scontri del giorno precedente.
Alle 16.00 del 21 luglio arrivo al distributore all’angolo di Via Casaregis, davanti a Piazzale Kennedy, lo stesso di cui Giulietto Chiesa parla a pagina 64 del libro citato. Ci arrivo dopo che i 37 pullman della Cgil Lombardia hanno scaricato grappoli variopinti di lavoratrici, lavoratori e studenti accuratamente registrati ed istruiti dai responsabili dei torpedoni con la stessa meticolositè delle gite scolastiche o parrocchiali.
Qualche scarto verso le viuzze o le spiagge di Boccadasse, per poi comporre un corteo coloratissimo ma guardingo, che segue la testa presa dai personaggi piè noti rinfoltendosi di giovanissimi, che avvertono sicurezza dietro le bandiere sindacali.
Al mio cellulare arriva la chiamata di un compagno rimasto a casa, davanti alla Tv. Mi avvisa che la cronaca è tutta dedicata agli scontri dei black block, che noi non riusciamo a vedere e mi raccomanda di non raggiungere Piazzale Kennedy che, a suo dire, sta bruciando, come ci conferma un fumo denso che si condensa lontano.
Mi avvicino agli altri dirigenti sindacali e assieme alla Fiom di Savona, casualmente confluita in quel punto, organizzo quel cordone di ragazzi e ragazze citato da Chiesa. Un cordone rado a tre file, che cerca di tenere separato il corteo da quello che accade nella piazza presidiata da ingenti forze di polizia apparentemente immobili.
Presto viene disturbato da quattro ragazzotti inglesi che ci accusano d’essere la “nuova polizia” e che non si allontanano nemmeno quando chiediamo a quelli che dovrebbero essere i responsabili dell’ordine di intervenire.
In effetti, non solo non c’è intervento,ma, al primo accenno di sfondamento verso i manifestanti di un gruppo di facinorosi coperti di indumenti in nero, parte una pioggia fitta di lacrimogeni sul corteo che, preso di sorpresa, sbanda, fatica a superare il distributore e si spezza.
Le linee degli uomini in assetto antisommossa si aprono e si chiudono sui gruppi di “Black block” totalmente estranei alla sfilata, che sembrano non subire disfatta alcuna. I quattro inglesi scompaiono, il cordone viene completamente travolto; fumo, sostanze irritanti e sbarre di ferro, tolte da transenne vicino al distributore, ci piovono addosso.
Lo smarrimento e l’angoscia sono grandi, terribili.
Assieme ad alcuni parlamentari cerco poco dopo di richiamare l’attenzione dei poliziotti, ma essi, mentre da una parte tagliano il corteo, dall’altra lo comprimono al punto da farlo schizzare verso portoni che fortunatamente si aprono o verso le scalinate che si ingolfano pericolosamente di una calca terrorizzata.
Quando il corteo spezzato si ricompone duecento metri a monte sotto le insegne sindacali e con la confluenza di svariati striscioni (Liberazione, Il Manifesto, Lilliput, Arci, Rifondazione, Attac, Manitese), si muove da una via laterale una colonna di mezzi che potrebbe imbottigliare ed isolare un troncone di manifestanti.
Alcuni di noi cercano di evitare il peggio e, dopo che i mezzi desistono dal procedere, finalmente la coda di quel che era il corteo di partenza – almeno centomila persone – si attesta sul lungo mare in una lunga attesa, con una autodisciplina impressionante. Alla fine, quel nuovo corteo sottratto allo scontro decide di invertire la sua marcia e di ritornare a Nervi per farsi raggiungere lè dai pullman per il ritorno.
Questa parte dei fatti di Genova è pochissimo documentata.
Si tratta, a mio giudizio, di qualcosa di straordinario, maturo, consapevolmente solido, tradotto dai partecipanti in un evento volutamente festoso, anche se la violenza inferta ha lasciato il segno.
S rifè la marcia a ritroso, ordinati, in grande sintonia con i Genovesi alle finestre, insensibili al fragore delle pale degli elicotteri, non perturbati da alcune provocazioni che la polizia non cessa di operare.
Battere di mani, ritrovarsi, SMS scambiati sui cellulari intasati, grande sete, ma anche compattezza, unitè, allegra contaminazione tra generazioni, come da tempo non ricordavo.
E al raccordo autostradale di Nervi un risalire tranquillo sui pullman, con la spunta dei nomi, l’aiuto della Polizia Stradale molto disponibile, la cronaca di Radio Popolare che avverte dell’insistere degli attacchi nella zona di Marassi, la soddisfazione dei familiari che riprendono notizia di quelli rimasti nella parte di testa del corteo, sottoposta ancora da quanto si apprende a cariche e incursioni.
Di fatto sono state le mazze e le provocazioni dei black block, che abbiamo visto solo a tratti come corpi totalmente estranei, ma, soprattutto, i fumogeni ed i manganelli della polizia che hanno assediato il corteo, senza riuscire nè a scioglierlo nè a farlo desistere dall’essere corteo intatto e visibile anche quando è stato costretto a ritornare sui suoi passi e a non raggiungere la meta prevista.

E’ come se l’identitè dei manifestanti fosse sul campo percepita come necessitè superiore alle difficoltè, alla violenza subita, alla paura ingenerata; piè importante delle stesse diverse anime che confluivano su quel lungomare.
Qualcosa del genere si è ripetuto, naturalmente con altre modalitè, a Perugia, a segnalare come l’identitè di questo movimento in formazione sia vista come un traguardo al di sopra delle provenienze e appartenenze. Buon segno e cosa del tutto nuova.

MANHATTAN

Non è compito di queste riflessioni una analisi della trasformazione che i fatti dell’11 Settembre porteranno in termini profondi all’evoluzione della convivenza e allo sconvolgimento del piano economico culturale, politico e perfino tecnologico che ha caratterizzato la conclusione del “secolo breve”.
Qui perè mi interessa portare alla luce la relazione tra la pace come orizzonte di un movimento per la globalizzazione dei diritti e l’esito della lotta al terrorismo.
Una lotta che, cosè come è impostata, potrebbe avere come suo presupposto la sicurezza di una parte sola – la piè ricca – della societè e la restrizione degli spazi democratici in tutto il mondo proprio quando si andava profilando una possibilitè di globalizzazione dal basso e di consolidamento delle reti di societè civile, fino al collegamento del mondo della produzione e del consumo sotto la lente inedita della valorizzazione sociale del lavoro.
E’ importante tener conto di come, dopo Genova, la sostanza della marcia Perugia Assisi sarebbe stata contro la guerra, anche senza Manhattan e senza i bombardamenti su Kabul.
Ma cosa puè comportare dopo il crollo delle Torri Gemelle e la deflagrazione del terrorismo la prima guerra del XXI secolo per la crescita di un movimento che si oppone al liberismo su scala planetaria?
Mi limito a poche osservazioni per punti.
. La disumanizzazione delle vittime nelle menti degli aggressori è tipica del terrorismo: tuttavia ogni volta che esso è esploso non ci siamo limitati a combatterlo sul terreno militare, ma ci siamo spinti a isolarne le ragioni piè insidiose ai fini del suo radicamento o per il successo della sua strategia.
Come allora non renderci conto che individuare uno spartiacque nella civilizzazione o nelle differenze di cultura significa dare irreversibilitè all’azione terroristica e portare il mondo verso uno scontro di violenza mai vista? Al movimento di Seattle, di Porto Alegre, di Genova toccherè poi di crescere anche in Africa, nell’Islam, in Asia per non rimanere monco in una posizione solo di interdizione e di testimonianza.
. Chi è cresciuto in una cultura democratica, cerca possibilitè di cambiamento attraverso mezzi pacifici e l’affidamento delle soluzioni anche alle popolazioni e alla societè civile.
La guerra espropria questi soggetti ed anzi ne giustifica la marginalizzazione, cooptandoli nel proprio progetto finale o colpendoli se dovessero resistere.
Con la guerra si è venuta a creare una situazione pericolosa, perchè, sebbene il movimento si fosse mostrato capace di interrompere il cambiamento di marcia che il nuovo capitalismo voleva imporgli, nondimeno non sarebbe in grado di frenare, sotto la costrizione delle armi, il consolidamento del potere costituente della globalizzazione imposta dall’Occidente capitalistico.
La pace è un punto dirimente perchè, questa volta, ha a che fare direttamente con il rapporto col mondo, non solo con le relazioni tra nazioni, popoli, blocchi di alleanze.
Di fronte alla catastrofe occorre assumere davvero come linea politica la salvezza del mondo e non solo la sicurezza dell’Occidente. Anzi, occorre chiarire che la prima linea comprende anche la seconda e che invece non vale il viceversa.
In sostanza, il vero concetto simmetrico a quello del rischio globale è, per dirla con Raniero La Valle, quello di una sicurezza sociale globale, garantita da una sfera pubblica internazionale che assicura diritti universali ad un mondo riconosciuto nella sua unitè, unicitè, indivisibilitè..
. Non siamo alla fine della storia e nemmeno al capolinea di uno scontro tra civiltè. Molti scontri invece si svolgono all’interno delle singole civiltè ed hanno motivazioni sociali e politiche che sono state ampiamente considerate nell’elaborazione del movimento “no global” e dalla revisione critica di molti dei principi guida dell’Occidente, compresi il consumo di massa distruttivo, la tolleranza verso la criminalitè organizzata e le truffe finanziarie.
Ogni civiltè è pluralista, divisa da antitesi e interessi contrapposti, mentre ci si vorrebbe far credere che la civiltè è identificabile con una dottrina economica, con la forza.
Ma in tal modo si sposta l’ottica dello sfruttamento dal sistema produttivo capitalista a quello tra nazioni, tra Occidente e Islam, dando l’impressione di societè omogenee in lotta su principi culturalmente inconciliabili e divaricate esclusivamente dal tema della modernizzazione. Il conflitto sociale non avrebbe ragione e, senza di esso, le prospettive di giustizia sociale sarebbero consegnate all’economia.
. Nelle crisi è facile ricorrere a semplificazioni. Sono molti, da Panebianco a Galli Della Loggia, che vorrebbero ridurre il cristianesimo all’Occidente e censurare l’atteggiamento critico dei cristiani verso la guerra. Si capisce la loro irritazione, dato che, dopo l’11 Settembre, vorrebbero che l’Amministrazione Americana incassasse un consenso pieno alla linea mistificatoria dei due tempi: prima l’impiego della forza che distrugge il male, poi la pace.
Ho avuto fin da allora nettamente lèimpressione l’impressione che l’avallo o meno a questa strategia passasse anche dal ruolo politico che si sarebbero riservati i cristiani.
La loro presenza nella societè e nei movimenti è oggi, almeno sul piano internazionale, piè libera e piè aperta alla contaminazione e meno compromessa con il potere che guida la globalizzazione in atto. E’ interessante tenere aperta questa reciprocitè e registrare anche da sinistra un procedere non scontato su un percorso di avvicinamento tutto da sperimentare in corso d’opera.
I social forum locali, il rapporto con il sindacato, le reti di discussione e di elaborazione tematiche registrano novitè interessanti in questa direzione.

PERUGIA

Con la marcia Perugia Assisi del 2001 si è resa definitivamente manifesta una specificitè generazionale. Eè emersa ormai una nuova generazione la cui pratica politica si ispira ad un mondo unico.
Un mondo non solo idealizzato e proiettato nel futuro, se le parole d’ordine della giornata del 14 ottobre sono potute essere “acqua, lavoro, cibo, pace”.
E’ di enorme interesse il ritorno alla ribalta della questione lavoro e l’attenzione che si manifesta per i diritti sociali, di cui la pace è garanzia. Che i giovani sentano nel loro orizzonte la presenza ineliminabile dei diritti che provengono dal basso e dal lavoro in particolare è un’autentica novitè. Molto lo si deve alla discussione che è passata da Seattle, Porto Alegre e Genova ed alla riflessione che si è sviluppata, con il coinvolgimento anche dei sindacati, attorno al nuovo ciclo globale della produzione e del consumo.
La saldatura fra produzione e consumo ricrea condizioni vantaggiose per la conquista e la generalizzazione dei diritti, almeno quanto l’espansione industriale secondo il modello fordista .aveva prodotto su scala nazionale.
Una generazione che comincia a battersi su scala planetaria contro la povertè, per l’alimentazione, l’istruzione, la salute, si rende conto che i conflitti passano dal lavoro e ne riscopre il valore sociale progressivo.
Non sarè facile senza forti alleanze ed un consenso allargato tenere su un versante cosè realisticamente in collisione con la materialitè degli interessi economici e con l’essenza stessa del liberismo.
Se questo movimento saprè essere non solo presbite – proiettato cioè solo verso i grandi orizzonti – ma anche minutamente concreto, scoprirè il rapporto con il sindacato e contribuirè a rinnovarlo e rivitalizzarlo.
In fondo, a Genova e ancor piè a Perugia ci si accorgeva che tra i giovani qualcosa stava cambiando e che l’inquietudine nuova che li percorreva sarebbe stata resa ancora piè aspra dalla guerra in corso e piè acuta dalla inumanitè del terrorismo che ha colpito l’11 settembre.
Il binomio guerra terrorismo, contrariamente alla maggioranza dei loro padri, li spinge a cercare risposte politiche e non militari e ad elaborare proposte prima di abbandonarsi alla retorica dei luoghi comuni o all’enfasi di alcune derive ideologiche, che nei tempi piè recenti sono state prevalentemente di matrice moderata.
A Perugia, rispetto a Genova, la violenza non ha oscurato nulla ed è parsa evidente la necessitè di un progetto nuovo, rispetto cui la politica attuale è a corto di argomenti e di strumenti.
Forse per questa nuova generazione il crollo delle Twin Towers, che Rafael Alberti in una sconvolgente poesia aveva anticipato nell’82 come “una baraonda di finestre chiuse, di vetri, di pezzi di plastica, di vinte e piegate strutture”, non costituirè l’evento al di lè del quale “non ci sarè piè sopra nè sotto”.

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